Tokyo ha annunciato la firma di un contratto del valore di 380 miliardi di yen, ovvero 3 miliardi di dollari, con la società Mitsubishi Heavy Industries, al fine di sviluppare e produrre in serie a partire dal 2026 un nuovo missile balistico ipersonico a lungo raggio. Anche se non sono ancora stati comunicati ulteriori dettagli, trattandosi di un sistema balistico è molto probabile che verrà sviluppata una testata tipo Hgv (Hypersonic Glide Vehicle), ovvero una testata planante ipersonica.
I missili ipersonici si dividono infatti in due grandi famiglie: quelli da crociera, totalmente endoatmosferici cioè volanti all’interno dell’atmosfera terrestra, che sono dotati di sistema di propulsione autonomo (a razzo o scramjet/ramjet) e quelli balistici, ovvero che sfruttano l’energia cinetica data dal booster di lancio e poi, distaccatisi, procedono sul bersaglio manovrando a velocità di molto superiori a Mach 5 senza propulsione, quindi planando come un aliante.
La scelta ipersonica del Giappone
La decisione di Tokyo non deve sorprendere: il contesto di sicurezza del Giappone è radicalmente e rapidamente mutato negli ultimi anni per via dell’aumentata minaccia missilistica nordcoreana e per la maggiore assertività (che spesso e volentieri sfocia in vera e propria aggressività) della Cina. Il governo nipponico quindi sta cercando di dotarsi di una capacità di deterrenza credibile per controbilanciare il potere bellico degli avversari regionali e scoraggiare un attacco.
Dopo aver attraversato con relativa calma la seconda metà del Novecento e l’inizio del nuovo secolo grazie alla protezione americana e al fatto che quello del Pacifico Occidentale fosse un teatro di minore intensità nella competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il Giappone è oggi al centro dello scenario potenzialmente più critico, sotto la minaccia simultanea di uno scontro sino-americano intorno a Taiwan e al Mar Cinese Meridionale, e di un conflitto tra le due Coree.
Infatti, il Paese si trova ampiamente nel raggio sia dei missili cinesi, sia delle nuove capacità balistiche nordcoreane. In particolare la Cina ha dimostrato di voler ampliare il proprio arsenale di missili balistici intercontinentali, già disponendo di un numero elevato di quelli a raggio medio e intermedio in grado di bersagliare l’arcipelago nipponico, che come sappiamo è costellato di basi statunitensi che in caso di conflitto aperto sarebbero tra i primi obiettivi da colpire.
Pertanto Tokyo sta radicalmente mutando la sua politica della Difesa, avviando un processo di acquisizione di strumenti missilistici a lungo raggio rappresentato da 400 missili da crociera Tomahawk. Il Giappone quindi presto avrà sistemi d’arma a più ampio raggio d’azione che però verranno utilizzati sempre per scopi difensivi: uno dei tre obiettivi della difesa nipponica, e forse il più importante, è quello della capacità di risposta nel caso in cui la deterrenza fallisca e si dovesse verificare l’invasione dell’arcipelago giapponese. Una risposta che deve essere rapida e su misura e senza soluzione di continuità, assumendosi la responsabilità primaria di affrontare l’aggressione in modo da interrompere e respingere l’invasione mentre si aspettano i rinforzi provenienti dagli alleati. Tokyo quindi rafforzerà le sue capacità di difesa stand-off e le capacità di difesa aerea e missilistica integrate puntando su una strategia di contrattacco (counterstrike) che sfrutta la capacità di difesa a distanza. Il Giappone ritiene infatti che gli attacchi missilistici sono diventati una minaccia palpabile e puntare esclusivamente sulla difesa antimissile non è più una soluzione percorribile, da qui la volontà di dotarsi di capacità counterstrike per prevenire ulteriori attacchi difendendosi dai missili in arrivo.
Non si tratta però di attacchi preventivi, quindi il Giappone non prevede di dare il via a nessun tipo di “guerra preventiva”, bensì di contrattacchi eseguiti come misura minima necessaria per l’autodifesa. Pertanto la politica esclusivamente difensiva del Giappone non viene modificata. Questa nuova filosofia spiega quindi la volontà nipponica di avere sistemi balistici ipersonici, che si ritiene siano in grado di colpire i propri bersagli aggirando le difese antimissile, e anche la decisione di cercare missili da crociera a lungo raggio.
Gli altri progetti in cantiere
Da quest’ultimo punto di vista sappiamo che nei programmi di acquisizione/modernizzazione della Difesa di Tokyo è stato anche previsto di prolungare la gittata del missile antinave Type 12, che arma le batterie costiere giapponesi, la cui portata sarà aumentata a 1000 chilometri dagli attuali 200 (secondo alcune fonti, fino a 1500 nella sua versione aviotrasportata). Questo miglioramento permetterà al Type 12 di equipaggiare non solo le batterie costiere delle forze di autodifesa nipponiche, ma anche venire utilizzato su navi, aerei e sottomarini attraverso una versione a cambiamento di ambiente. Per far fronte a queste nuove sfide, il missile sarà allungato, dotato di un nuovo motore, un nuovo seeker, un certo grado di capacità furtiva (stealth) e un collegamento dati per ricalibrare dinamicamente la navigazione e l’assegnazione dei bersagli. Il programma riceverà, secondo Janes, 33,8 dei 150 miliardi di yen previsti per l’anno fiscale 2023, e dovrà essere pienamente operativo entro il 2028.
Sarà interessante vedere se il Giappone ritoccherà la sua politica riguardante i sistemi antimissile che ha rinunciato al posizionamento dell’Aegis Ashore sul territorio affidandosi esclusivamente al sistema imbarcato e ai Patriot PAC-3.
Attualmente la marina giapponese ha in servizio 8 cacciatorpediniere (4 classe Kongo, 2 classe Atago e 2 classe Maya) dotati del sistema Aegis che può lanciare una serie di missili diversi (gli Sm-3 block 1A/1B e 2A) che possono essere usati per intercettare – con buone probabilità di successo – i vettori balistici avversari in arrivo. Lo scorso dicembre il governo nipponico ha previsto di aumentare il numero di cacciatorpediniere Aegis da 8 a 10 (con la costruzione di due ulteriori classe Maya) e di dotarsi dell’ultima versione dei Patriot (la Pac-3Mse), ma lo scudo difensivo difetta di qualche livello rispetto a quello statunitense (e molto probabilmente dovrà appoggiarsi proprio al Thaad americano) e soprattutto non è stato ancora pensato un modo per poter intercettare i vettori ipersonici cinesi che richiedono capacità di collaborazione e integrazione tra assetti navali, terrestri e aerospaziali molto avanzate.
Considerato che il Giappone è già nel mirino dei missili avversari, siano essi cinesi o nordcoreani, è improbabile che non si voglia estendere la propria capacità antimissile per non aumentare l’escalation, pertanto la decisione di non installare la versione terrestre dell’Aegis o altre batterie permanenti di più lunga portata si spiega con la volontà di Tokyo di non esporre ulteriormente il suo territorio fittamente abitato al tiro nemico.
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