Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il Giappone potrà vendere armi letali all’estero. La prima ministra Sanae Takaichi ha spiegato su X che le aziende giapponesi potranno fare affari nel campo della Difesa con i 17 Paesi con i quali Tokyo ha firmato accordi di trasferimento di tecnologie e attrezzature militari. Nel gruppo rientrano gli Stati Uniti ma troviamo anche Regno Unito, Australia e diverse nazioni del Sud-Est Asiatico “arruolate” da Washington nel processo di contenimento cinese. Per la cronaca, l’elenco potrebbe ampliarsi nel caso in cui altre nazioni dovessero stipulare accordi bilaterali con il Giappone.
L’obiettivo del governo nipponico, guidato da una conservatrice di ferro, è quello di liberare gradualmente l’industria della Difesa nazionale dai vincoli pacifisti imposti dagli Usa dopo il 1945. Takaichi, un vero e proprio falco in tema di sicurezza, sta seguendo le orme del suo mentore politico, l’ex premier (defunto) Shinzo Abe, nel tentativo di potenziare le capacità di deterrenza del Giappone di fronte a una Cina sempre più arrembante e alle ambizioni nucleari della Corea del Nord.
C’è anche un altro aspetto da considerare: la nuova postura assunta da Tokyo dipende anche dai crescenti dubbi sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato in caso di necessità.
Il “nuovo” Giappone di Sanae Takaichi
“Con l’aggravarsi del contesto di sicurezza, nessun Paese è più in grado di garantire da solo la propria pace e sicurezza. Anche nel campo degli equipaggiamenti per la difesa, i Paesi hanno bisogno di nazioni partner che possano sostenersi a vicenda”, ha scritto Takaichi sui social.
La premier giapponese, lo scorso ottobre, aveva già fatto capire quale strada volesse imboccare, avendo scelto di destinare il 2% del Pil nipponico alla spesa militare. A cosa punta la signora? C’è chi scommette su una revisione completa delle strategie di sicurezza nazionale e di Difesa da attuare entro la fine del 2026. Sull’agenda di Takaichi c’è però anche il sogno – neanche più troppo sogno, in realtà, a giudicare dai numeri del suo governo – di modificare la Costituzione, a partire dalla clausola pacifista che ha fin qui limitato le capacità belliche del Giappone.
Cosa cambia nell’immediato? Se Tokyo poteva fin qui esportare attrezzature per la difesa solo in cinque categorie (soccorso, trasporto, allarme, sorveglianza e sminamento), con le nuove linee guida potrà esportare tutti i tipi di equipaggiamento per la Difesa. Non sarà consentito l’invio di armamenti verso Paesi con conflitti in corso, ma potrebbero esserci delle eccezioni qualora il governo giapponese dovesse ritenere che vi siano ragioni di sicurezza nazionale che lo giustifichino. Il ministero della Difesa ha inoltre precisato che il trasferimento delle armi deve essere approvato dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e che il Parlamento ne verrà informato.
Tokyo mostra i muscoli
“Non ci sarà alcun cambiamento nel percorso postbellico del Giappone come nazione pacifista per oltre 80 anni, né nei suoi principi fondamentali”, ha assicurato Takaichi. Le precedenti normative, introdotte nel 1967 e promulgate nel 1976, limitavano le esportazioni militari giapponesi ad armi non letali, come quelle utilizzate per la sorveglianza e lo sminamento. Tra i Paesi interessati all’acquisto di armi Made in Japan figurano Australia, Nuova Zelanda, Filippine e Indonesia.
Negli ultimi anni, come ha ben sintetizzato il Washington Post, il Giappone ha intensificato gli accordi di trasferimento di armamenti e ampliato le sue partnership di sicurezza con vari governi. Giappone, Italia e Regno Unito, per esempio, stanno sviluppando congiuntamente un aereo da combattimento di nuova generazione. Un anno fa, invece, Tokyo ha concluso un accordo per la vendita di un nuovo modello di fregate a Canberra, mentre a breve prevede di esportare un sistema di comando e controllo nelle Filippine. Dal 2023, inoltre, il governo giapponese ha allentato le restrizioni per consentire la produzione di armi provenienti da altri Paesi tramite accordi di licenza.
Dura la reazione cinese che ha accusato il Giappone di accelerare il processo di “rimilitarizzazione“. “La comunità internazionale, Cina compresa, rimarrà estremamente vigile e si opporrà fermamente a qualsiasi passo verso il ‘nuovo militarismo’ del Giappone”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun.