Il Giappone non si fida più degli Usa e diventa attore della politica di sicurezza asiatica

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La politica statunitense nell’immenso teatro del Pacifico, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha avuto un approccio che viene definito “hub and spoke” (centro e raggio) ovvero di definizione di alleanze/partenariati bilaterali con Paesi chiave o comunque riconducibili a una sfera di interesse ben definita. Questo approccio ha individuato nel Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia i suoi “raggi” principali, utilizzati come estensori e abilitatori delle politiche di sicurezza statunitensi nella regione dell’Asia-Pacifico.

Questo modello relazionale negli ultimi anni si sta trasformando in uno schema più complesso, per una serie di cause determinate principalmente dalla differente postura statunitense e dal mutato contesto di sicurezza nel Pacifico occidentale, dove la Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha intrapreso una politica estera decisamente più assertiva (a tratti aggressiva), utilizzando la coercizione progressiva attraverso il suo strumento militare ed economico, grazie ai rapidi progressi in questi ambiti dettati dal piano di “rinnovamento” del leader Xi Jinping con orizzonte finale posto al 2049.

Il Giappone oggi evidenzia maggiormente questo cambio politico, che internamente è diventato anche culturale, in quanto Tokyo si sta proponendo progressivamente come un attore attivo nel panorama di sicurezza asiatico. Prodromi di questo cambiamento si erano già resi evidenti nel 2007, quando l’allora premier nipponico Shinzo Abe propose il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), supportato dai governi australiano e indiano in prima battuta e solo successivamente accolto dagli USA, che però venne accantonato l’anno successivo. Nel 2017, ancora il Giappone recuperò l’accordo quadrilaterale con Washington che vedeva l’occasione di avere un’impalcatura multilaterale per il contenimento della RPC che le avrebbe permesso di dividerne l’onere. Questo allineamento portò anche alla definizione dell’AUKUS – notevolmente ridimensionato dalla seconda amministrazione Trump – di cui si è anche proposto l’allargamento al Giappone, ma senza risultati di sorta in tal senso.

Questi due accordi rappresentano un unicum nell’assetto sicuritario del Pacifico occidentale, e Tokyo, proprio per il ridimensionamento dell’AUKUS da parte USA e per via dell’oggettivo deterioramento dell’architettura di sicurezza asiatica, ha cominciato a guardare oltre i propri storici alleati nel Pacifico, dapprima richiedendo una maggiore presenza europea in quel quadrante (2019), successivamente avviando importanti accordi bilaterali/multilaterali con Paesi europei di spicco (Italia, Regno Unito, Germania) stabilendo partenariati strategici che includono lo sviluppo di cooperazioni in ambito economico, scientifico e militare.

Programmi internazionali senza gli Usa

La percezione della minaccia cinese – e di quella nordcoreana – che si è saldata a quella russa con l’avvio del conflitto in Ucraina, ha spinto Tokyo ad avviare un’importante e storica politica di rafforzamento del suo strumento militare che non si limita a un maggiore acquisto di armamenti made in USA, ma punta sul doppio binario della produzione autoctona e dell’avvio di programmi internazionali che escludono gli Stati Uniti. Possiamo citare, in quest’ambito, il GCAP (Global Combat Air Programme) che vede coinvolta Tokyo con Roma e Londra per la produzione di un sistema aereo di sesta generazione, proiettando il Giappone in un gotha di Paesi che stanno lavorando a questo progetto aeronautico che avrà enormi ripercussioni in campo tecnologico. Per inciso, possiamo affermare con tranquillità che Washington vede con preoccupazione il progetto GCAP proprio perché allontana Tokyo dalla dipendenza statunitense nel settore degli armamenti, con quella che viene percepita una “pericolosa” ingerenza europea in un teatro dominato storicamente dall’egemonia USA.

Il recente cambiamento della politica nipponica verso l’esportazione degli armamenti ha una duplice lettura: una più pragmatica, e una più politica. A livello pragmatico permetterà al Giappone di non avere restrizioni qualora il GCAP – o altri sistemi sviluppati con altri Paesi – dovesse ricevere ordini esterni al consorzio trinazionale che lo sta sviluppando; dal punto di vista più strettamente politico, significa che il Giappone intende affermarsi come un fornitore di armamenti nel teatro dell’Asia-Pacifico ponendosi in una posizione concorrenziale non solo rispetto alla RPC ma anche agli stessi Stati Uniti.

Questa nuova politica nipponica non va letta soltanto col filtro della percezione della minaccia cinese, ma anche della percepita inaffidabilità statunitense, evidenziata forse per la prima volta in occasione del frettoloso ritiro dall’Afghanistan, e con la determinazione del limite ultimo della presenza statunitense in quel Paese fissato dalla prima amministrazione Trump durante i colloqui in Qatar a febbraio del 2020. La mala gestione del ritiro, il sostanziale abbandono del governo afghano instaurato con l’operazione militare cominciata nel lontano 2001, hanno gettato un’ombra sull’impegno statunitense per la difesa dei propri alleati. La prosecuzione della politica di sganciamento dal fronte europeo di contenimento della Russia e di sostegno all’Ucraina, il recupero aggressivo della Dottrina Monroe di sicurezza dell’emisfero occidentale e le minacce all’Europa riguardanti la sovranità sulla Groenlandia, ma soprattutto la paventata fine degli storici legami transatlantici, stanno definitivamente spingendo Tokyo a ridurre, con molta cautela diplomatica, la propria dipendenza dagli Stati Uniti.

La nuova strategia di sicurezza

L’obiettivo di breve periodo del Giappone non è però quello di troncare i legami con Washington, ma di rafforzare il panorama di sicurezza nel Pacifico occidentale in misura attiva, quindi proseguire quella che sostanzialmente è la politica statunitense per quella regione. Tokyo, sostanzialmente, si sta proponendo non più come un partner subordinato e passivo, ma come un fornitore/intermediario di sicurezza attivo in grado di colloquiare da posizioni più vantaggiose col suo storico alleato, avendo una sorta di “paracadute” qualora le relazioni dovessero incrinarsi per via della volatilità del pensiero tattico della Casa Bianca, e della valutata possibilità che gli USA non riescano a esprimere la giusta deterrenza militare nei confronti della RPC.

Questo approccio si allinea con la strategia di sicurezza del Giappone, che prevede tre livelli: capacità di difesa nazionale, l’alleanza con gli Stati Uniti e la cooperazione con partner che condividono gli stessi valori. Proprio aumentando la cooperazione con altri Paesi allineati dal punto di vista valoriale, e stante la valutazione fatta su impegno e capacità USA, il Giappone sta gettando le basi per avere maggiore supporto in caso di crisi. L’integrazione degli strumenti militari è però ancora lontana e non è paragonabile a quella vigente tra JSDF e forze USA, ma Tokyo sta compiendo ulteriori passi in questo senso partecipando ad addestramenti congiunti e avviando esercitazioni bilaterali in territorio nipponico. In linea generale, la politica di sicurezza di Tokyo resta ancorata al rapporto con gli Stati Uniti, ma ora si propone di estendere il suo raggio d’azione diventando un attore protagonista nel teatro dell’Asia-Pacifico, ponendosi anche come un intermediario in grado di raccogliere Paesi terzi che condividono gli stessi valori.