Il Ministero della Difesa giapponese ha reso noto il 30 luglio che la marina nipponica ha condotto il suo primo test a fuoco reale di un missile da crociera Tomahawk lanciato dal cacciatorpediniere lanciamissili di classe Kongo “Chokai” (DDG-176), dotato di sistema AEGIS. Il test è stato effettuato nell’Oceano Pacifico il 29 luglio mentre il “Chokai” era in missione negli Stati Uniti nell’ambito del programma giapponese di acquisizione dei missili Tomahawk, con il supporto della marina statunitense. Non sono stati resi noti i dettagli del lancio, ma le autorità giapponesi fanno sapere che ha avuto successo, certificando la prontezza dell’equipaggio e dei sistemi di bordo della nave a operare i missili da crociera. Il Ministero della Difesa giapponese aveva annunciato a marzo che il “Chokai” aveva acquisito la capacità di lancio dei Tomahawk, e i funzionari hanno riferito che il lancio è stato effettuato solo ora in quanto il periodo trascorso è servito per verificare le nuove apparecchiature installate e addestrare l’equipaggio alle procedure di lancio.
Il Ministero non ha voluto riferire quando i missili Tomahawk entreranno in servizio operativo nella marina nipponica, affermando che tali informazioni potrebbero rivelare il livello di prontezza difensiva del Giappone. Si sono solo limitati a riferire che il “Chokai” dovrebbe rientrare a Sasebo, suo porto di base, a settembre. I funzionari della Difesa di Tokyo hanno precisato che la U.S. Navy ha fornito il poligono di tiro, monitorato il tratto di mare e lo spazio aereo dove è avvenuto il test e ne ha supportato la pianificazione, ma hanno tenuto a sottolineare che il lancio è stato effettuato dall’equipaggio giapponese, aggiungendo da ultimo che nessun ulteriore test a fuoco reale è previsto. Il Giappone al momento non ha in programma di condurre test a fuoco reale simili a bordo di altri cacciatorpediniere dotati di sistema AEGIS in fase di modifica per l’impiego dei missili Tomahawk, in quanto non sono ritenuti necessari dalla marina nipponica poiché il sistema di lancio verticale Mk 41 e le relative attrezzature di lancio dei Tomahawk hanno già una vasta esperienza operativa con la U.S. Navy.
Attualmente, la Difesa nipponica ha ricevuto circa 694 milioni di dollari dal bilancio per modificare cinque cacciatorpediniere per l’utilizzo dei missili Tomahawk: oltre al “Chokai”, si tratta del “Kirishima”, “Haguro”, “Myoko” e “Atago”. Il Giappone sta anche lavorando a due unità navali diverse, specificatamente pensate e costruite intorno al sistema AEGIS, che dovrebbero entrare in servizio nel 2027 e nel 2028. Sebbene queste due navi siano destinate a operare con missili Tomahawk in futuro, il Ministero della Difesa ha affermato che non è previsto che ne abbiano la capacità di lancio al momento dell’entrata in servizio.
Un passaggio epocale
Il test del 29 luglio segna un passaggio epocale per il Giappone e per la marina nipponica: per la prima volta dal secondo dopoguerra il Paese ha utilizzato un’arma di attacco a lungo raggio. Potrebbe sembrare banale, ma non per un Paese che ha una costituzione strettamente pacifista al punto da aver proibito il possesso di strumenti di attacco ritenuti “offensivi” come le portaerei, o che ha utilizzato cacciabombardieri appositamente modificati per non diventare strumenti di attacco a lungo raggio. Il punto chiave di questa politica è l’articolo 9 della Costituzione nipponica, che stabilisce che “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali”. A tal fine, l’articolo prevede che “le forze terrestri, marittime e aeree, così come un altro potenziale bellico, non saranno mai mantenute”. Formalmente, il Giappone non ha un vero e proprio esercito, bensì delle Forze di autodifesa il cui compito è quello di mantenere il minimo livello necessario di difesa della nazione, e proprio in quanto “di autodifesa”, nessuno strumento palesemente offensivo come una portaerei, un bombardiere strategico o un missile balistico può essere formalmente posseduto dal Giappone.
Tokyo, per far fronte alla crescente minaccia cinese – combinata con quella russa – ha attuato un cambio di paradigma della Difesa ricercando da anni capacità stand-off in forza del concetto di “difesa in profondità”, quindi evitando di incappare nei limiti imposti dalla Costituzione.
In questo senso il dicastero della Difesa nipponico ha stabilito già due anni fa di acquisire dagli Stati Uniti 400 missili da crociera “Tomahawk” Block IV per un valore di 1,03 miliardi di dollari, ma soprattutto sta velocemente progredendo nella missilistica casalinga, avendo avviato un programma autoctono per nuovi missili da crociera antinave (il Type-12) basati a terra e di vettori ipersonici del tipo HGV (Hypersonic Glide Vehicle).
Dal punto di vista politico si potrebbe pensare che questo riarmo nipponico sia stato pensato per compiacere Washington che, da quando è in carica il presidente Trump, sta spingendo (e costringendo) gli alleati affinché aumentino le proprie spese per la Difesa. Ma non è proprio così. Il Giappone è invero preoccupato per la probabile latitanza di Washington dallo scacchiere asiatico in quanto la politica estera statunitense, che privilegia l’attenzione verso l’emisfero occidentale in un rilancio della Dottrina Monroe, viene percepita in qualche modo isolazionista, ma non “delegazionista” come quella di obamiana memoria, e turba non poco i vertici della Difesa nipponica, alle prese con una Cina sempre più aggressiva nelle vicinanze dell’arcipelago nipponico e ingombrante dal punto di vista militare.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

