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Lo scorso 28 ottobre le Commissioni Difesa riunite di Camera e Senato, nell’ambito dell’esame del Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa per il triennio 2021–2023 (Dpp), hanno svolto l’audizione del generale Enzo Vecciarelli.

Per il generale l’audizione è stata l’ultima del suo mandato: Vecciarelli è stato recentemente sostituito nel ruolo di capo di Stato maggiore della Difesa dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone.

L’intervento del (ex) Csm, a nostro giudizio, è destinato a essere ricordato per lungo tempo: il generale ha infatti detto che il nostro Paese deve avere una visione più autonoma del suo agire politico. Partendo dalle considerazioni sulla recente linea politica della Comunità Europea riguardante la ricerca di una politica estera e di difesa comunitarie, nel quadro dell’ottenimento di una maggiore autonomia strategica, il generale ha affermato che un’Ue più forte, con più autonomia nelle operazioni militari, non può far altro che rafforzare la Nato, ma soprattutto un’Italia più forte in Europa può essere una maggior forza per l’Alleanza Atlantica.

Vecciarelli ha aggiunto che per conseguire questa forza, quindi questa autonomia, che non deve essere professata chiaramente politicamente, uno dei concetti strategici fondamentali è quello dei “viali complanari”. Con questa espressione il generale intende dire che il nostro Paese agisce, e deve continuare ad agire, nel contesto degli organismi internazionali, ma fino a quando i loro obiettivi sono conformi alle nostre esigenze; laddove questi divergano si può agire “in parallelo”, affiancandoli, per salvaguardare maggiormente i nostri interessi.

Questo “parallelismo” deve essere messo in atto con un rapporto diretto, quindi bilaterale, con certi Paesi – col meccanismo che viene chiamato Government to Government (G2G) – non solo per per quanto riguarda l’ambito commerciale (quindi per rafforzare le nostre esportazioni), ma anche per la salvaguardia delle nostre esigenze. Il generale ha affermato che per far questo, nel tempo, le nostre forze armate sono state dotate di sistemi di armamento ritenuti indispensabili, però ha anche sottolineato come, sempre per mancanza di risorse, non si siano curati abbastanza quelli che vengono chiamati in gergo enabler (abilitanti), ovvero gli strumenti che consentono di mettere a frutto le capacità dei singoli.

L’ultimo Dpp ha posto maggiore cura a queste esigenze, a partire dall’ambito informativo e dalla sua condivisione. Vecciarelli ha anche fornito una panoramica generale della situazione della Difesa attuale, che può contare su un totale a bilancio di 24,58 miliardi di euro, di cui 16,81 per la funzione difesa. Di questi, ancora una larga fetta, pari al 62%, viene assorbita dal personale, il 24% è destinato agli investimenti, il resto per l’esercizio. Considerata la funzione difesa integrata con l’apporto del Mise (il Ministero per lo Sviluppo Economico) si passa a 20,51 miliardi di euro.

Il generale ha ribadito che la difesa è un assetto fondamentale per il Paese: se si perde la capacità industriale in questo campo si perde la sovranità nazionale. È stato ricordato che circa l’82% dei finanziamenti in questo campo restano nell’ambito nazionale, mentre il restante 18% viene fatto all’estero ma con l’obiettivo di “portare a casa” il know how. La rotta politica è sempre stata, quindi, quella di sfruttare l’industria nazionale e le sue competenze per sviluppare sistemi d’arma: ovvero spendere in Italia quando possibile. Questa maggiore ricerca di autonomia, significa per l’Italia avere la possibilità di ottenere la leadership in ambito europeo e nella Nato, al fine di ottenere un’Europa più attiva in ambito internazionale.

Il generale ci ha ricordato anche che la competizione strategica mondiale ha cambiato di passo e che gli Stati Uniti, come andiamo affermando da tempo su queste colonne, si sono concentrati su altro quadrante strategico: l’Asia. Pertanto finché non saremo chiamati a intervenire in funzione dell’articolo 5 della Nato, dobbiamo “sbrogliare” i nostri problemi da soli. Questo significa che dobbiamo guardare al Mediterraneo Allargato e all’Africa proprio sfruttando il concetto di “viali complanari” per cercare di stringere legami bilaterali per salvaguardare i nostri interessi, spesso in conflitto con quelli di nostri alleati della Nato anche di primo livello.

Lo stesso principio però, aggiungiamo noi, deve essere applicato anche oltre il nostro “cortile di casa” e proprio perché, come detto da Vecciarelli, il fulcro dell’azione statunitense si è spostato in Estremo Oriente. Se infatti Washington ha rimodulato la sua postura di politica estera (e quindi di presenza militare) in quel settore non è solo ed esclusivamente per contrastare l’avanzata e l’assertività della Cina, ma anche perché in quella regione di globo si è spostato il centro dell’economia e dei commerci del mondo e i volumi di traffico commerciale passanti per i mari dell’estremo oriente lo dimostrano.

Il generale ha anche ricordato che sono stati avviati 85 programmi per la Difesa, e sempre più a carattere pluriennale, di cui alcuni considerati strategici: tra di essi il programma per il caccia di sesta generazione Tempest, quello per l’acquisizione di capacità dati Defense Cloud, il rinnovamento dei mezzi anfibi da combattimento (Vba), l’adeguamento della difesa aerea missilistica, il completamento degli studi per la nuova classe di cacciatorpediniere (DDX) ed altri.

Quindi dove la gestione degli enti sovranazionali dimostri di andare contro i nostri interessi, occorre che l’Italia agisca unilateralmente andando a cercare un approccio diretto con quei Paesi che possono garantire la nostra sicurezza (e prosperità). La politica nazionale ha già recepito l’importanza, in questo senso, del Sahel e di altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo (ad esempio l’Egitto), ma è bene guardare anche oltre: sarebbe infatti opportuno implementare i contatti con le nazioni del Corno d’Africa (soprattutto quelle che hanno avuto un nostro passato coloniale) cercando di aumentare la nostra influenza in quel settore del continente che attualmente vede la presenza di altri nostri competitor nonché di veri e propri avversari dell’Alleanza Atlantica. Restando in Africa bisognerebbe guardare attentamente al Marocco e alla Tunisia in chiave di controllo dell’attività algerina, mentre cambiando radicalmente settore e passando all’Estremo Oriente, dovremmo implementare i legami bilaterali con alcuni Paesi dell’Asean (nella fattispecie l’Indonesia), con l’India e col Giappone per avere più peso nella delicata politica dell’Indopacifico e non restare esclusi dal nuovo scacchiere su cui giocano già importanti pedine europee: Francia, Regno Unito e Germania.