Alla vigilia dell’insediamento della seconda presidenza Trump, le forze armate statunitensi stanno attraversando un processo di riforma determinato dal cambiamento degli equilibri globali. Un cambiamento cominciato da lustri, e che ha portato il Pentagono a ricalibrare il proprio strumento militare in funzione del prepotente ritorno degli scenari di conflitto convenzionale, ma soprattutto in funzione del contrasto alla crescente potenza militare cinese.
Ma cosa c’è da aspettarsi, dal punto di vista delle forze armate USA, dal prossimo quadriennio Trump? Il processo di modernizzazione e ricalibrazione dello strumento militare statunitense certamente non cesserà, anzi vedremo un’accelerazione di taluni programmi considerati essenziali per il rinnovamento, come ad esempio quelli riguardanti i sistemi ipersonici, ancora considerati fondamentali stante il ritardo accumulato nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e della Russia, ma soprattutto per via della proliferazione degli stessi a livello globale. Altrettanto sicuramente, però, verrà messa in atto una più profonda razionalizzazione delle spese – quindi delle modifiche anche importanti ai requisiti di sistema e/o, più in grande, a interi programmi di acquisizione – per evitare di incappare negli errori del passato (vedasi JSF – Joint Strike Fighter).
Proprio questa tematica sta toccando il programma dell’USAF per il caccia di sesta generazione NGAD (Next Generation Air Dominance) che ha visto un’importante ridefinizione dei requisiti di sistema per cercare di abbassarne il costo unitario, stimato, qualche mese fa, in circa 300 milioni di dollari. Il progetto, reso noto nel 2010, aveva come requisito principale di sviluppo quello di essere una piattaforma Penetrating Counter-Air (PCA), pensata per sostituire gli F-22 Raptor. Poi la piattaforma si è evoluta in qualcosa di più, anche grazie alla richiesta di poter interagire con droni da attacco (i CCA – Collaborative Combat Aircraft), aspetto quest’ultimo su cui ancora oggi insistono i vertici dell’USAF.
La priorità in questo momento sembra essere quella di avere un approccio flessibile per la progettazione, ma il NGAD si configura come una famiglia di sistemi, e la possibilità di avere una piattaforma omni-ruolo a costi contenuti è una chimera, come dimostra la storia dell’F-35 (che però è stato vessato da soluzioni industriali poco agili). L’amministrazione Trump difficilmente cancellerà il programma, che è praticamente stato “azzerato” per quanto riguarda la definizione dei requisiti, ma non è da escludere che si decida per una strada di compromesso optando per una macchina molto meno omni-ruolo e, allo stesso tempo, accelerando nella produzione degli F-15EX. Meno probabile è la riapertura delle linee di produzione dell’F-22, sebbene la politica USA abbia preso in considerazione questa opzione nel recente passato.
Per continuare ad avere uno strumento di deterrenza credibile ed efficace, gli Stati Uniti dovranno necessariamente accelerare lo sviluppo del nuovo bombardiere strategico B-21 “Raider”: il velivolo è in produzione da oltre un decennio e l’USAF vuole una capacità operativa prima che finisca il decennio. Oltre ai test di volo, i tre prototipi stanno testando nuove tecnologie che non sono state divulgate del Pentagono. È probabile che ogni B-21 costerà tra circa 750 milioni di dollari ovvero quasi a 1,3 miliardi meno rispetto al B-2 “Spirit” che andrà a sostituire (insieme ai B-1B), che costa la cifra astronomica di 2 miliardi di dollari a esemplare. L’USAF vorrebbe avere 100 di questi nuovi bombardieri in servizio.
Il programma LGM-35A “Sentinel” per un nuovo ICBM (Intercontinental Ballistic Missile) proseguirà nonostante la sua revisione, determinata da un aumento dei costi dell’81% rispetto al budget, con conseguente costo complessivo che ora ha raggiunto quasi i 140 miliardi di dollari. L’orizzonte temporale non è del tutto definito, stante la recente modernizzazione dei Minuteman III (2012) che dovrebbero restare in servizio almeno sino al 2050.
Il settore navale sarà quello più impegnativo da affrontare per la nuova amministrazione: da tempo la cantieristica USA soffre di mancanza di manodopera specializzata dopo i tagli (e le chiusure) degli anni passati, e con una PLAN (People’s Liberation Army Navy) in espansione numerica (e con nuove tipologie di unità in prossimo ingresso in servizio come la portaerei “Fujian”), questo potrebbe rappresentare un serio problema nel medio/lungo periodo se non si deciderà di investire in nuovi cantieri capaci di sostenere i ritmi di produzione richiesti dalla U.S. Navy per le nuove unità di superficie e subacquee. Secondo il Segretario della Marina, il primo battello della nuova classe di sottomarini lanciamissili balistici “Columbia” verrà schierato nel 2030, ma esistono, per le già citate problematiche, ritardi nella produzione: 96 mesi per ciascun sottomarino invece degli 84 originariamente preventivati.
Il programma, che è la massima priorità di acquisizione del Pentagono e modernizza la parte marittima della triade nucleare, ha un margine di errore esiguo perché ogni battello deve sostituire in un rapporto “uno a uno” i sottomarini di classe Ohio in fase di dismissione. Per assorbire il rischio, la U.S. Navy sta estendendo la vita operativa di un massimo di cinque classe Ohio. La marina USA sta velocizzando anche la consegna delle sue nuove portaerei a propulsione nucleare di classe Ford per venire incontro alla maggiore necessità strategica (e operativa) sviluppatasi col ritiro dal servizio del “Enterprise”, le tempistiche allungate dei lavori di routine su quelle in servizio, e la crescente instabilità globale.
I Marines, come sappiamo da tempo, stanno tornando alla loro vocazione prettamente anfibia e stanno parallelamente ingrossando le proprie capacità contro-bolla in sinergia con l’U.S. Navy mentre l’U.S. Army sta spingendo sulle capacità di colpire obiettivi a lungo e lunghissimo raggio, grazie alla fine del Trattato INF sulle forze missilistiche intermedie, attraverso lo sviluppo del sistema “Typhon”, che sarà accompagnato anche da vettori ipersonici una volta disponibili.
Generalmente, pertanto, le sfide per la nuova amministrazione resteranno le stesse affrontate da quelle precedenti in considerazione dello scenario che da tempo si è delineato sul palcoscenico globale. Riteniamo poco probabile quindi che la nuova presidenza adopererà dei tagli lineari, ma, come già detto, verranno rivisti i programmi più dispendiosi per cercare di ridurne i costi.

