L’Alleanza Atlantica, col progredire della crisi ucraina – cominciata nel 2014 – ha individuato nel suo fronte orientale il dossier preponderante per quanto riguarda la sicurezza del continente europeo.
Come sappiamo, l’incrinatura dei rapporti tra Russia e Stati Uniti (Monaco 2007), visti da Mosca come gli unici artefici della politica di sicurezza europea e della relativa espansione verso Oriente, e il conflitto con la Georgia (agosto 2008), hanno determinato una maggiore preoccupazione tra i membri orientali della Nato, e pertanto anche i prodromi del ritorno, a Washington, di una politica di assicurazione del contesto di sicurezza europeo tramite la European Reassurance Initiative (poi diventata European Deterrence Initative – Edi) nel 2015, ovvero dopo che Mosca aveva effettuato il suo colpo di mano in Crimea.
Dal 2014 all’invasione russa dell’Ucraina, l’Alleanza ha progressivamente spostato il baricentro a Oriente, e gli Stati Uniti – a malincuore per via delle impellenze indo-pacifiche – parallelamente hanno aumentato la loro presenza militare in Europa. La difesa del fianco Est della Nato ha imposto, ad esempio, l’aumento e la stabilità temporale delle missioni di Air Policing nell’area del Baltico e in Romania, mentre dal 2022 sono nati ulteriori battlegroup multinazionali (i primi creati nel 2016) posizionati nei Paesi dell’Europa orientale (Ungheria, Romania, Slovacchia ad es.) nel quadro di una enhanced forward presence (presenza avanzata potenziata).
L’Italia ha contribuito attivamente a questi impegni dell’Alleanza, mobilitando le sue forze terrestri, aeree e navali (queste ultime impiegate da tempo nelle formazioni miste collettive), offrendo una panoplia di personale e mezzi altamente specializzati. L’Italia è un Paese al fronte dell’Alleanza, come lo sono le nazioni dell’Europa dell’Est, ma il suo fronte, condiviso con Spagna, Grecia, Francia (sebbene Parigi abbia una postura diversa come sappiamo) e parzialmente anche con la Turchia, è quello meridionale.
Il fronte Sud è stato trascurato dalla Nato, soprattutto col sorgere della crisi ucraina, lasciando i Paesi membri a stabilire accordi bilaterali o multilaterali con le nazioni più importanti nel quadro della sicurezza dell’Africa subsahariana e del nord.
Recentemente, anche e soprattutto grazie all’attività di disinformazione russa (e cinese), i Paesi della fascia del Sahel si sono sganciati da questi accordi (principalmente francesi), preferendo affidarsi a Mosca per risolvere le annose questioni di sicurezza interna legate al sorgere di movimenti estremisti di stampo islamico, o comunque centrifughi.
Il fallimento della missione francese di counterinsurgency Barkhane (2014 – 2022), poi affiancata da Task Force Takuba a carattere multinazionale (quest’ultima anche con partecipazione italiana) attiva dal 2020 al 2022, in Mali, dimostra sia come il contesto socio/politico del Sahel sia difficoltoso da penetrare in modo favorevole agli interessi europei, sia l’efficacia della disinformazione russa: in quel Paese subsahariano, come in altri, sono subentrati infatti i miliziani russi del fu “Gruppo Wagner”, ora noto come “Africa Corp” raggruppando altre Pmc (Private Military Company) che operano in quel continente.
L’Italia però è riuscita a mantenere una presenza in alcune nazioni di quella parte di continente africano (Niger) e a mantenere buoni rapporti con altre comunque fondamentali per la propria sicurezza (Etiopia), soprattutto grazie a un rinnovato interesse della politica nazionale verso l’Africa.
Dal punto di vista della sicurezza collettiva dell’Europa lungo il fronte meridionale, sicuramente l’Unione Europea ha dimostrato maggior attivismo e interesse: numerose sono (e sono state) le missioni militari dell’Ue in Africa e nel suo intorno secondo il principio della multinazionalità: sui mari ricordiamo Eunavfor Med per il controllo del Mediterraneo, Atalanta per la protezione dagli attacchi di pirateria nel Golfo di Aden/Mare Arabico, e l’ultima nata, Aspides, per la protezione del traffico marittimo lungo lo Stretto di Bab el-Mandeb dagli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi, usati dall’Iran come proxy.
L’Italia, anche in questo caso, è uno dei maggiori contributori: ricordiamo che attualmente la forza militare marittima Euromarfor è a comando italiano e vede la presenza di diverse unità nazionali, mobilitate a seconda dei compiti che essa deve svolgere.
Fondamentalmente la Nato ha quindi tenuto in secondo piano il suo fronte meridionale, esprimendo solo la propria capacità di deterrenza attraverso forze aeronavali nell’intorno del Mar Mediterraneo, e se escludiamo le missioni del Bomber Task Force statunitense che, saltuariamente, effettua addestramento dimostrativo coi partner statunitensi del nord Africa, sostanzialmente l’Alleanza Atlantica non è attiva nelle vere aree di crisi africane: il Sahel e la fascia equatoriale.
Per l’Italia, così come per altre nazioni europee della Nato, quelle stesse aree rappresentano, nel quadro del Mediterraneo Allargato, un dossier prioritario e nonostante le numerose richieste di Roma all’Alleanza Atlantica di prendere in carico quel fronte allo stesso modo di come è stato preso in carico quello orientale, è stato fatto poco o nulla.
Bisogna però riferire, oggettivamente, che le richieste nazionali sono state sempre vaghe, non avendo suggerito un piano di azione che fosse veramente tale, forse pensando che sarebbe stato stabilito dalla Nato. Senza dubbio, quindi, l’Italia deve mostrarsi più pragmaticamente propositiva in seno all’Alleanza per quanto riguarda il fronte meridionale, ma allo stesso tempo è necessario che quest’ultima ricalibri la propria postura con la consapevolezza che i Paesi africani in questione desiderano sicurezza senza scendere a compromessi per quanto riguarda il proprio ordinamento statuale o altre questioni “umanitarie”.
Questo per inciso è uno dei motivi – insieme alla vendita di armi a basso costo – per i quali la Russia ha avuto successo, sebbene in questi mesi il malcontento (soprattutto tra Mali e Burkina Faso) per la non risoluzione della problematica dell’insurgency stia crescendo. Oggettivamente si tratta di una condizione di difficile attuazione, stante il comportamento di talune giunte militari africane e la necessità occidentale/europea di avere ben saldi i principi dei diritti umani, però per i nostri interessi nazionali, e per quelli dell’intera Europa, bisognerebbe capire che contrastare il binomio Russia/Cina in Africa significa contenerle esattamente come avviene sul fronte orientale e nell’Indo-Pacifico.
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