Mancano ormai pochi mesi all’avvicendamento del segretario generale della Nato, previsto per il prossimo primo ottobre dopo la consueta elezione tra i candidati dei Paesi membri, e il clima generale è chiaramente deteriorato dai rapporti tra l’Alleanza e la Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina di febbraio 2022.
In seno alla Nato negli ultimi anni, più o meno a partire dal 2006 con un evento particolare che affronteremo a breve, la percezione del pericolo dato dall’atteggiamento della Federazione Russa ha determinato una spaccatura netta tra alcuni Paesi membri che un tempo facevano parte del Patto di Varsavia o erano compresi nell’Unione Sovietica e quelli storici facenti parte dell’Alleanza. Una frattura dalle connotazioni geografiche al punto che si potrebbe tranquillamente affermare che esista una “questione orientale” interna alla Nato.
Il peso della storia
I tre Paesi Baltici, entrati nell’Alleanza Atlantica nel 2004, e la Polonia che ne fa parte dal 1999, sono quelli che sentono di più la minaccia russa per motivazioni storiche differenti e perché condividono un confine diretto con la Federazione o con la Bielorussia, considerata giustamente un satellite di Mosca come ai tempi della Guerra Fredda stante il ruolo chiave che ha avuto nell’invasione dell’Ucraina del 2022.
Altri ex appartenenti al Patto di Varsavia, come la Romania, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e quella Slovacca, hanno dimostrato nel corso degli anni di non condividere in pieno la visione (quasi esasperata) di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia sul pericolo russo, sebbene si debba considerare che tutti e quattro hanno un generale allineamento alle politiche orientali dell’Alleanza negli ultimi anni: anche Budapest, che a prima vista potrebbe sembrare “filo-russa” per via dei suoi rapporti energetici con Mosca, in realtà ha richiesto la presenza di un Battle Group Nato sul suo territorio (idem la Slovacchia), mentre la Romania, che era già sede di questo reparto misto, ha avviato le pratiche per ingrandire una base aerea funzionale per l’Alleanza nonché ha aumentato le sue spese per la Difesa siglando contratti per acquistare F-35 e carri armati M1 “Abrams”.
Motivazioni di ordine storico, dicevamo, plasmano la politica dei Baltici e della Polonia verso la Russia: Estonia, Lettonia e Lituania nel 1940 sono state inglobate nell’Unione Sovietica sino alla sua dissoluzione, e anche in quel particolare momento storico Mosca non ha esitato a inviare truppe (in Lituania) per cercare di bloccarne l’indipendenza, ma il gigante sovietico era ormai caduto definitivamente; la Polonia ricorda ancora l’attacco sovietico nel 1939 e lo smembramento del suo territorio tra l’Urss stalinista e la Germania hitleriana, nonché la durissima occupazione sovietica successiva, che ha cercato di eliminare ogni tipo di orgoglio nazionale e sentimento religioso insieme al massacro di Katyn, dove i sovietici hanno assassinato più di 20mila ufficiali dell’esercito polacco per eliminare un’intera classe dirigente.
La storia, quindi, ha un peso enorme nella visione di questi Paesi, ma va aggiunta anche la condotta russa nel corso di questi ultimi anni: il primo campanello d’allarme è stato infatti l’invasione della Georgia nel 2008 che ha dimostrato come la Federazione ritenga opportuno regolare il suo intorno geografico utilizzando la forza militare. Prima ancora del conflitto georgiano, che ha portato la regione dell’Ossezia del Sud nell’orbita di Mosca, c’è stata un’altra aggressione russa, stavolta indiretta, che ha messo subito in chiaro l’atteggiamento russo verso i suoi ex satelliti: ad aprile 2007, a seguito di una disputa diplomatica con la Russia sull’abbattimento di un monumento ai caduti sovietico, l’Estonia è stata presa di mira da una serie di attacchi informatici contro siti web finanziari, mediatici e governativi che sono stati bloccati da un enorme volume di spam attribuibile ad hacker russi.
Questo attacco informatico di Stato ha avuto un impatto talmente alto nell’Alleanza, che l’Estonia è diventata sede del Nato Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence, il centro di eccellenza per la difesa cyber che si trova a Tallinn, inaugurato nel 2008.
Strategie di difesa nazionale “antirusse”
Baltici e Polonia hanno plasmato le loro strategie di Difesa nazionale in funzione antirussa più di ogni altro membro dell’Alleanza Atlantica.
Varsavia nel suo documento ufficiale di sicurezza nazionale del 2020 descrive la Russia come la “più seria minaccia” a causa della sua politica “neo-imperialista” che prevede anche l’utilizzo della forza militare. L’aggressione alla Georgia, l’annessione illegale della Crimea e l’attività nell’Ucraina orientale hanno violato, si legge, i principi base del diritto internazionale minacciando la stabilità della sicurezza in Europa.
Nel documento viene anche evidenziata l’attività di sviluppo del settore militare della Federazione Russa che ha posto nel mirino l’Occidente con il diretto riferimento alle bolle A2/AD della regione del Baltico, entro le quali ricade una parte considerevole del territorio polacco: l’oblast di Kaliningrad è infatti una exclave russa dove sono schierati diversi assetti missilistici di vario tipo in grado di raggiungere, con la loro gittata, il territorio interno della Polonia.
Ancora la Russia viene accusata di adoperare strumenti non ascrivibili alla guerra convenzionale per minacciare la pace e la stabilità con lo scopo di recuperare la sua sfera di influenza: si fa espresso riferimento, infatti, al concetto di “guerra ibrida” che potrebbe generare un conflitto anche in modo non intenzionale e che è stato magistralmente messo in atto nel 2014 durante il putsch in Crimea.
L’Estonia, che prendiamo come esempio dei Baltici, ha proceduto similarmente alla Polonia definendo la Federazione una “crescente minaccia” dal punto di vista militare nel suo National Security Concept (edito nel 2023), senza dimenticare di citare l’utilizzo di attacchi ibridi e minacce asimmetriche per raggiungere i propri obiettivi politici da parte di Mosca. Tali attività di influenza, si legge nel documento programmatico, possono riguardare gli ambiti più vulnerabili della vita, dallo sfruttamento della dipendenza energetica alla migrazione indotta artificialmente o agli attacchi a servizi vitali e al cyberspazio. Le attività dei servizi speciali russi, che comprendono sia attività controverse sia la diffusione deliberata di disinformazione, vengono definite “una minaccia permanente per l’Estonia”.
Visioni che premono sull’Alleanza
Pertanto non sono mancati, da parte di queste nazioni, diversi appelli e avvisi riguardanti la minaccia russa: l’intelligence estone, ad esempio, qualche mese fa ha rivelato che Mosca si starebbe preparando per un conflitto con la Nato da scatenare “entro i prossimi 10 anni” mentre lo stesso ministro degli Esteri di Tallinn ha avvisato che l’Alleanza ha “tre o quattro anni di tempo per rafforzare le sue difese prima che Putin le testi direttamente visto il potenziamento della “macchina da guerra” russa.
La Polonia, oltre a investire nella Difesa più di ogni altro Paese dell’Alleanza con l’obiettivo di portare la percentuale di Pil in questo settore al 5% entro pochi anni, da tempo chiede agli Stati Uniti di schierare armi nucleari tattiche sul proprio territorio come forma di deterrente nei confronti della Russia, secondo lo stesso meccanismo che vede le atomiche tattiche già presenti da decenni in altri Paesi della Nato.
Si tratta solo di russofobia? Questi Paesi hanno ogni tipo di ragione di temere la Federazione, perché come abbiamo detto la storia ha un peso importante. Più di tutto, però, ha un peso il presente e la Russia non sta facendo nulla per smentire i timori di Polonia e Baltici: le operazioni ibride sono una costante, così come gli attacchi informatici o il semplice disturbo del segnale Gps nell’area del Mar Baltico, dove come abbiamo detto l’exclave russa di Kaliningrad è assimilabile a un’enorme base militare, che per inciso è l’origine di tali disturbi.
Questi timori trovano sponda anche nella recente presenza della Svezia nella Nato, che da tempo ha intrapreso una politica di potenziamento del suo strumento militare arrivando anche a reintrodurre la leva obbligatoria, se pur di tipo selezionato.
Il “Fronte sud” rientra nel contenimento della Russia
Esiste quindi una “questione orientale” nella Nato? Indubbiamente. Non bisogna però dimenticare che se il fronte est dell’Alleanza è fondamentale per la sicurezza del continente europeo, quindi anche la difesa dell’Ucraina lo è, anche il fronte sud è vitale per la stabilità dell’Europa.
Proprio in chiave di contrasto alla Russia, nella Nato si dovrebbe pensare che essa è un attore attivo e importante in Africa, soprattutto in zone chiave come la Libia e il Sahel, dove sono presenti da anni Pmc (Private Military Company) russe che ormai non sono nemmeno più così tanto “private” (ammesso che prima si potessero effettivamente considerare come tali) agendo apertamente per conto del ministero della Difesa di Mosca.
Avere un piano strategico per contrastare l’attività russa in Africa, quindi sul fronte sud, significherebbe alleggerire la pressione russa sul fianco orientale della Nato in quanto metterebbe in difficoltà l’approvvigionamento di materie prime (e banalmente quello finanziario) di Mosca.
Proporsi come attori competitivi nella security building di certi Paesi africani, proporsi come security provider nel senso più ampio (quindi anche fornendo armamenti), permetterebbe di estromettere la Russia ma solo se si riuscisse a cambiare la propria “offerta”, ovvero cambiare la modalità di porsi diventando più attivi nella contro-informazione (per contrastare la narrazione di Mosca e Pechino) e dimostrando di non avere un atteggiamento “colonialista”.
Siamo davvero sicuri che sia da temere più l’aggressione russa all’Ucraina e non il tentativo russo di avere basi navali in Libia? Il mare è un confine molto più labile e più facilmente penetrabile rispetto a quello terrestre, e la possibilità di avere unità navali russe lanciamissili da crociera basate a poche centinaia di chilometri dalle coste meridionali dell’Europa dovrebbe far sobbalzare sulla sedia i militari a Mons.
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