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Per “filo di perle” si intende una teoria geopolitica che spiega le mosse della Cina, nella regione dell’Oceano Indiano, volte a instaurare diversi punti strategici fatti di infrastrutture per sostenere la sua espansione economica e commerciale.

Più precisamente, si riferisce alla rete di strutture ad uso duale, militare e commerciale, sviluppate da Pechino nei Paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano (e mari contigui) tra la Cina continentale e Port Sudan.

Questa strategia è quindi guidata dalla necessità della Cina di assicurarsi rotte commerciali e petrolifere che vanno oltre il continente asiatico in quanto fondamentali per il suo sviluppo. Ciò ha significato stabilire un maggiore livello di influenza lungo tali rotte marittime attraverso investimenti, sviluppo portuale e diplomazia.

Uno dei primissimi passi in tal senso è stato il varo del CPEC (China–Pakistan Economic Corridor), un corridoio marittimo e terrestre avente lo scopo di garantire e ridurre il passaggio delle importazioni di energia della Cina dai paesi del Medio Oriente, evitando la rotta passante dallo Stretto di Malacca tra la Malesia e l’Indonesia, che Pechino ritiene non sicura per via della possibilità di un blocco navale statunitense o comunque da un’alleanza di potenze a lei ostili dotate di capacità navali atte a farlo.

Mappa di Alberto Bellotto

Il CPEC ha portato alla costruzione di un porto con acque profonde a Gwadar, in Pakistan e a una serie di investimenti in infrastrutture terrestri che hanno visto il sorgere di linee ferroviarie e stradali in quel Paese. Più o meno coevo a questo accordo è l’avvio della Belt and Road Initative (BRI), con finalità simili ma più estese geograficamente, arrivando a toccare i continenti africano ed europeo.

Come detto, la creazione di una rete di commerci marittimi, ne impone la difesa, e la Cina sta provvedendo a estendere il braccio delle sue forze armate – soprattutto marittime – proprio sfruttando la rete di infrastrutture portuali che si offre di costruire in alcuni Paesi bersaglio.

Ufficialmente Pechino ha sempre sostenuto che gli scali marittimi costruiti tra Sudest Asiatico, Medio Oriente e Africa siano per uso commerciale, ma essi possono essere utilizzati anche per il supporto alle unità da guerra della PLA Navy, la marina militare cinese.

Dal punto di vista infrastrutturale, poi, la Cina guarda anche oltre il continente africano – che rappresenta il primo obiettivo della politica economica nazionale per via della sua ricchezza in materie prime – e ha cominciato a inserirsi anche in Oceania, andando a toccare alcuni arcipelaghi del Pacifico.

Mappa di Alberto Bellotto

Recentemente, infatti, ha destato scalpore la notizia della penetrazione cinese nelle isole Salomone che hanno stretto un “patto di sicurezza” con la Cina che ha fatto immediatamente pensare alla possibilità che Pechino possa, in un futuro non molto lontano, instaurare una base navale. Il governo delle isole si è affrettato a smentire questa possibilità, affermando che non permetterà mai nulla di simile, ma la trappola del debito è in agguato, e non è possibile escludere che la Cina possa chiedere come pagamento per l’aiuto fornito l’installazione di un presidio militare navale.

Restando in Oceania, anche Kiribati ha destato il medesimo allarme quando Pechino nel 2021 ha elaborato piani per rimodernare una pista di atterraggio e un porto su una delle remote isole dell’arcipelago che dista circa 3400 chilometri dalle Hawaii, nel tentativo di far rinascere un sito che ospitava aerei militari durante la Seconda Guerra Mondiale. In una dichiarazione fatta a Reuters, il ministero degli Esteri cinese aveva affermato che Pechino stava esplorando piani per l’ammodernamento e il miglioramento della pista di atterraggio, su invito del governo di Kiribati, per facilitare il trasporto aereo all’interno del Paese.

Pechino in quella occasione aveva affermato che la cooperazione della Cina con Kiribati rispetta il concetto di “cooperazione reciprocamente vantaggiosa” (o win-win) ed è “entro i limiti della sua capacità di fornire aiuto senza condizioni politiche”. La parte più interessante, oltre al fatto che l’arcipelago di Kiribati rappresenta la più grande Zee (Zona di Esclusività Economica) del mondo coi suoi 3,5 milioni di chilometri quadrati, è che l’aeroporto è posizionato lungo le principali rotte marittime tra il Nord America, l’Australia e la Nuova Zelanda, facendone quindi uno snodo strategico per il controllo delle stesse.

Mappa di Alberto Bellotto

Se guardiamo al continente africano, il panorama si fa molto più interessante in quanto la Cina è molto più attiva rispetto ad altrove. Qui Pechino già dispone di una base “oltremare”, l’unica per il momento, a Gibuti ma sta lavorando alacremente per poter disporne di nuove in futuro.

Gli Emirati Arabi Uniti sono una delle mete più ambite da Pechino, perché una base in quel Paese amplierebbe in modo significativo la presenza della PLA Navy dentro e intorno a importati choke points marittimi, tra cui lo Stretto di Hormuz e l’ingresso meridionale del Mar Rosso. Nel 2018, ad esempio, gli Emirati Arabi Uniti e la Cina hanno firmato un accordo da 300 milioni di dollari per aggiornare il terminal COSCO del porto di Abu Dhabi, che si trova vicino sia alla base aerea di al-Dhafra, sia a Jebel Ali, lo scalo marittimo di Dubai che vede il maggior numero di visite da parte di navi da guerra statunitensi.

Le mire cinesi in Africa

La Cina, inoltre, ha in essere diversi investimenti in strutture portuali africane, dal Kenya sino alla Mauritania passando per la Namibia, l’Angola, la Nigeria e il Senegal: potenzialmente anche questi investimenti infrastrutturali potrebbero essere sfruttati nello stesso uso duale. In Particolare Angola Kenya, Tanzania e le Seychelles potrebbero vedere l’apertura di strutture militari come quella di Gibuti. Pechino è anche in contatto con Mauritania e Namibia per cercare di creare una struttura portuale che avrebbe la capacità di ospitare sottomarini o portaerei.

Forse più interessante è la presenza in Guinea Equatoriale, Paese centrafricano che si affaccia sull’Oceano Atlantico: qui la Cina è il partner commerciale principale ed è coinvolta nella costruzione di diverse infrastrutture strategiche tra cui anche la modernizzazione del porto di Bata, la città più grande del Paese, che è stato ampliato dal 2008 al 2014 con finanziamenti cinesi. La Guinea Equatoriale offre così alla Cina, insieme al Senegal, l’opportunità di stabilire una presenza militare permanente sull’Atlantico, un oceano “americano”. Indipendentemente dal fatto che Pechino costruisca o meno altre nuove installazioni militari a breve termine nel continente africano, il consolidamento di un’architettura di sicurezza panafricana di stampo cinese porterà senza dubbio al mutare degli equilibri in Africa con ripercussioni globali: Pechino avrebbe infatti una base avanzata per proiettare il suo potere direttamente verso il Nord America e l’Europa, dove peraltro è sempre più presente con esercitazioni navali congiunte insieme ad attori diversi (Egitto e Russia).

L’esperienza ha insegnato – come dimostrato nel 2015 quando la Cina ha iniziato seriamente a investire militarmente in Africa – che ulteriori manovre in tal senso potrebbero portare a un nuovo e più strutturato coinvolgimento cinese nello sviluppo politico ed economico dell’Africa. Qualunque cosa accada, la continua mancanza di attenzione degli Stati Uniti e dell’Europa nell’impegno economico con l’Africa rispetto alla Cina avrà un costo geopolitico crescente.

Dal punto di vista delle reali intenzioni cinesi risulta interessante tornare per un attimo allo scacchiere Indo-Pacifico e più precisamente in Cambogia, dove gli investimenti cinesi in infrastrutture portuali hanno riguardato la modernizzazione e l’ampliamento di una base navale già esistente, a Ream, che molto probabilmente non vedrà la presenza di grosse unità navali cinesi solo per via della scarsa profondità del porto. Per ovviare a questo inconveniente, Pechino ha già da tempo investito nelle creazione di nuove infrastrutture portuali poco più a nord, nella provincia di Koh Kong, dove ha ottenuto una concessione di 99 anni per la creazione di un insediamento “turistico” dotato però di un porto profondo, di uno scalo merci e di un aeroporto. Esattamente tutto quanto serve per avere una base navale appoggiata da un efficiente sistema logistico.

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