Da un anno a questa parte la Cina ha alzato la pressione su Taiwan, con un drastico aumento delle esercitazioni militari nei pressi dell’isola per simulare un blocco e prepararsi ad un’eventuale riunificazione forzata. C’è però da sottolineare una tendenza interessante, emersa in seguito alla visita a Taipei dell’ex speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, ormai avvenuta un anno fa. Da quel momento in poi, le navi e gli aerei cinesi sono infatti diventati più attivi nel Pacifico occidentale, nel Mar delle Filippine a est di Taiwan.

Giusto per fare due esempi, lo scorso dicembre Pechino ha dispiegato la portaerei Liaoning a est della cosiddetta “provincia ribelle”, mentre ad aprile la portaerei Shandong è entrata in azione nella stessa area. Sempre ad aprile, un drone da combattimento Tb001 è stato rilevato intorno a Taiwan, ma sul lato orientale, intento a seguire una traiettoria di volo insolita. Allo stesso tempo, un drone da ricognizione Bzk005 è stato avvistato al largo della stessa costa orientale taiwanese. Gli avvistamenti di jet e caccia nello spazio aereo ad est dell’isola sono altresì aumentati a partire da marzo.

Tutto questo ci porta a due possibili conclusioni: la prima riguarda il tallone d’Achille di Taiwan, individuabile per lo più sul suo fronte orientale, da dove cioè potrebbe (il condizionale è d’obbligo e l’ipotesi dibattuta) partire una fantomatica invasione cinese; la seconda chiama in causa la strategia adottata da Pechino per spingere all’angolo Taipei.

La nuova strategia di Pechino

Asia Times ha sottolineato come queste manovre cinesi, intensificate per lo più sul lato est di Taiwan, possano far parte di una strategia etichettabile come quella della “stretta e del rilassamento“. Si tratterebbe di una strategia costituita da due fasi: l’attuazione di manovre militari che simulano veri e propri blocchi, con pressioni sempre più forti per incrementare il livello di minaccia, seguite da brevi periodi di calma apparente. E così via in un ciclo quasi continuo, con il messaggio implicito che una maxi esercitazione militare potrebbe concretizzarsi in qualsiasi momento.

In ogni caso, anche le attività militari russe ad est di Taiwan sono diventate evidenti; a maggio, due fregate di Mosca hanno operato nell’area per più di un mese, spalleggiando Pechino. Molti analisti ritengono quindi che, in virtù delle attività militari cinesi sul fronte orientale dell’isola, la Cina starebbe finalizzando i preparativi per un blocco totale su Taipei da qui al prossimo futuro.

Le aree calde

Nel suo libro del 2017, The Chinese Invasion Threat, Ian Easton ha individuato 14 spiagge sabbiose, comprese alcune vicine a Taipei, come possibili punti di sbarco per le truppe cinesi.

Una delle aree più calde coincide con il porto di Taipei, situato ad una ventina di chilometri a nord-ovest dalla capitale dell’isola. Con la foce del fiume Tamsui nelle vicinanze, le forze armate di Pechino potrebbero risalire il corso d’acqua, che scorre attraverso la parte centrale di Taipei, per assaltare l’ufficio presidenziale e altri luoghi chiave della città. Non è un caso che l’esercito taiwanese abbia installato reti di radar nella parte settentrionale della stessa capitale, per prevenire una tale evenienza.

Attenzione, poi, alla spiaggia di Taoyuan, a 30 chilometri a ovest dal suddetto ufficio presidenziale. Nei pressi di questo luogo sorge infatti l’aeroporto internazionale di Taoyuan, il più grande dell’isola e usato da circa 100mila persone al giorno.

In un articolo di aprile per il Journal of Indo-Pacific Affairs , Kyle Amonson e Dane Egli ritengono che Xi Jinping abbia una finestra di opportunità per riunificare Taiwan, con le buone o con le cattive, che va dal 2027 al 2030: vedremo se il leader cinese forzerà la mano e, nel caso, come si difenderà Taiwan.