“Mobilitazione” è la parola d’ordine. “Economia di guerra” un concetto uscito dai pensatori storici e strategici per diventare tema di dibattito politico. E lo stesso concetto di preparazione alla guerra non è tabù. Il Consiglio Europeo di marzo, in assenza di discussioni strategiche su temi contendibili per le Europee, si concentra sulla torsione del Vecchio Continente dal lungo dopo guerra a un’epoca pre-conflittuale. Tutto questo poche settimane dopo la nascita della prima strategia europea per la Difesa in cui Bruxelles punta 1,5 miliardi di euro per avviare un processo che dovrebbe, in prospettiva, entro il 2030 portare i Paesi a destinare il 50% dei fondi per le forniture a strumenti militari europei, il 40% dei programmi a iniziative comuni, il 35% del commercio di armi a piani inter-comunitari.
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Strategie, queste, che se da un lato mostrano una maturazione politica di fronte a un mondo sempre più competitivo dall’altro lasciano un profondo nervo scoperto: in nome di che strategia l’Europa intende mobilitarsi? O, in altre parole, tale mobilitazione implica un sostanziale abbandono della volontà politica di costruire un mondo all’altezza dell’ambizione del progetto europeo su economia, welfare, tutela dei diritti umani e delle collettività, libertà individuali, da tutelare anche con gli strumenti di deterrenza, o invece è pensata come “slancio vitale” di questa proiezione strategica? E soprattutto, in che misura questa strategia si coniuga con la presenza di buona parte del blocco comunitario nell’Alleanza Atlantica? La postura sempre più tesa alla tutela della Difesa comune dell’Europa intende porsi come ancillare al piano atlantico che soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha enfatizzato la rottura tra Ovest e Est d’Europa o intende guardare all’estero vicino in fiamme dell’Europa, dal Nord Africa al Mar Rosso passando per il Medio Oriente?
Non parliamo di domande banali ma dell’essenza stessa del futuro del progetto europeo. Una mobilitazione unicamente reattiva, da “barbari alle porte”, per sua natura non consentirebbe di garantire i tempi lunghi di programmazione e visione. L’Europa deve ripensare i fondamenti della sua sicurezza. Costruire strumenti di proiezione e tutela degli interessi nazionali è sacrosanto. Ma servirebbe, al contempo, espandere a livello europeo una serie di riflessioni che in alcuni Paesi (Francia e, fuori dall’Ue oggi, Regno Unito soprattutto, dopo il Covid e la guerra scoppiata nel 2022 anche la Germania e l’Italia) stanno gradualmente emergendo: essere consapevoli che le basi su cui si è costruita la prosperità e la ricchezza del Vecchio Continente si stanno erodendo da decenni vuol dire prendere definitivamente atto del fatto che la Storia non è mai finita. E che anche la dimensione del conflitto non può essere esclusa.
Sia ben chiaro: non si vuole qui riprendere la dimensione del dibattito che i governi dell’Est Europa filo-atlantici o i pensatori neoconservatori perorano dai tempi della guerra in Iraq, dicendo che gli europei, occidentali in particolare, “vivono su Venere” e non sanno più fare la guerra. L’Europa e la sua popolazione ripudiano la guerra perché ne hanno orrore dopo che per secoli i conflitti hanno devastato quella che da un lato è stata la parte più prospera, innovativa e sviluppata del mondo e dall’altro la più grande centrale di conflitti.
Dal Seicento all’Ottocento in almeno tre momenti (Guerra dei Trent’Anni, 1618-1648; Guerra dei Sette Anni, 1756-1763; Guerre rivoluzionarie francesi e napoleoniche, 1792-1815) l’Europa intera fu sostanzialmente in fiamme in un climax ascendente che contribuì a plasmare le società moderne, gli Stati nazionali e gli eserciti più strutturati al prezzo di devastazioni continentali. Quelle furono guerre combattute in un’Europa centro del mondo per il dominio del Vecchio Continente e dei suoi sistemi di influenza su scala internazionale. A esse seguì la rovinosa, duplice, tragedia del Novecento: con le due guerre mondiali (1914-1918; 1939-1945) che hanno mostrato l’ampiezza del dramma marcato dal sostanziale suicidio dell’Europa e dall’attestazione della sua minorità su scala globale, per la prima volta dalla fine del Medioevo. Nella coda del lungo trentennio di quella che gli storici Guido Formigoni e Paolo Pombeni hanno definito “guerra civile europea” si è plasmata la coda della modernità dell’Europa potenza civile e sociale. In cui, comprensibilmente, il “gran rifiuto” del militarismo giocava un ruolo fondamentale.
Ora la sfida è capire come essere più attivi in campo militare senza diventare militaristi. Come mettere al servizio della pace e dello sviluppo democratico e civile la proiezione geopolitica europea in un mondo in cui i principi di ordine e equilibrio internazionali siano garantiti mostrando al contempo credibilità e sicurezza. Viene il dubbio che forse sia troppo tardi per pensare a una strategia di questo respiro. Che, del resto, avrebbe dovuto essere pensata proprio ai tempi del salto di qualità dell’Europa unita. Il Trattato di Maastricht, in vigore dal novembre 1993, del resto nel secondo articolo metteva come principio guida dell’Unione Europea, subito dopo lo stimolo a “promuovere un progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile” l’impegno dell’Europa a “affermare la sua identità sulla scena internazionale, segnatamente mediante l’attuazione di una politica estera e di sicurezza comune, ivi compresa la definizione a termine di una politica di difesa comune che potrebbe, successivamente, condurre ad una difesa comune”.
Questa prospettiva apparve fin dall’inizio un’ipotesi messa a terra più come dettame d’accademia che come reale intento strategico. Col senno di poi, l’unica fase in cui un’agenda europea per un innalzamento delle prospettive politico-strategiche del Vecchio Continente è esistita fino al brusco risveglio del Covid e dell’Ucraina è stata quella della presidenza di Romano Prodi della Commissione Europea (1999-2004) in cui convergevano, al contempo, gli interessi di Francia e Germania per una riduzione del sostegno europeo all’interventismo mediorientale degli Usa e il lavoro dell’Italia per una convergenza tra Occidente e Russia. Nel 1999 Prodi, parlando al Parlamento europeo, diceva che era auspicabile “un impegno comune nel campo della difesa, seguendo eventualmente il modello graduale e progressivo già sperimentato nell’Unione Monetaria. Una difesa comune dell’Unione Europea sarà una condizione fondamentale per il mantenimento della pace e della stabilità”.
Parole significative a cui Prodi aggiungeva una chiosa, fondamentale col senno di poi: la sicurezza europea e il successo della politica estera comunitaria si sarebbe misurata valorizzando “l’importanza del rapporto con la Russia, su cui si misurerà il successo” di ogni agenda comunitaria. “La sfida più grande sarà quella di mantenere viva la vocazione civile e commerciale dell’Europa anche di fronte al contatto con culture diverse ed eterogenee a est e a sud est, che può venire realizzata solo rinunciando al modello ottocentesco di Stato chiuso”, notava Prodi.
Condivisibile o meno, una traiettoria che confermava l’esistenza di un indirizzo politico. Poi tramontato anche a Bruxelles sulla scia del decennio di crisi economica del Vecchio Continente. Ma che letta in relazione alla retorica odierna spicca.
Si guardi, ad esempio, come l’attuale Alto Commissario per la Politica Estera e di Sicurezza comune, Josep Borrell, a gennaio 2024 giustificava la necessità di riarmo e riallineamento dell’Europa a standard securitari più alti: “Oggi c’è chi parla di Demostene, in riferimento al grande oratore e statista ateniese che, a partire dal 351 a.C., radunò i suoi concittadini attraverso le Filippiche – una serie di famosi discorsi – per difendere l’indipendenza e la democrazia di Atene contro l’imperialismo di Atene. Filippo di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Questo paragone è più calzante: ci troviamo ora di fronte all’imperialismo di una grande potenza che minaccia non solo l’Ucraina ma anche la nostra democrazia e l’intera Unione Europea”. Retorica antica, concetti ottocenteschi (l’imperialismo), chiavi di lettura che non combaciano con quelle di osservatori come l’intelligence Usa sulla reale strategia del Cremlino, un cedimento alla narrazione contemporanea del “dominio dell’emergenza” come giustificazione dell’agire collettivo. Dimenticando la politica e il lungo periodo. Ovvero ciò che ieri ha fatto grande l’Europa. E ciò che bisogna riscoprire.

