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Il reclutamento di ogni forza armata rappresenta la linfa vitale per l’esistenza dell’apparato miltiare di una nazione: tecnologie, quadri e strutture poco servono se non si trova il personale in grado di servire una nazione attraverso il più oneroso e potenzialmente rischioso dei mestieri. E ogni generazione può essere resa suscettibile al richiamo delle armi solo se si trova la possibilità di parlarle nel linguaggio che più le è consono: ragion per cui negli Stati Uniti le strade stanno sempre più passando per il reclutamento dei soldati di domani via TikTok, social network di proprietà della cinese ByteDance.

La questione può sembrare una note colorita o di costume, ma in realtà si inserisce in una partita ben più complessa. Legata in primo luogo alla strutturale “ansia da sicurezza nazionale” che permea gli apparati americani. Ansia che sulla questione di TikTok a fine 2019, ha preso le dimensioni della classica tempesta perfetta. Risultando in una campagna bipartisan contro l’app gestita da ByteDance. “Con oltre 110 milioni di download solo negli Stati Uniti, TikTok rappresenta una potenziale minaccia di controspionaggio che non possiamo ignorare”, facevano notare nel 2019 i senatori Charles Schumer (democratico) e Tom Cotton (repubblicano).

Nel corso del 2019 e del 2020 TikTok, per la sua natura di piattaforma di origine cinese, è entrata nel mirino dell’amministrazione Trump, che ha rilevato in essa potenziali minacce alla sicurezza nazionale: come garantire la certezza sull’utilizzatore finale dei dati associati agli account dei cittadini americani attivi su TikTok? Come tracciarne i flussi? Come valutare l’impatto drenante di TikTok sulla posizione dominante (e i dividendi informativi ad essa associati) delle piattaforme statunitensi? Questo ha oltremodo preoccupato i vertici politici statunitensi, tanto che ai membri delle forze armate Usa è attualmente vietato utilizzare l’applicazione, anche se per i membri del dipartimento risorse umane del Pentagono la realtà impone compromessi ben diversi.

Defense One ha riportato la testimonianza di Georgia Varoucha, un sergente della New Jersey Army National Guard, che su TikTok, nel suo profilo da privata cittadina (@njrecruiter Georgia V.) ha circa mezzo milione di follower e dichiarato che l’esercito americano è “molto indietro” nel capire i mezzi di comunicazione della Generazione Z. Dato che una grandissima percentuale della Generazione Z (58%, contro il 39% dei millennials) possiede un account sulla piattaforma cinese, è il ragionamento della Varoucha, risulta necessario per le forze armate statunitensi giocare questa partita, e lei stessa sottolinea che contatti creati su TikTok risultino poi in circa il 45% degli arruolamenti che riesce a perfezionare.

Anche l’esercito indiano e quello britannico hanno presidiato da tempo il fronte TikTok con propri account con l’obiettivo di parlare alle nuove generazioni. E nonostante il ban ufficiale, anche negli States il caso della Varoucha non è isolato: tra i profili che appaiono si segnalano “sgvrecruiter91706”, “sandiegoarmyrecruiter” e “wavyrecruiter”. Il maggior generale Frank Muth, comandante del Recruiting Command, ha sottolineato parlando con Military.com che nella scorsa estate ai recruiter dell’esercito è stata data mano libera nell’utilizzo dei social network, ma che nessuna policy interna riguardi TikTok e l’utilizzo del social di proprietà cinese. E del resto da tempo, nota Formiche, “le unità di reclutamento erano già avviate sulla strada dei social per cercare le nuove leve. Nel 2018, infatti, non erano riusciti a raggiungere l’obiettivo annuale di 6.500 nuovi soldati, agguantato invece l’anno dopo grazie all’utilizzo dei social”.

Il problema di TikTok è squisitamente geopolitico: con TikTok gli Usa sono stati privati del monopolio dell’immaginazione e ora i dati scambiati sulla piattaforma rischiano, secondo diversi decisori politici, di finire in mano al Dragone cinese. Comprese informazioni legate alle forze armate e, dunque, alla sicurezza nazionale. A giugno Joe Biden ha revocato le restrizioni più dure imposte da Donald Trump su TikTok, invitando a una discussione a tutto campo sulla potenziale minaccia alla sicurezza nazionale, ma da tempo con il dibattito sul social di ByteDance è caduto definitivamente il mito libertario del web senza frontiere che, come ha ricordato Alessandro Aresu ne Le potenze del capitalismo politico, è sfatabile storicamente anche nella sua nazione d’origine, gli States. “Lo sviluppo tecnologico degli Stati Uniti, dall’Ottocento al Novecento, è stato ben poco libertario”, ha notato Aresu, risultando “una storia di enormi investimenti in conoscenza, di grandi imprese, di infrastrutturazione, di corporazioni di ingegneri, di apparati militari e di sicurezza”. Una storia, al cento per cento, americana. La cui negazione, anche in un solo punto, può essere fonte di grandi ansie e preoccupazioni. Specie se ciò riguarda il cuore intimo del potere militare a stelle e strisce, ormai dipendente dai linguaggi della società dello spettacolo per trovare potenziali reclute cui comunicare la necessità di risorse che le forze armate hanno. E senza la possibilità di uscire da questo circuito.