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Il cambiamento climatico sta avendo un impatto significativo sulla geopolitica e sugli equilibri globali, non solo per quanto riguarda le nuove rotte e l’accesso a nuove risorse, come sta accadendo nell’Artico, ma anche a livello tattico e strategico. Nell’Atlantico, e anche altrove, i sottomarini d’attacco e i sottomarini lanciamissili saranno più “difficili da individuare” per ragioni estremamente naturali. Almeno stando a quanto affermato in uno studio pubblicato dalla Scuola Militare Internazionale dellaNato.

Nello studio titolato “The Hunt for Red October in Warmer Oceans: Climate Change and Anti-Submarine Warfare“, pubblicato dal Nato Defense College nel marzo 2025, due studiosi accreditati nel campo della sicurezza internazionale esplorano” come e quanto” il cambiamento climatico stia “alterando il panorama strategico delle operazioni sottomarine e antisommergibile“. Come viene citato, il cambiamento climatico gioca già un ruolo importante nello scatenarsi di crisi e conflitti derivanti da migrazioni, contrasti e instabilità, ma ora rischia di giocare un ruolo improntate nel monitoraggio dei sottomarini, i sistemi d’arma a cui viene affidata forse la più importante capacità di deterrenza nucleare. E per questo, secondo quanto apprendiamo, rischia davvero di rappresentare un “significativo moltiplicatore di minacce“. Infatti, il cambiamento climatico può influire sulla sicurezza globale attraverso il dominio subacqueo.

Secondo lo studio apprezzato dalla Nato, la maggiore difficoltà nell’individuare la traccia di un sottomarino avversario, già incrementata delle tecnologie impiegate sui vascelli subacquei di nuova concezione, sarebbe conseguenza delle “nuove caratteristiche dell’acqua dell’Atlantico” come l’acidità, la salinità e temperatura per cui gli idrofoni potrebbero non essere tarati. La traccia del loro “suono” – così si intercetta un sottomarino, attraverso una traccia acustica – non si propagherà più come prima, e al Pentagono, forse, qualcuno dovrebbe preoccuparsene.

I problemi del sonar

Come scrive in apertura l’Economist, che ha diffuso lo studio, il segretario della Difesa statunitense, ha espresso un commento decisamente tranchant, affermando che il Pentagono non si occupa di “bull-shit” (conoscerete la traduzione, ndr) riguardanti il cambiamento climatico. Eppure lo studio condotto da Andrea e Mauro Gilli, che deve il suo titolo al famoso romanzo di Tom Clancy dedicato al sottomarino sovietico Ottobre Rosso, mostra quanto il cambiamento climatico e l’aumento delle difficoltà nell’intercettare il nemico nelle profondità oceaniche siano “strettamente collegati“.

Il cambiamento climatico sta avendo un impatto diretto sul rilevamento sonar, lo strumento principale per la guerra antisommergibile, dal momento che la propagazione del suono nell’acqua è influenzata da temperatura, salinità e profondità.

L’aumento delle temperature del mare, e lo scioglimento dei ghiacci artici che stanno dando accesso alla nuove rotte contese nell’Artico, e concederanno la possibilità di raggiungere nuovi giacimenti di risorse energetiche primarie – già al centro di una contesa tra potenze – stanno alterando questi fattori. Influenzando di conseguenza, almeno secondo quanto affermato nello studio, le prestazioni dei sistemi sonar.

Le attività di Mosca e Pechino

Il risultato è stato ottenuto mediante simulazioni oceaniche che mettono a confronto le condizioni acustiche registrate nel corso della Guerra fredda, dal 1970 fino al 1999, e quelle future, previste tra il 2070 e il 2099. Ciò ha dimostrato come “i range di rilevamento per i sottomarini si ridurranno nella maggior parte delle aree, in particolare nell’Atlantico settentrionale“. Secondo gli analisti, questo deficit nel rilevamento delle minacce sottomarine potrebbe essere “sfruttato da avversari” come Russia e Cina, e comprometterebbe le capacità della Nato.

Questi risultati “comportano implicazioni strategiche significative” dal momento che una difficoltà nel rilevamento dei sottomarini attraverso stazioni di ascolto fisse potrebbe “distogliere” importanti risorse della Nato da altre aree chiave come l’Indo-Pacifico. Secondo i report sia Mosca che Pechino hanno ha già aumentato la loro attività sottomarina nell’Atlantico, e attraverso l’Artico.

Per questo lo studio suggerisce alla Nato di “riconsiderare il suo focus strategico e rafforzare la sua presenza nell’Atlantico settentrionale“, evidenziando allo stesso tempo l’urgente necessità di un “adattamento militare” che potrebbe influire positivamente sulle sviluppo di nuove unità sottomarine, siano essi sottomarini nucleari o piattaforme autonome come gli UUV, messe in cantiere dalle maggiori potenze dell’Alleanza Atlantica. In modo da essere “preparati” e far fronte alla mutevoli dinamiche della guerra sottomarina che sta tornando quanto mai attiva e nella sua silenziosa dimensione.

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