La guerra in Ucraina ha funto da acceleratore a un trend di incremento generalizzato delle spese militari delle maggiori potenze che nell’ultimo decennio si è fatto sempre più intenso su scala globale. Dando ulteriore impeto a un processo che mostra il valore peculiare, strategico ma anche politico ed economico, della Difesa nei giorni nostri e indica la fragilità di relazioni internazionali sempre più competitive. Per affrontare le quali gli Stati aumentano, gradualmente ma inesorabilmente, gli strumenti di difesa e proiezione.

Sfondato il muro dei 2 trilioni

Il conflitto nell’Est dell’Europa ha fatto decisamente accelerare il riarmo europeo e introdotto svolte come la scelta della Germania di costituire un fondo da 100 miliardi di euro dedicato proprio alle spese di rilancio dell’apparato militare. Ma la crescita andava avanti da tempo: nell’ultimo decennio, nota il think tank svedese Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) che annualmente monitora i trend globali nella spesa militare, gli investimenti in difesa e sicurezza sono cresciuti del 12% e neanche la pandemia ha fermato un trend di dilatazione che prosegue ininterrotto dal 2015. Segno e conferma della natura dinamica e minacciosa delle relazioni internazionali.

In particolare, per la prima volta nel 2021 sono stati sfondati i 2 trilioni di dollari di spesa militare su scala globale. 2,1, per la precisione, i trilioni messi in campo dai Paesi di tutto il mondo. La spesa militare, nota il Sipri, è ammontata al 2,2 per cento del Pil globale, una quota di poco inferiore al record del 2020 (2,3) raggiunto in una fase di generale compressione della produzione per la pandemia. Complessivamente in difesa è andato il 5,9% della spesa pubblica su scala mondiale.

Chi spende di più

E se fino a pochi anni fa gli Stati Uniti ammontavano da soli alla maggioranza assoluta della spesa militare globale, oggi la loro egemonia è ancora solida ma ridotta a una maggioranza relativa: Washington copre il 38% della spesa militare globale con 801 miliardi di dollari, un aumento del 2,9% in termini nominali. Seguono la Cina con 293 miliardi di dollari, il 14% del totale globale, e a ruota India, Francia e Regno Unito, la cui svolta verso il riarmo a tutto campo negli ultimi anni dice molto dei nuovi trend che le medie e grandi potenze vogliono seguire.

In un certo senso, infatti, il trend di crescita di Paesi come Usa e Cina è prevedibile:  Washington percepisce il mondo intero come agone di riferimento, deve mantenere in attività le sue flotte e le sue armate schierate nel mondo, oltre a sostenere costi ingenti di ricerca e sviluppo. La Cina, parimenti, ha la necessità di recuperare il tempo perduto, di modernizzare la Marina e di far avanzare le sue capacità operative. Da potenze-guida quali sono, è comprensibile un loro peso preponderante, che sommato rappresenta il 52% delle spese globali. Ma la crescita di Nuova Delhi, Parigi e Londra racconta molto dell’utilizzo delle forze armate come strumento di assertività e sviluppo della potenza nell’era presente.

Ad esempio la spesa militare indiana di 76,6 miliardi di dollari nel 2021 è stata la terza più alta nel mondo. Dal 2012 è cresciuta di un terzo. Obiettivo numero uno: l’autosufficienza sugli armamenti per modernizzare le forze armate e dare un volano all’industria. Il 64% delle spese nel bilancio militare indiano 2021 sono state destinate ad acquisizioni di armi di produzione nazionale. La crescita indiana, oltre a quella cinese, alimenta il trend di aumento della spesa militare asiatica ed oceanica (a 586 miliardi di dollari) trascinata anche da Giappone, Australia e Corea del Sud.

Il Regno Unito, quarto, ha visto il piano di crescita delle spese guidato dalla strategia Global Britain. “Il 19 novembre 2020 il Primo ministro britannico Boris Johnson ha annunciato il più sostanzioso incremento del budget della Difesa dalla fine della Guerra Fredda“, nota Lo Spiegone. Si tratta di 16,5 miliardi di sterline in più nei successivi quattro anni, a cui va aggiunto il già stabilito incremento annuale delle spese dello 0,5% del PIL (tenuto conto dell’inflazione). “L’aumento delle spese militari” ammonterà dunque a 24 miliardi di sterline, permettendo a Londra di destinare il 2,2% del PIL alla Difesa” e producendo già i suoi effetti nel 2021, anno in cui Londra ha superato la Russia spendendo per la Difesa 68,4 miliardi di dollari. Tutto questo per costruire l’obiettivo di Downing Street di vedere un Regno Unito “veramente globale nella sua portata e nelle sue ambizioni”.

Centrale nel piano di Londra è il rafforzamento del deterrente atomico a 260 testate. Un piano condiviso anche dal presidente francese Emmanuel Macron, che a gennaio 2021 ha firmato la nuova dottrina militare francese fondata su tecnologia, proiezione, rilancio della capacità d’azione del nucleare transalpino. Macron dopo l’ingresso all’Eliseo nel 2017 ha impresso un grande slancio al rafforzamento dell’apparato militare, dilatando di oltre un quinto (+22%) il budget della Difesa e facendo rispettare al suo governo i piani del documento programmatico 2019-2025, che hanno portato nel 2021 a un bilancio superiore ai 40 miliardi di euro per le sole forze armate e complessivamente pari a 56,6 miliardi di euro contando l’intero comparto di ricerca legato alla Difesa. Seicento milioni di euro in meno la spesa militare tedesca, prossima ad essere una nuova entrante ai vertici delle classifiche globali.

Tra Londra e Parigi si classifica la Russia, Paese che nel 2021 ha portato la spesa a 65,9 miliardi di dollari, in un momento in cui “stava rafforzando le sue forze lungo il confine ucraino”, sottolinea il rapporto Sipri. Uno sforzo pari al 4,1% del Pil e che inverte per il secondo anno il trend triennale di discesa (2016-2019) degli anni in cui sanzioni e bassi costi dell’energia mordevano l’economia russa. Il dato russo è meno di un decimo di quello statunitense, ma non deve ingannare: il minor costo del personale, dei componenti, dei carburanti e della ricerca abbatte notevolmente il differenziale tra lo stanziamento complessivo e quello che può essere destinato all’attività operativa. Complice l’invasione dell’Ucraina, nel primo quadrimestre del 2022 la spesa russa è volata a 26,4 miliardi di dollari, un dato che proiettato sull’anno intero rende ipotizzabile una crescita fino a oltre 80 miliardi.

I piani italiani

E l’Italia? Risulta presente come undicesimo investitore in Difesa al mondo: 32 miliardi di euro nel 2021, +4,6% anno su anno e +9,8% dal 2012, per una spesa dell’1,5% del Pil sempre più vicina ai target Nato (2%). Un trend che appare destinato a crescere negli anni a venire.

Il 2% delle spese militari sarebbe fissato in un target di 38 miliardi di euro, al valore attuale di Pil e spesa pubblica. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini negli ultimi due anni ha impostato la creazione di un Fondo Pluriennale capace di alimentare e sostenere la crescita mettendo sul campo 60 miliardi di euro in 15 anni per innovazione, nuovi sistemi d’arma, ricerca. Nel suo rapporto Scenari Futuri lo Stato Maggiore della Difesa guarda in prospettiva al 2040 e al ruolo che la Difesa può svolgere nella crescita del Paese. Un ragionamento che permette di capire il vero nodo del boom attuale.

Keynes con l’elmetto

La spesa militare, in tempi di problematicità geopolitica e irrequietezza economica, non ha solo un valore in termini di potenziamento della Difesa: per un Paese in possesso di una filiera genera anche importanti ricadute in termini di ricerca, brevetti, filiera industriale, sviluppo, occupazione. Capire i programmi su cui orientare una quota importante di spesa pubblica e i modelli di investimento da seguire può in tal senso aiutare a far crescere il keynesismo militare, l’uso della produzione di armamenti come valvola anti-recessiva.

Il grande focus sull’innovazione della difesa contemporanea, in tal senso, ne aumenta il ruolo come produttrice di prosperità per le nazioni che vi investono. La Difesa, dunque, non è solo un costo, ma anche un valore perchè consente non solo la tutela degli interessi nazionali in un mondo ostile ma anche una possibilità di sviluppo interno non secondario. Da tempo su Inside Over sosteniamo che la Difesa può essere per molti Paesi, Italia in testa, “laboratorio della nuova via nazionale alla politica industriale nel quadro di un paradigma contraddistinto dal ritorno della sicurezza nazionale come driver degli investimenti e dello Stato come attore chiave”. La guerra in Ucraina accelera ma non crea questo trend di cui si parlava da tempo. Ma proietta la corsa alla crescita delle spese militari in una nuova dimensione, come fattore di vita o di morte per i Paesi. Contribuendo a rendere più competitivo il sistema globale. Ma mantenendo in quest’ottica in equilibrio il sistema visto che tutte le grandi potenze, spendendo sempre di più in armi, si accorgono di aver sempre meno convenienza a usarle contro chi si sta rinforzando a sua volta. Una crescente deterrenza globale può aprire dunque la strada a possibili distensioni diplomatiche: chi ha la mano sul grilletto ha solo un incentivo per cercare di strappare concessioni politiche nei contesti diplomatici più scivolosi. Quanto inopinatamente non è stato capito dalla Russia e da Vladimir Putin.

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