“Hvaldimir”, il beluga che venne avvistato nel 2019 mentre nuotava nell’Artico norvegese con addosso una cinghia per l’aggancio e trasporto prolungato di una microcamera del tipo GoPro riportante una targhetta con la scritta “attrezzatura di San Pietroburgo” – singolarità che portò a pensare che il beluga fosse stato addestrato come “spia” dai militari russi a Murmansk innescando tutte le speculazioni del caso – è stato trovato morto questo week end.
Una spia beluga
Questa balena bianca abitudinaria che si era mostrata estremamente amichevole con i norvegesi che si erano affezionati a lei per il suo modo di interagire, e che l’avevano appunto iniziata a chiamare Hvaldimir – crasi tra la parola Hval, che significata balena, e il finale del nome Vladimir – in seguito alla teoria spionistica che la sospettava essere una balena spia di Putin, rimette alla nostra attenzione la presenza e l’impiego – poco chiaro – di balene beluga, delfini e alcuni tipi di foche e otarie che secondo quanto appreso vengono addestrati per condurre missioni di vario genere dalle Marine militari di alcuni paesi. Tra queste sono annoverate la Marina militare Russa, Voenno-morskoj flot o VMF, e la Marina militare americana, Us Navy, ma anche la Marina israeliana e quella della Corea del Nord.
La succitata Murmansk è una città da cui prende nome l’omonimo Oblast dove sono presenti tutte le basi della Flotta del Nord. Considerata tra le principali flotte russe, con quartier generale a Severomorsk, nella strategica Penisola di Kola bagnata dal Mare di Barents e dal Mar Bianco.
Secondo gli esperti la balena Hvaldimir aveva compiuto un “viaggio lunghissimo”, partendo dal Mar Artico e arrivando fino alla costa Svedese dopo aver a lungo visitato le coste e i fiordi della Norvegia. In Svezia il beluga spia ormai privo della sua attrezzatura – quindi anche della sua missione di spionaggio – era entrato nel centro di Göteborg la scorsa estate scorsa “proprio nel giorno della festa nazionale”. Lasciando un ricordo abbastanza particolare nella memoria degli svedesi, dal momento che non è cosa da tutti i giorni vedere un mammifero acquatico così vicino e così socievole in natura. Chi ha visto almeno una volta un delfino giocare con un’imbarcazione da diporto, lo sa.
“Durante la Guerra Fredda la Marina sovietica era ben nota per il suo programma sui mammiferi marini nel Mar Nero, ma questo fu successivamente chiuso. Meno conosciuta è un’unità centrata sull’Istituto biologico marino di Murmansk, dove i programmi sui mammiferi marini sarebbero iniziati nel 1984“, scrive in una delle sue analisi H.I. Sutton. L’imbracatura trovata sul beluga era molto simile a quelle immortalate su alcune otarie addestrate dai russi.
La possibilità che il beluga Hvaldimir fosse davvero addestrato dai russi, dimostrerebbe che i russi “stanno ancora lavorando con i mammiferi marini“. Il beluga – cetaceo che ha sviluppato una capacità straordinaria per vivere nell’Artico, abitando le acque sotto la calotta glaciale – ha alcune particolarità anatomiche e fisiologiche uniche nel suo genere che lo differenziano dagli altri mammiferi marini. Tra queste spicca il suo colore bianco, l’assenza della pinna dorsale un sofisticato apparato di “ecolocalizzazione” che funge da radar e trova il suo posto – come negli aerei da combattimento – appena sopra il muso. Il Beluga può raggiungere profondità fino a 700 metri: una profondità superiore a quella della maggior parte dei sottomarini militari.
Alcune balene beluga vennero notate dai satelliti nelle acque presso la base russa di Olenya Guba che ospita “sottomarini spia per missioni speciali della 29a Brigata Separata di sottomarini della Flotta del Nord” a supporto della GUGI (Direttorio Principale per la Ricerca in Mare Profondo).
Gli altri mammiferi da “guerra”
Sarà un caso, ma il primo programma concepito per l’impiego militare di mammiferi marini è stato portato avanti proprio della Svezia del 1941. Quando venne istituita un’unità a Gålö, nell’arcipelago di Stoccolma, per addestrare le foche a localizzare mine, sottomarini e siluri.
Per ovviare a questo tipo di minacce, aggiungendo operazioni di controproliferazione di sabotatori/incursori sommozzatori – sempre di localizzazione, non di aggressione – e operazioni di spionaggio e intelligence, anche altri Marine militari hanno avviato dei programmi militari analoghi per l’addestramento e l’impiego di mammiferi marini. Alcune informazioni sono reperibili per merito delle ricerche OSINT (Open Source intelligence) svolte da H.I. Sutton, e hanno portato all’identificazione 4 programmi sui mammiferi marini portati avanti da Stati Uniti, Russia, Corea del Nord e Israele.
Secondo le informazioni acquisite la Marina dello Stato di Israele che secondo le accuse mosse in passato da Hamas avrebbe impiegato “delfini contro le loro unità di sommozzatori”. Un programma per l’addestramento di delfini a scopo militare sarebbe condotto anche dalla Corea del Nord.
La Marina gli Stati Uniti ha sperimentato in passato la quasi totalità dei mammiferi marini citati – foche, leoni marini e delfini – per svolgere missioni includevano “il recupero di ordigni dal fondale marino, l’intercettazione di controsommozzatori e, presumibilmente, missioni offensive attraverso l’impiego di mine a patella”. Il programma è stato portato avanti principalmente dalla Divisione di Ricognizione e Interdizione della Marina degli Stati Uniti che opera sulla costa del Pacifico.
La Marina Russa avrebbe diversi progetti, incentrati sull’impiego delle balene Beluga e delle foche nell’Artico, e un altro con i delfini nel Mar Nero che sono tornati sotto il “controllo di Mosca” dopo l’annessione della Crimea nel 2014. I delfini “da guerra” addestrati dai russi sarebbero presenti a Sebastopoli e nella base navale russa di Tartus in Siria.

