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Difesa

Il 60% del mercato: perché la Turchia è diventata il Paese leader nella produzione dei droni

Tra il 2018 e il 2023 la Turchia ha esportato il 65% dei droni militari a livello mondiale. Ecco le ragioni di un simile successo.
turchia

Martedì 8 luglio l’azienda turca Solidaero ha svelato, tramite un video rilasciato sulla propria pagina, in seguito ripostato da migliaia di altri account e divenuto già virale, una delle ultime esercitazioni del nuovo drone, il Talay. Il velivolo a pilotaggio remoto in questione si contraddistingue per le seguenti caratteristiche: è un ekranoplano (il primo senza pilota); con un’altitudine di crociera compresa tra gli 1 e i 150 metri il drone può svolgere efficacemente, grazie alle capacità wing-in-ground, missioni costiere e marittime senza essere rintracciato da sensori o radar sorvolando sulla superfice del mare; ha una capacità di carico, per il momento, fino a 30 chilogrammi; può raggiungere la velocità massima di 200 chilometri orari; l’autonomia operativa permette all’operatore di utilizzare il mezzo per un tempo massimo di 3 ore e fino a una distanza massima di 200 chilometri; infine (i dettagli dei costi unitari non sono stati resi ancora noti), la produzione di massa comincerà nella seconda metà del 2026 e le prime unità operative saranno consegnate alle Forze Armate turche, e a quanti interessati a mettere le mani su questa nuova, preziosa, tecnologia, entro l’inizio del 2027. 

Negli ultimi anni il settore della tecnologia militare ha assistito a una vera e propria rivoluzione, i droni sono diventati strumenti imprescindibili nei conflitti moderni, nelle operazioni di intelligence e di sorveglianza. La Turchia questo l’ha capito fin troppo bene e si è contraddistinta come uno degli attori protagonisti più innovativi e competitivi del settore. Oggi Ankara ha compiuto progressi significativi nella produzione locale di sistemi autonomi, nell’integrazione dell’intelligenza artificiale, nelle tecnologie di difesa e, in poche parole, domina, in maniera quasi indiscussa, il campo dei droni. Secondo una ricerca effettuata dal Center for a New American Security, tra il 2018 e il 2023 la Turchia ha esportato il 65% dei droni militari a livello mondiale, seguita dalla Repubblica Popolare Cinese con una quota del 26% e dagli Stati Uniti in coda all’8%. 

Baykar rappresenta l’ariete di sfondamento con cui Ankara continua la sua avanzata in questo campo. L’azienda guidata dall’ingegnere Selçuk Bayraktar è divenuta il più grande produttore mondiale di droni e occupa oggi il 60% della quota di questo mercato. Un dato su tutti per capirne la rilevanza: un quarto di tutte le esportazioni dell’industria della difesa della Repubblica di Turchia, nel 2024 sono arrivate a lambire i 7.1 miliardi di dollari, sono state realizzate proprio dall’azienda leader nel settore aerospaziale (1.8 miliardi di dollari). 

Ma quali sono i fattori principali che hanno contribuito a tale ascesa? Quali i Paesi che maggiormente si affidano a tali tecnologie? E, infine, quale il disegno e i connessi scopi che gli apparati e i funzionari anatolici perseguono attraverso tale tattica?

Dall’Africa all’Europa al Medio Oriente

I brevi tempi di consegna, i contenuti costi e, soprattutto, le ottime prestazioni fornite dai droni turchi nei diversi teatri in cui sono stati utilizzati (Libia, Siria, Nagorno-Karabakh, Ucraina, solo per citarne alcuni) si stanno rilevando le carte vincenti in mano ad Ankara. Il Bayraktar tb2 risulta essere il prototipo di drone più famoso e fra i più utilizzati al mondo. Nel 2021 la Polonia, seguita negli anni successivi da Romania, Croazia e Albania, è divenuta il primo Paese membro dell’Alleanza Atlantica ad acquistare i droni turchi.

Nel continente africano i principali clienti sono Algeria, Marocco, Egitto, Etiopia, Sudan, Niger e Nigeria. A queste latitudini la Sublime Porta sfrutta a proprio favore i conflitti e le tensioni fra i diversi Paesi per stabilire una propria presenza e per assumere maggiore influenza. Un’altra area di profondo interesse è il Medio Oriente. In scia alla normalizzazione dei rapporti in corso dal 2021 fra la Turchia e le petromonarchie del Golfo sono stati siglati diversi contratti per la vendita di droni e per la delocalizzazione di alcune produzioni. Emblematico è l’accordo stretto nel 2023 tra Riyadh e Baykar, definito dalla stessa azienda il più grosso contratto della sua storia, che consentirà al Regno saudita di accrescere notevolmente le capacità di difesa e alla Turchia di farsi spazio in uno dei mercati più redditizi del globo.

Anche l’Europa rimane al centro delle attenzioni anatoliche. Lo scorso giugno è nata una joint venture, LBA Systems, fra l’italiana Leonardo e Baykar per lo sviluppo, la produzione e il supporto di sistemi aerei unmaned in quattro stabilimenti ubicati nella Penisola. L’Italia diventa così, in vista del riarmo annunciato dai vari Paesi europei, una piattaforma industriale ed economica ideale per penetrare (anche) questo mercato.  

Il caso della Turchia dovrebbe fare scuola: fino a pochi decenni fa la Turchia importava la quasi totalità delle attrezzature militari da lei utilizzate, oggi la situazione è ben diversa. Grazie a una visione lungimirante e a investimenti mirati, Ankara è assurta quale attore in grado di creare una propria realtà tecnologica innovativa, dotata di un ecosistema proprio, oggi invidiata a tutte le latitudini. Lo sviluppo dell’industria della difesa nazionale ha permesso così alla Turchia di accrescere notevolmente il proprio peso e la propria influenza in tutto il globo. 

Nell’incerta fase di egemonia contrastata in cui viviamo alcuni attori sfidano apertamente la superpotenza a stelle e strisce (Cina, Russia e Iran) mentre altre si muovono nell’ombra per accumulare quanto più capitale politico, economico, financo culturale, da riscuotere un domani. La Turchia è quasi pronta per un mondo meno americano.

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