Il 2025 si apre per l’Unione Europea con la presidenza di turno della Polonia che tramite il primo ministro Donald Tusk ha espresso la volontà di mettere la difesa e la sicurezza al centro del proprio mandato, sostenendo gli sforzi della Commissione Europea di Ursula von der Leyen di alimentare pesantemente il riarmo del blocco. La Polonia, ampiamente in testa nella corsa economica, politica e sociale alla mobilitazione a un contesto geopolitico pre-conflittuale (ne abbiamo dato conto), non è un caso isolato.
La corsa dell’Europa al riarmo
Forte del ruolo primario dato ai “falchi” sulle questioni securitarie, la seconda Commissione von der Leyen si prospetta destinata ad essere la paladina del riarmo dell’Ue e a cercare di generare Andrius Kubilius, ex premier lituano e Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, ha definito il “big bang delle spese militari” dei Ventisette. Ad oggi le spese militari coprono, complessivamente, l’1,9% del Pil del Vecchio Continente e il valore totale è cresciuto di più del 30% dal 2021, ultimo anno prima dell’invasione dell’Ucraina, in avanti, toccando nel 2024 una stima complessiva di 326 miliardi di euro, che per l’Agenzia Europea della Difesa (Eda) si è rivolto per il 31% a investimenti in tecnologie e infrastrutture militari, con 90 miliardi dedicati agli acquisti di nuovi armamenti.
Una fase di ampia e dinamica corsa al riarmo, quella europea, che ha fatto la fortuna dell’industria e contribuito a aumentare la quota di mercato delle aziende del Vecchio Continente, dentro e fuori il blocco. Ma per Kubilius, che assieme all’ex premier estone Kaja Kallas (Alto Commissario alle Politiche Estera e di Sicurezza Comune) delinea l’agenda estera dell’Europa, non è abbastanza. Kubilius, ricorda EuroNews, nella sua prima audizione all’Europarlamento a dicembre ha ricordato che a suo avviso all’Europa sono “necessari circa 500 miliardi di euro per costruire uno scudo di difesa aerea comune e altri 200 miliardi di euro nel prossimo decennio per ammodernare le infrastrutture, in modo che le truppe e gli equipaggiamenti militari possano essere facilmente mobilitati in tutta fretta” in caso di minaccia ai confini di un attore ostile (leggi: Russia).
Cosa manca all’Europa per rafforzare la propria capacità operativa? Il Coordinated Annual Review on Defence dello scorso novembre prodotto dall’Eda vedeva 18 Stati membri sottolineare l’importanza dello scudo aereo comune delineato da Kubilius, 14 pronti a considerare il procurement congiutno di strumenti e piattaforme di guerra elettronica, 17 Stati pronti a lavorare su delle munizioni circuitanti (i famosi “droni kamikaze”) europee e 7 pronte a sviluppare entro il 2040 una nuova linea di nave da combattimento europea (Ecv). Assieme a Belgio e Cipro, l’Italia è l’unico Paese che si è detto pronto a operare su tutti e quattro i fronti.
Un Next Generation Eu per le armi?
Kubilius a dicembre ha detto che a suo avviso il finanziamento della difesa europea dovrà passare attraverso lo sforzo comune dei Paesi europei: ormai il 2% del rapporto spese militari/Pil pensato dalla Nato nel 2014 appare desueto, e si punta a quel 3% ampiamente sfondato da Polonia e baltici.
Per l’ex premier di Vilnius, 200 miliardi di euro di spese militari extra per coprire il fabbisogno comunitario da almeno 700 miliardi per i due programmi cardine della sua agenda dovranno essere messi dagli Stati membri con un 1% di spesa militare su Pil a testa, il resto potrebbe essere ottenuto tramite l’emissione di obbligazioni comune, un vero e proprio “Next Generation Eu per il riarmo” che ad oggi appare l’unica frontiera possibile di mutualizzazione del debito di cui si potrà discutere in Europa.
Una piattaforma possibile per creare questo fondo comune potrà essere il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) in passato braccio armato dell’austerità? Se ne parla ampiamente in un’Europa in cui una certezza c’è: mancano i soldi per molti programmi comuni ed è tornato di moda il rigore, ma non per il riarmo. E chi altrove spingeva sull’austerità, come il neo-segretario Nato Mark Rutte, sulla corsa alle armi non vuole che si badi a spese. Un altro segno dei tempi complessi e spesso contraddittori in cui viviamo.

