Palau è un arcipelago del Pacifico occidentale situato a Est delle Filippine e a Sud delle Isole Marianne. Qui, nell’atollo di Peleliu, tra i più meridionali dell’arcipelago, gli Stati Uniti sono al lavoro per ripristinare una vecchia pista di atterraggio utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale. Proprio quel conflitto ci fornisce la base per avere la chiave di lettura di questa mossa statunitense – per nulla a sorpresa – volta a rafforzare la propria presenza in quella che è nota anche come Seconda Catena di Isole, ovvero la serie di arcipelaghi che vanno dalle Marianne sino alla Nuova Guinea/Indonesia.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’espansione nipponica aveva portato le truppe giapponesi a invadere buona parte dei territori del Pacifico occidentale, toccando appunto la Nuova Guinea e arrivando sino alle Salomone. Avamposti giapponesi si trovavano in Micronesia nelle isole Gilbert e nelle Marshall, e il comandante in capo del teatro del Pacifico, l’ammiraglio Chester Nimitz, per vincere il Giappone decise che le forze anfibie e aeronavali Usa non avrebbero intrapreso una lunga e sanguinosa battaglia per liberare tutte le isole occupate, ma avrebbero conquistato punti chiave in un progressivo avanzamento verso l’arcipelago giapponese. Questa tattica, definita “salto della rana”, fu efficace come sappiamo, e Palau fu sede di una di queste battaglie decisive per la vittoria statunitense.
L’insediamento militare Usa a Palau, tra cui anche la base aerea di Peleliu, perse d’importanza dopo la guerra: Washington aveva ristabilito la sua presenza nelle Filippine e soprattutto aveva spostato il suo baricentro molto più a Ovest grazie alla capitolazione nipponica, che fece del Giappone un Paese satellite degli Usa.
Questo assetto è rimasto sostanzialmente immutato sino al termine della Guerra Fredda, quando la fine del blocco sovietico portò gli Usa a rinunciare ad alcune posizioni avanzate – come nelle Filippine – ma l’evolversi della situazione internazionale che ha portato sul palcoscenico la Cina con le sue aspirazioni a diventare potenza globale e soprattutto egemone nel Pacifico occidentale sta ancora una volta cambiando la postura statunitense.
Le Filippine, davanti all’aggressività cinese nel Mar Cinese Meridionale, sono tornate a guardare a Washington e oltre a riaprire basi militari che gli Usa avevano abbandonato negli anni Novanta, ne hanno aperte di nuove, praticamente raddoppiandone il numero.
Se il Pentagono sta riuscendo nell’impresa di riposizionarsi nella Prima Catena di Isole, in un processo avviato ormai da più di un lustro, ora è giunto il momento di guardare oltre alla Seconda Catena, che assume un ruolo centrale anche nella strategia cinese in quanto funzionale alla sua proiezione militare (e commerciale) in tutto il Pacifico, e da lì, possibilmente in un futuro non troppo remoto, in tutto il globo. Palau, e la base di Peleliu, diventano quindi fondamentali per il controllo del mare tra le due catene – e per il controllo delle linee di navigazione tra Australia e le Hawaii – pertanto i genieri statunitensi hanno avviato il ripristino della pista di atterraggio per farne un avamposto in grado di supportare le operazioni militari. Attualmente, ancora non sono presenti installazioni come radar di scoperta e sistemi di difesa aerea, ma si sta predisponendo tutto il necessario per il loro arrivo.
Il ripristino dell’insediamento militare a Peleliu non sorprende anche perché gli Stati Uniti hanno avviato la stessa dinamica a Tinian, una delle isole Marianne che, come le Palau, sono state importanti per il “salto della rana” dell’ammiraglio Nimitz.
I vantaggi della dispersione
L’ottica generale Usa non è solo quella di ricomporre le maglie del contenimento di una potenza continentale – in questo caso la Cina invece dell’URSS – ma anche quella di avere più avamposti in cui disperdere le proprie forze in caso di conflitto. Al Pentagono sanno che le basi principali del Pacifico occidentale, come Okinawa e quelle nelle Filippine, financo la stessa Guam, sono dentro il raggio d’azione dell’offesa missilistica cinese ed è quindi necessario disperdere le proprie forze affinché possano sopravvivere a un primo, massiccio attacco in caso di conflitto aperto. La dispersione, se associata a un sistema di difesa aerea adeguato – quindi con capacità antimissili balistici – diventa efficace perché costringe l’avversario a separare numericamente le proprie salve di missili, che diventando meno numerose, hanno più probabilità di essere intercettate e di ridurre considerevolmente i danni a terra.
La dispersione assume anche una connotazione prettamente strategica sul piano delle operazioni anfibie in quanto col riassetto dei Marines – o per meglio dire col ritorno a una forza prettamente anfibia invece di “pesante” – il Corpo può mettere in atto le operazioni di “contro-bolla” con più flessibilità e soprattutto con più capillarità. Avere la possibilità di contare su numerosi avamposti, e quindi di poter disperdere intorno a essi sistemi missilistici di vario tipo (antinave, da attacco terrestre e antiaerei) in piccole unità, o reparti che usano droni kamikaze a lungo e medio raggio “containerizzati”, permette di disarticolare le bolle Anti Access/Area Denial cinesi che si stanno espandendo sia grazie all’ingresso in servizio di nuovi sistemi d’arma, sia grazie alla progressiva avanzata territoriale nel Mar Cinese Meridionale, dove gli atolli occupati – o costruiti artificialmente – dalla Repubblica Popolare sono stati ampiamente militarizzati con infrastrutture capaci di ospitare velivoli e unità navali di vario tipo.
Chi scrive ritiene anche che gli sforzi cinesi volti a costruire una forza da assalto anfibio credibile, con anche una nave porta-droni di grosso tonnellaggio, non siano rivolti solo al raggiungimento della superiorità nei mari contigui alla Cina, ma anche a effettuare operazioni di sbarco proprio in isole atolli chiave oltre la Prima Catena di Isole in una riedizione del “salto della rana” dell’ammiraglio Nimitz, dove però, in questo caso, sono gli Stati Uniti a essere al posto del Giappone imperiale.
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