I sottomarini convenzionali della classe Collins, giganti silenziosi della Royal Australian Navy, sono considerati un esempio di singolare efficienza destinato a rimanere, almeno fino al completo adempimento dell’accordo AUKUS e allo schieramento dei nuovi sottomarini da attacco a propulsione nucleare SSN-Aukus che l’Australia otterrà dalla collaborazione strategica con Regno Unito e Stati Uniti, entrambi membri dei Five Eyes, la comunità d’intelligence dell’Anglosfera, ed entrambe potenze focalizzate sui particolari equilibri che interesseranno la regione dell’Indo-Pacifico, dove si fa sempre più presente l’influenza e l’espansione degli interessi della Repubblica Popolare Cinese.
I sottomarini Collins
I sottomarini convenzionali classe Collins restano un “tassello strategico nel Pacifico” e sono ancora oggi uno degli asset più rilevanti della difesa australiana, e della presenza del blocco occidentale nelle profondità marine dell’Oceano Pacifico, dove gli analisti prevedono una tensione crescente nei prossimi decenni a causa della progressiva affermazione di una nuova potenza navale: quella di Pechino che ha potenziato enormemente la flotta della sua Pla Navy.
Secondo H.I. Sutton, questi giganti dei mari, più grandi dei tradizionali battelli diesel-elettrici e implementati rispetto alla loro classe, dotati di armi e sistemi di combattimento di derivazione americana ma modificati, continuano a rappresentare il nerbo della forza subacquea di Canberra, in attesa che il programma AUKUS porti all’arrivo dei nuovi sottomarini nucleari e dei droni subacquei a lungo raggio “Ghost Shark” su cui l’Australia ripone grandi aspettative.
Progettati dalla svedese Kockums e costruiti in Australia tra il 1990 e il 2003, i Collins – 3.407 tonnellate in immersione – sono tuttora tra i sottomarini non nucleari più grandi al mondo. La loro storia non è stata priva di difficoltà: i problemi iniziali del sistema di combattimento hanno pesato a lungo sul programma, mettendone in discussione l’efficacia. Ma con gli anni la classe è maturata, trasformandosi in una piattaforma affidabile e rispettata, capace di missioni a lungo raggio su un teatro marittimo vasto quanto il Pacifico australe.

La filosofia alla base del progetto punta tutto sull’autonomia. I Collins sono probabilmente la massima espressione dei sottomarini diesel-elettrici “puri”: a differenza di altri battelli contemporanei non adottano la propulsione Aip, ritenuta troppo limitante per i lunghi trasferimenti ad alta velocità richiesti dalle operazioni australiane. La scelta si è rivelata coerente con la geografia: con i loro oltre 11.000 chilometri nautici di autonomia in navigazione diesel e 480 miglia in immersione solo a batterie, i Collins superavano nettamente molti modelli europei dell’epoca.
Scendendo nei numeri, ogni sottomarino misura 77,4 metri di lunghezza e può restare in missione fino a 70 giorni, con un equipaggio di 58 persone e una velocità massima di 20 nodi in immersione. L’armamento è importante: 22 siluri Mk.48, missili antinave Sub-Harpoon, oppure oltre 40 mine.
SSN-Aukus i sottomarini del futuro
Con l’avvicinarsi dell’era Aukus e della conseguente acquisizione dei nuovi sottomarini d’attacco a propulsione nucleare, il ruolo dei Collins diminuirà progressivamente, fino alla completa sostituzione di tutti e sei i battelli, che riceveranno comunque un’importante estensione per quanto riguarda la loro vita operativa, in modo da colmare il divario con i futuri sottomarini nucleari di nuova generazione.
Secondo quanto viene riportato, infatti, gli aggiornamenti della flotta, che attualmente conta il capoclasse, HMAS Collins, entrato in servizio nel 1996, e gli HMAS Farncomb, Waller, Dechanieux, Sheean e Rankin, l’ultimo dei quali è stato schierato nel 2003, saranno “consistenti“, anche se non includeranno più la capacità di essere armati e lanciare i missili da crociera Tomahawk come si era inizialmente ipotizzato. Una capacità strategica che spetterà ai nuovi SSN-Aukus.
Per ora i Collins restano un ottimo esempio di piattaforma sottomarina longeva ed efficiente. Uno strumento importante per l’Australia, che si rende indispensabile nel momento in cui gli equilibri strategici nel Pacifico si fanno sempre più delicati e in cui ogni asset subacqueo, anche di un’altra generazione, può fare la differenza.
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