Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI
Difesa /

Il drammatico epilogo della guerra in Afghanistan ha riaperto una frattura in seno alla Nato che sembrava essere stata chiusa dall’avvento di Joe Biden alla Casa Bianca. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, infatti, si era prefissato di abbandonare l’unilateralismo trumpiano per ricominciare a dialogare con gli Alleati europei in forza di un rinnovato – ed idealmente rinvigorito – approccio multilaterale.

In realtà, alla sua prima vera prova, questa postura decisionale è stata messa da parte: l’evacuazione di Kabul ha infatti colto di sorpresa gli altri Paesi della Nato, che sono stati messi al corrente delle decisioni statunitensi quando già “gli elicotteri americani volavano sopra le loro teste”. La stessa operazione di evacuazione dei collaboratori, così come il ponte aereo dalla capitale afghana, sono state “filtrate” dagli Stati Uniti in forza degli accordi di Doha, siglati coi talebani a febbraio del 2020. La gestione fortemente accentrata dell’evacuazione, soprattutto i primi giorni, ha causato forti attriti tra gli Stati Uniti e quegli alleati che avevano i loro contingenti in Afghanistan, e come diretta conseguenza in Europa, o meglio nei Paesi dell’Unione europea, la politica è tornata a pensare con maggiore decisione alla possibilità di dotarsi di uno “strumento difesa” comunitario.

Molto recentemente anche in Italia, Paese tra gli alleati più fedeli agli Usa, le massime cariche politiche hanno espresso l’esigenza che l’Ue si doti di una politica estera e di sicurezza comune. Qualcosa che, se venisse davvero messo in atto mettendo da parte le istanze di ciascun membro dell’Unione, sarebbe un prodromo per la nascita di un esercito europeo.

Dal punto di vista politico e tecnico esistono molti lacci e laccetti (anche vere e proprie catene) che possono impedire entrambe queste possibilità, ma prima di passarli in rassegna facciamo un esercizio accademico andando a vedere quale sarebbe la consistenza di un ipotetico esercito Ue.

I 27 Paesi appartenenti all’Unione europea sarebbero in grado di disporre di circa un milione e duecentomila uomini appartenenti alle forze armate. Per fare un paragone gli Stati Uniti ne schierano un milione e quattrocentomila, la Cina due milioni e centottantacinquemila, e la Russia un milione e quattordicimila.

Per quanto riguarda le forze aeree l’Ue avrebbe a disposizione 2012 cacciabombardieri (da difesa aerea e da attacco) insieme a circa 609 velivoli da trasporto di tutte le dimensioni, Gli Usa ne hanno rispettivamente 2717 e 845, la Russia 1531 e 429, la Cina 1571 e 264. Sempre parlando di assetti aerei, l’Ue potrebbe schierare circa 42 delle fondamentali aerocisterne e quattro velivoli Awacs (i francesi E-3).

Dal punto dei vista dei carri armati (considerando tutte le classi di peso), negli eserciti di tutte e 27 le nazioni europee ce ne sono 5081, mentre gli Stati Uniti ne dispongono 6100, la Cina 3205 e la Russia 13mila.

Il totale delle unità navali maggiori per l’Ue è così ripartito: 4 portaerei, 91 fregate, 15 cacciatorpediniere, 25 sottomarini (di diverso tipo). La U.S. Navy ha in forza 11 portaerei (più 10 unità portaeromobili da assalto anfibio), 21 incrociatori, 71 cacciatorpediniere e 69 sottomarini (compresi quelli in costruzione e ordinati). La Voenno-morskoj Flot ha nei suoi registri una portaerei, 5 incrociatori, 13 cacciatorpediniere, 11 fregate e 64 sottomarini, mentre la marina della Repubblica Popolare Cinese ha due portaerei, circa 50 cacciatorpediniere, 46 fregate e 79 sottomarini.

Si tratta di numeri che considerano gli assetti “sulla carta”, ovvero che comprendono anche quelli non in servizio perché in riparazione o non ancora entrati in linea ma in consegna. Per quanto riguarda l’Ue sono stati lasciati fuori dal conteggio dei caccia i 27 F-35A che dovrebbero entrare in servizio nell’aeronautica danese e i 18 Rafale previsti per la Grecia.

Dal punto di vista delle spese per l’apparato militare, l’Unione europea, nel suo complesso, versa circa 185 miliardi di dollari ogni anno in confronto ai 740 degli Stati Uniti, ai 178 della Cina e ai 42 della Russia. Quando si parla di fondi per la Difesa, è sempre bene considerare che ciascuna valuta ha un potere di acquisto diverso che dipende dal costo del lavoro, dalla svalutazione, dalla disponibilità di materie prime ecc, così che, ad esempio, servano molti meno “dollari” per comprare un missile intercontinentale in Cina piuttosto che negli Stati Uniti o in Russia.

Come già accennato esistono dei “lacci, laccetti e catene”. La catena più pesante è rappresentata dall’arsenale atomico, che, nell’Ue, è in possesso della sola Francia (ora che il Regno Unito è sotto brexit). Parigi dispone di un certo numero di testate nucleari montate su Slbm in dotazione ai sottomarini classe Le Triomphant, l’unica componente strategica rimasta dopo la chiusura dei silos nel Plateau d’Albion e considerando che il missile da crociera Asmp è indicato come “pre-strategico”.

L’Eliseo non condividerebbe la gestione del suo deterrente atomico qualora gli altri Paesi europei non si sobbarcassero i costi della nascita di un nuovo arsenale nucleare (ad esempio nuovi Ssbn, nuovi missili, nuove testate e magari perfino nuovi silos basati a terra). Una tale opzione sarebbe una violazione del trattato di non proliferazione nucleare (Npt) e inoltre è decisamente difficile che possa essere attuabile in un tempo ragionevole, durante il quale l’ombrello atomico francese sarebbe l’unico a proteggere l’Ue (pensando a un inevitabile sfilamento statunitense) e pertanto Parigi richiederebbe la condivisione degli oneri finanziari di gestione, senza però permettere che gli altri Paesi Ue possano entrare nella catena decisionale di impiego.

Un’Europa senza ombrello atomico è impensabile in un’epoca dove la deterrenza nucleare è tornata a essere importante stante la fine di importanti trattati sul disarmo (come l’Inf)

Per inciso la creazione e gestione di un arsenale atomico, risulterebbe, nel medio/lungo periodo, anche più economicamente conveniente in quanto si tratterebbe di una spesa inferiore rispetto alla necessità di dotarsi di un arsenale convenzionale, che per fungere da deterrente dovrebbe essere molto consistente e moderno.

Se la questione nucleare rappresenta la catena più grande, ce ne sono altre non indifferenti. Bisognerebbe infatti considerare che con la nascita di una forza armata europea si dovrebbe optare per la fine della partecipazione dei Paesi Ue alla Nato, in quanto è inverosimile che si possa pensare di avere duplicazioni di comandi (quindi di infrastrutture e personale). Quest’opzione, sicuramente coraggiosa, è di difficile attuazione perché in seno all’Ue esistono Paesi che hanno legami molto particolari con oltre Atlantico, spesso dettati da contingenze politiche.

Con questo arriviamo ad un altro nodo cruciale di difficile soluzione:

Accomunare le visioni strategiche in politica estera e nella Difesa di 27 Paesi è quasi impossibile

Da questo punto di vista la stessa Nato è un esempio di come, tra i suoi 30 aderenti, non ci siano le stesse percezioni di minaccia alla propria sicurezza, coi Paesi dell’est europeo che guardano con preoccupazione alla Russia e quelli mediterranei più concentrati sul “Fronte sud”. Ora bisogna immaginare, guardando alla carta geografica dell’Ue, la riproposizione dello stesso meccanismo ma senza un “padrone” come gli Stati Uniti che, in ultima istanza, decide il da farsi.

L’Unione europea potrebbe, però, dotarsi di un meccanismo militare unico per quanto riguarda le missioni internazionali, che dovrebbero essere decise in base ai nostri interessi di europei e non solamente a seguito di risoluzioni Onu o seguendo la volontà della Nato (quindi di Washington). In questo caso si potrebbe pensare di avere un contingente di forze leggere altamente mobile, interarma e quindi in grado di avere a disposizione assetti terrestri, navali e aerei, gestito da un comando congiunto in cui ci sarebbero in forma permanente quei Paesi dell’Ue che hanno forze armate più “consistenti” (Francia, Germania, Italia, Spagna) e a rotazione un esponente di tutti gli altri. Non dimenticando che per avere un esercito comune (o una forza di intervento rapido comune), è necessario avere un addestramento comune, delle stesse procedure, una medesima logistica e soprattutto una visione geopolitica comune, perché se c’è qualcosa che i conflitti asimmetrici del secolo scorso (Vietnam, Afghanistan) ci hanno – o dovrebbero avere – insegnato, è che per vincere una guerra occorre sapere esattamente cosa bisogna fare, e non è pensabile che l’Unione europea possa effettuare una missione militare senza un unico scopo che valga per tutti.

.
Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY