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Un recente articolo apparso su “Ultimo Uomo”, rubrica di Sky Sport, si chiede perché i cinesi non siano bravi negli sport di squadra. L’autore, in considerazione dei risultati ottenuti dalla Cina alle Olimpiadi, fa un raffronto tra i risultati negli sport individuali e quelli negli sport di squadra, evidenziando come vi sia una netta differenza tra gli allori accumulati nei primi e quelli nei secondi.

Il medagliere cinese a Tokyo è ben rappresentativo di questo divario: 88 medaglie, di cui 38 d’oro (seconda solo agli Stati Uniti), con una netta prevalenza in sport come i tuffi, il sollevamento pesi, la ginnastica, il ping-pong, il tiro a volo. Se andiamo a guardare il totale complessivo nella storia olimpica, dove la Cina ha accumulato complessivamente 541 medaglie (di cui 224 ori), questa differenza è ancora più evidente: 69 nei tuffi, 54 nel sollevamento pesi, 73 nella ginnastica, 53 nel tennis tavolo, 56 nel tiro, 41 nel badminton, 43 nel nuoto, 27 nell’atletica e 22 nel judo. Queste medaglie, che arrivano tutte da sport individuali, rappresentano l’80% del totale. Le medaglie negli sport di squadra, invece, rappresentano appena il 4,9% del totale: per fare un confronto, per l’Italia costituiscono invece il 15,5% del totale.

Il divario è ancora più evidente, come si legge, nel calcio, dove nonostante tutti gli incentivi per la pratica di questo sport, sembra non decollare, con la Cina relegata ai margini delle competizioni internazionali, almeno per quanto riguarda quelle maschili. Le donne, infatti, sembrano cavarsela meglio. Molto anche. La squadra femminile di calcio è infatti la compagine più titolata d’Asia, vantando un argento e un bronzo sia alle Olimpiadi sia ai Mondiali.

Perché questo divario intragenere e soprattutto tra sport individuali e di squadra? Le motivazioni vanno cercate nel sistema educativo cinese oltre che nella loro stessa cultura.

La lingua cinese viene appresa, per via della sua complessità, con un approccio puramente mnemonico e asfissiante: gli innumerevoli caratteri vengono ripetuti migliaia di volte finché non vengono imparati. C’è poco spazio per la “fantasia”, da intendersi quindi come elaborazione personale dello studio e del pensiero, e questa attitudine, inculcata fin da piccoli, permane anche nell’attività sportiva dove, si legge ancora, vengono ripetuti singolarmente i singoli esercizi per giorni e giorni, uno alla volta, perdendo quindi quella parte in cui viene insegnata la “intelligenza di gruppo” ovvero la capacità di mettere a frutto quanto appreso relazionandosi con gli altri e in interazione con essi.

Si perde quindi anche la capacità di adattamento alle diverse situazioni, sia quella che si definisce come “intelligenza emotiva” cioè la capacità di controllare i sentimenti e le emozioni, proprie e altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni.

Per riassumere, in ambito sportivo (e non solo) il cinese ha uno sviluppo mentale molto meccanico e induttivo, proprio per questo eccellono negli sport individuali mentre in quelli di squadra restano al palo. Come detto esistono anche fattori culturali: nonostante la Cina sia un Paese fondamentalmente socialista, quindi che dovrebbe avere alla base la “collettività”, prevale l’individualismo generato dalla netta divisione gerarchica determinata dal confucianesimo: nelle scuole la competizione tra gli studenti è esasperata, al punto che non esiste privacy nemmeno sui risultati ottenuti nei test, che vengono esposti pubblicamente, tanto che è stata definita la “società della vergogna”.

L’individualismo è stato esasperato anche dalla politica “del figlio unico”, che ha atomizzato i nuclei famigliari e creato delle ripercussioni psicologiche fortemente impattanti: le famiglie ripongono sul loro unico figlio tutte le proprie speranze investendo il massimo possibile per farlo emergere in una società che conta oltre un miliardo di persone. Un atteggiamento che, se da un lato permette di effettuare una scrematura efficace dei “migliori”, dall’altro esaspera la competizione provocando, come già accennato, la “chiusura” ad ogni tipo di approccio relazionale “di squadra” nel conseguimento di un risultato.

Le donne invece, nonostante le caratteristiche della società cinese, riescono a eccellere nel “lavoro di squadra” perché attitudinalmente più predisposte alle relazioni interpersonali: creano “intimità” e un ambiente di fiducia reciproca che si riflette nella capacità di assumere i concetti e le tecniche “di gruppo” molto più rapidamente rispetto ai loro coetanei di sesso maschile.

Chiusa questa ampia e doverosa introduzione che ci ha permesso di capire gli aspetti fondamentali della società cinese moderna, passiamo a cercare di analizzare come queste dinamiche potrebbero influenzare negativamente le capacità delle forze armate cinesi.

Se è vero che, proprio l’ambiente militare, è quello gerarchicamente più regolato, è anche vero che un equipaggio di un’unità navale, una compagnia di fanteria, e più su ancora un sistema interforze, deve – per definizione – agire e soprattutto reagire come una squadra. Questo è valido ancora di più oggi, dove gli scenari bellici vengono affrontati con concetti quali “multidominio” e “multilivello” che integrano non solo tutte le componenti delle forze armate di una nazione (esercito, marina, aeronautica), ma anche le stesse componenti di più nazioni.

Le esercitazioni congiunte, tra alleati e partner, vengono svolte proprio per “allenare” il personale militare di Stati diversi a operare in comunione mettendo a sistema le proprie competenze (e assetti) ma soprattutto per trovare “l’intesa” in grado di svolgere la missione con successo. In questo senso l’Occidente è notevolmente più avvantaggiato: la Nato, l’unica alleanza militare sopravvissuta alla Guerra Fredda, ha permesso questo processo sin dalla sua nascita, pertanto certi meccanismi operativi comuni sono ben oliati e vengono costantemente aggiornati con gli ultimi “ritrovati bellici” e relative strategie.

La Cina ha cominciato solo da poco, rispetto ai Paesi componenti l’Alleanza Atlantica, a operare congiuntamente con altri Paesi, e nonostante le esercitazioni con la Russia, o con altri partner occidentali che, in altri anni, si trovavano a collaborare con essa, il livello di integrazione è più basso anche senza considerare la preponderante caratteristica individualista della società cinese.

Non bastano sistemi integrati, procedure operative codificate: per affrontare con successo il campo di battaglia è necessaria quella “fantasia” che, unita alla capacità di “giocare di squadra”, permette di rispondere con efficacia alle variabili impreviste che sicuramente intervengono durante un conflitto. Un approccio mnemonico, “da manuale”, di certo è molto limitante in questo senso: gli stessi militari americani, pur frutto di una società individualista ma profondamente diversa rispetto a quella cinese, spesso e volentieri si trovano in difficoltà ad affrontare situazioni che esulano quanto appreso dal “manuale”.

L’elasticità mentale, quindi del fattore umano, è ancora imprescindibile anche al di là dell’introduzione dell’intelligenza artificiale, che ha ancora diversi problemi di adattamento e anche di riconoscimento della minaccia.

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