Sintesi del saggio di Michael Beckley e Hal Brands, Foreign Affairs, 23 giugno 2026
Questo argomento ci sta molto a cuore da quando nel 2013 la Cina ha annunciato il programma di una “nuova via della seta”, un modo al passo con i tempi che aveva l’obiettivo di ricostruire il controllo delle vie di comunicazione euro-asiatiche ottenuto con la forza dai mongoli nel Medioevo. L’analisi di Ludovico Domini, del CESMAR su CIMSEC sottolinea come la crisi nello Stretto di Hormuz del 2026 abbia riaffermato la centralità del controllo nodale sul Rimland rispetto alla superiorità navale classica, un aspetto a lungo trascurato nella strategia marittima. Il conflitto evidenzia lo scontro strutturale tra potenze euro-asiatiche e marittime, dove sistemi asimmetrici A2/AD permettono il controllo dei nodi logistici chiave, ridimensionando le dottrine di Mahan e Mackinder. In questo contesto, anche la guerra in Ucraina si configura come un tassello fondamentale delle tensioni euro-asiatiche per il dominio e il contenimento dell’Heartland, confermando che il controllo dei nodi nevralgici dominerà la geopolitica futura.
L’affermazione finale al saggio pubblicato sul CIMSEC riprende e adatta alla situazione attuale la storica frase di Mackinder e il suo successivo sviluppo a cura di Spykman diventando quindi:“Chi controlla i chokepoint e gli hub nodali domina il Rimland; chi connette l’Eurasia domina l’Heartland e governa i destini del mondo”.
Il saggio di Beckley e Brands rilegge le categorie geopolitiche classiche di Halford Mackinder e Nicholas Spykman per interpretare la contesa contemporanea tra un blocco continentale euroasiatico – imperniato su Cina, Russia, Iran e Corea del Nord – e una coalizione marittima a guida statunitense che tiene insieme Nord America, Europa e Indo-Pacifico. La tesi centrale è che l’Heartland odierno sia al tempo stesso aggressivo (secondo gli Stati Uniti, in quanto cerca di sostituirsi ad essi nel dominio economico del continente euro-asiatico) e strutturalmente debole, mentre il Rimland, pur superiore per risorse economiche e tecnologiche, soffra di una frammentazione politica che ne compromette la coerenza strategica.
Gli autori descrivono un ordine internazionale attraversato da una faglia antica quanto la geopolitica moderna. Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, circondati da una costellazione di regimi minori che va dalla Bielorussia al Myanmar, occupano oggi il ruolo che fu della Francia napoleonica, della Germania guglielmina e dell’Unione Sovietica; gli Stati Uniti, eredi del ruolo che fu del Regno Unito, restano l’unico perno capace di tenere insieme l’arco costiero che contiene il supercontinente euroasiatico. In realtà la politica statunitense – un dividi et impera di stampo moderno – assomiglia molto a quella britannica è ha come obiettivo il contrasto a qualsiasi alleanza sul continente euro-asiatico che possa mettere a rischio il loro dominio marittimo. A differenza degli imperi del passato, tuttavia, l’Heartland attuale, secondo gli autori, non è un blocco monolitico, bensì un insieme transazionale di regimi accomunati più dal risentimento condiviso verso l’ordine liberale che da un’ideologia comune: Pechino, Mosca, Teheran e Pyongyang collaborano intensamente sul piano economico, tecnologico e militare – dai microchip cinesi che sostengono l’economia russa, ai droni iraniani e ai missili nordcoreani impiegati nella guerra in Ucraina – senza però costituire un’alleanza di mutua difesa, come dimostrato dal fatto che, nella guerra in Iran, Pechino e Mosca hanno offerto a Teheran solo assistenza tecnica e di intelligence.
Questa natura transazionale limita la solidarietà dell’asse ma ne riduce anche il rischio di frattura ideologica, consentendo partnership flessibili con stati cerniera come India e Arabia Saudita. L’Heartland dispone oggi di strumenti sconosciuti ai suoi predecessori – attacchi informatici, capacità antisatellite, missilistica di precisione, controllo cinese delle terre rare. Il Rimland, invece, resta materialmente dominante, producendo circa metà del PIL mondiale contro il 20% dell’Heartland e controllando l’85% dei flussi finanziari globali, ma appare politicamente frammentato da tensioni interne, impulsi protezionistici statunitensi e riluttanza di alcuni alleati, come emerso durante la crisi con l’Iran. Per Washington, concludono gli autori, la sfida non è allargare la coalizione ma renderla coerente, attraverso una redistribuzione delle capacità industriali e tecnologiche e una base industriale della difesa integrata tra Nord America, Europa e Indo-Pacifico.
Via della Seta e terre rare
Il saggio insiste anche sulla dimensione tecnologica della sfida cinese-la cosiddetta “Via della Seta Digitale”, fatta di reti 5G e 6G, piattaforme come Alipay e WeChat Pay, sistemi di sorveglianza esportati globalmente e modelli d’intelligenza artificiale come DeepSeek e Qwen. Ma è anche fondamentale il controllo cinese delle materie prime critiche, circa il 60% dell’estrazione mondiale di terre rare e oltre l’80% della loro lavorazione, sebbene gli sforzi di diversificazione di Giappone e Stati Uniti stiano progressivamente erodendo tale monopolio.
Sul versante russo, la quota di gas verso l’Unione Europea è crollata dal 45% al 12% dopo l’invasione dell’Ucraina, mentre gli Stati Uniti, divenuti primo produttore mondiale di petrolio e gas, hanno visto crescere le proprie esportazioni durante la guerra in Iran. Resta netto il divario tecnologico: Stati Uniti e alleati catturano l’85% dei profitti mondiali nell’industria avanzata contro appena il 6% della Cina, che pur essendo primo produttore manifatturiero al mondo dipende ancora da architetture d’intelligenza artificiale e semiconduttori occidentali.
Sul piano geopolitico, la novità sostanziale è che l’Heartland euroasiatico non persegue più un dominio territoriale diretto, ma una revisione dell’ordine internazionale attraverso strumenti ibridi-infrastrutture, debito, tecnologia, coercizione economica-che rendono sempre più sfumato il confine tra competizione pacifica e conflitto latente, come dimostra la pressione “di zona grigia” esercitata dalla Cina. L’assenza di un collante dottrinale rende l’Heartland più elastico nelle alleanze periferiche ma meno capace di disciplina interna; crescono di rilievo gli “Stati cerniera” il cui allineamento resta negoziabile.
Il paradosso più insidioso per l’Occidente è che l’Heartland, pur più debole, resta coeso attorno a un obiettivo negativo condiviso, mentre il Rimland, materialmente superiore, è frenato da polarizzazione interna e da un’amministrazione statunitense percepita da alcuni alleati come imprevedibile. La verità è che la Cina si espande non più in due direzioni ma in tre-terra, mare e spazio digitale-imponendo all’analisi geopolitica contemporanea di includere cavi sottomarini, pagamenti digitali e sistemi d’IA come nuovi teatri di competizione.
Secondo gli autori dell’articolo, sotto il profilo strategico, il compito più urgente per Washington è il rafforzamento delle barriere militari avanzate lungo la prima catena di isole del Pacifico e il fianco orientale della NATO, gravato in gran parte su un ristretto numero di alleati di prima linea. Gli autori propongono di trasformare la deterrenza di prima linea in resistenza pluriennale, fondata su una base industriale della difesa distribuita secondo il principio della “ridondanza senza autarchia”, e di istituzionalizzare scale di escalation economica prevedibili anche in assenza di un’alleanza formale. Entro la metà degli anni Trenta, inoltre, Washington fronteggerà avversari nucleari revisionisti su entrambe le estremità dell’Eurasia con sistemi ipersonici capaci di eludere le difese esistenti-uno scenario che investe direttamente la credibilità degli impegni di sicurezza estesa offerti agli alleati, Italia compresa.
I compiti dell’Italia
Sul piano marittimo, il Rimland esiste anzitutto come costruzione basata su rotte commerciali e libertà di navigazione garantite storicamente dal potere navale angloamericano. La Cina ha raccolto la sfida con la marina più numerosa al mondo, una guardia costiera che supera le flotte asiatiche rivali e una cantieristica capace di superare l’intero resto del mondo messo insieme, evolvendo da una dottrina “anti-marina” verso una proiezione oceanica imperniata su gruppi portaerei multipli, mentre la Belt and Road Initiative ha generato una rete portuale dalla Thailandia alla Grecia potenzialmente convertibile in basi logistiche globali. Anche in questo caso niente di nuovo: storicamente le basi navali britanniche prima e statunitensi dopo si sono sviluppate lungo il Rimland e così sta cercando di fare la Cina. Il Rimland trae forza dall’autosufficienza energetica nordamericana, che ha ridotto l’esposizione ai colli di bottiglia geografici: solo il 7% del greggio importato dagli Stati Uniti transita per Hormuz, contro quasi metà delle importazioni cinesi, un’asimmetria che rappresenta una leva potenziale per il Rimland. Resta aperta la questione della sicurezza dei cavi sottomarini e delle infrastrutture portuali europee, e la fragilità delle infrastrutture energetiche russe conferma che anche una potenza continentale dipende da nodi marittimi vulnerabili.
Per l’Italia, collocata al centro del Mediterraneo allargato, le tesi del saggio impongono vigilanza sulla resilienza delle infrastrutture portuali, energetiche e digitali, dal Pireo a Trieste; offrono un’opportunità per Fincantieri e Leonardo di inserirsi nelle catene produttive integrate di NATO e UE; richiamano Roma a un impegno più strutturato nella condivisione degli oneri di sicurezza collettiva, in linea con una dottrina strategica nazionale coerente e a connotazione marittima. Confermano poi come l’interesse nazionale a preservare la libertà di navigazione attraverso Suez e Bab el-Mandeb, anche tramite il rafforzamento di partnership regionali come quella con la Grecia.
In conclusione, il vantaggio materiale della coalizione a guida statunitense non si traduce automaticamente in vantaggio strategico se non sorretto da una coerenza politica oggi fragile. La lezione per i decisori occidentali, Italia compresa, è che la scala non basta: occorre trasformare la superiorità economica in architettura di sicurezza condivisa, redistribuendo capacità industriali e rafforzando la resilienza delle infrastrutture critiche che tengono insieme il sistema del Rimland.