La “superiorità aerea”, da manuale di dottrina militare aeronautica, è quel grado di controllo dello spazio aereo che consente lo svolgimento delle operazioni in un dato momento e luogo senza interferenze proibitive da parte di minacce aeree e missilistiche avversarie. La “supremazia aerea”, invece, è quel grado di controllo dello spazio aereo in cui un avversario non è in grado di interferire efficacemente nell’area operativa utilizzando minacce aeree e missilistiche.
Gerarchicamente quindi la “supremazia aerea” sta al di sopra della “superiorità”, ed entrambe stanno al di sopra della “parità” ovvero il caso in cui le forze dei due avversari si equivalgono. Ovviamente, alla “supremazia aerea” di una forza, corrisponde l’”incapacità aerea” di una forza avversaria mentre alla “superiorità” di una parte corrisponde la situazione di “negazione” dell’altra.
Risulta intuitivo che per ottenere la superiorità aerea (e ancora di più la supremazia) è necessario colpire gli assetti del nemico deputati al controllo dei cieli: centri C3 (Comando Controllo Comunicazione), assetti aerei a terra o in volo, siti SAM (Surface to Air Missile), e qualsiasi altro strumento utilizzato per lo scopo.
Se fino al conflitto ucraino la superiorità aerea si otteneva con prolungate campagne aeree di interdizione in territorio avversario al fine di sopprimere/distruggere le difese, effettuate con strumenti cinetici ed elettronici (EW – Electronic Warfare), questa guerra e il fatto che nessuno dei due contendenti sia riuscito a ottenere stabilmente la superiorità aerea sul campo di battaglia se non in modo puntiforme e a macchia di leopardo ne sta cambiando la stessa formulazione in campo militare, ovvero si sta rivedendo il manuale per aggiornarlo e stabilire nuove metodologie di ottenimento della superiorità/supremazia aerea.
Considerando che la guerra in Ucraina si è trasformata, dopo le prime settimane in cui si poteva definire un conflitto semi-simmetrico, in un classico conflitto convenzionale d’attrito, che cosa è cambiato?
Per rispondere a questa domanda ci viene in aiuto il generale James Hecker, comandante in capo dell’U.S. Air Force in Europa. Il generale parte dalla considerazione che entrambe le parti in lotta, Russia e Ucraina, non hanno ottenuto la superiorità aerea perché possiedono sistemi di difesa aerea integrata avanzati. Sostanzialmente, l’attività aerea delle due aviazioni avversarie non è stata possibile in modo sicuro ed efficace perché, comunque, i sistemi da difesa aerea intervenivano abbattendo velivoli.
Questo, oggettivamente, ha portato all’uso parsimonioso dei caccia da parte dell’Ucraina, che non possiede una forza aerea numerosa e moderna come quella russa, e ha costretto l’aviazione di Mosca a operare nelle zone coperte dalle sue bolle Anti Access / Area Denial (A2/AD), oppure a effettuare rapide sortite di pochi caccia a bassissima quota, precludendo così precisione e quindi l’efficacia degli attacchi.
La testimonianza di questa capacità di interdizione dello spazio aereo è data dall’ampio utilizzo di missili da crociera, ma soprattutto dalla richiesta e successiva comparsa di munizionamento stand-off: oltre ai noti missili da crociera, si sono visti kit per bombe a caduta libera capaci di prolungarne la gittata e migliorarne la precisione (pensiamo al JDAM-ER dal lato ucraino o al UMPB/UMPK russo).
La guerra in Ucraina ha dimostrato anche la validità dell’approccio multidominio alle operazioni, e in particolare a quelle di counterair. Vettori da crociera utilizzati per colpire aeroporti, siti C3, perfino siti di SAM sono stati lanciati da unità navali di superficie e subacquee da parte russa, mentre l’Ucraina ha dimostrato notevole flessibilità nell’utilizzare sistemi anti-nave terrestri per colpire obiettivi avversari.
Oggi pertanto possiamo affermare che le operazioni counterair di ricerca della superiorità/supremazia aerea coinvolgono tutti i domini (sea, air, land, cyber, space) e utilizzano aerei, missili lanciati da terra, dal cielo e dal mare, velivoli senza pilota, artiglieria (a razzo o a canna), forze di terra, operazioni speciali, operazioni spaziali, operazioni cyber, guerra elettronica (EW) e altre capacità per creare gli effetti letali e/o non letali desiderati.
Soprattutto il conflitto ucraino ha dimostrato che ottenere la superiorità aerea (fondamentale per la vittoria sul campo di battaglia) è dispendioso in termini di assetti impiegati e non si può raggiungere solo con l’impiego di strumenti a basso costo: le loitering munitions, ad esempio, non bastano nemmeno se usate a sciami. Una delle motivazioni per cui la Russia, nonostante la schiacciante superiorità numerica aeronautica rispetto all’Ucraina, non ha ottenuto la superiorità aerea nel conflitto è proprio il non aver utilizzato i suoi assetti in modo massiccio nei primi giorni di conflitto, sebbene sia noto che Mosca non intende la guerra aerea come la NATO, avendo teorizzato l’utilizzo dello strumento aereo principalmente come supporto per l’avanzata delle forze terrestri, escludendo ovviamente gli assetti per il confronto strategico/nucleare.
Un approccio multidominio per la superiorità aerea è quindi fondamentale, ed è costoso in termini di strumenti utilizzati, e sebbene il generale Hecker stia pensando al confronto “tra pari” nell’Indo-Pacifico con la Cina, quindi in un teatro principalmente marittimo costellato di grandi e piccole isole, questo approccio è valido ovunque per qualsiasi conflitto simmetrico convenzionale moderno, indipendentemente dalla grandezza delle nazioni coinvolte purchè “peer to peer” o “near peer”.
Anche il nostro Paese, data la sua conformazione geografica, deve pensare a un’architettura simile per l’attività counterair offensiva e difensiva al fine dell’ottenimento della superiorità aerea: la nostra posizione nel Mediterraneo richiede esplicitamente un’attività in tutti i domini con una particolare sinergia tra Aeronautica e Marina Militare. Questo approccio, poi, è facilmente scalabile e proiettabile rappresentando quindi un efficace strumento di interconnessione delle capacità tra alleati e partner, ovviamente qualora si raggiunga l’adeguato livello di interoperabilità o addirittura intercambiabilità.
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