Negli ultimi mesi, in particolare a dicembre e a gennaio, ben 2mila pescherecci cinesi si sono radunati due volte nei pressi della ZEE (Zona Economica Esclusiva) del Giappone nel Mar Cinese Orientale, disponendosi in un’insolita formazione a L lunga centinaia di chilometri ,che lascia supporre la sperimentazione di un qualche tipo di blocco navale estemporaneo.
Le imbarcazioni della flottiglia da pesca della Repubblica Popolare Cinese (RPC) si sono posizionate nei pressi della linea mediana marittima tra Giappone e RPC, che Tokyo assume per definire il confine della sua ZEE nel Mar Cinese Orientale. Il primo incidente, avvenuto intorno al 25 dicembre, ha coinvolto circa 2mila imbarcazioni che hanno formato una L rovesciata lunga 470 chilometri da Nord a Sud e 230 chilometri da Est a Ovest. Il secondo, avvenuto intorno all’11 gennaio, ha visto 1300 imbarcazioni su una linea lunga 370 chilometri da Nord a Sud. L’analisi incrociata dei dati disponibili tramite AIS (Automatic Identification System) e fotografie satellitari, ha confermato questo inusuale dispiegamento dei pescherecci, osservando anche che sono rimasti in posizione per circa 24 ore consecutive in entrambe le occasioni.
Non è la prima volta che si assiste a un evento simile: nel 2016 circa 200-300 pescherecci cinesi si sono radunati vicino alle isole Senkaku amministrate dal Giappone, ma rivendicate dalla RPC. Questa volta, però, si è assistito a un evento di proporzioni mai viste prima. Molte delle imbarcazioni delle recenti formazioni erano salpate dalla provincia di Zhejiang, uno dei maggiori centri dell’industria ittica cinese, e le prime ipotesi riguardanti la necessità di evitare il maltempo non trovano conferma né secondo l’andamento del meteo successivo alla formazione, né rispetto alla distanza mantenuta in alcuni casi tra i pescherecci, ovvero di circa 500 metri (troppo poco per essere a distanza di sicurezza, anche per la normale attività di pesca).
Tutto porta a pensare che questa particolare attività sia da ricondurre a una sorta di esercitazione della flotta da pesca cinese, usata come forza paramilitare, per esercitare un blocco di quel tratto marittimo, sia nel contesto del deterioramento dei rapporti tra Pechino e Tokyo – e della rivendicazione cinese sulla ZEE del Mar Cinese Orientale in essere sin dal 2003 – sia in quello del controllo marittimo riguardante la Prima Catena di Isole, in particolare gli accessi marittimi interni a essa verso l’isola di Taiwan.
Sappiamo ormai da tempo che buona parte dei pescherecci cinesi sono stati praticamente integrati nelle attività militari della RPC, e su alcuni di essi è noto che vi sia presente anche personale armato, per condurre operazioni nella cosiddetta “zona grigia dei conflitti” ovvero nel campo della guerra ibrida.
I pescherecci paramilitari
La flottiglia paramilitare cinese – ormai si può definirla tale – è stata utilizzata molto spesso nel mantenimento di un efficace controllo cinese sul Mar Cinese Meridionale e in particolare nelle dispute territoriali che intercorrono tra le Filippine e la Repubblica Popolare. Sappiamo infatti che pescherecci cinesi, in più di un’occasione, si sono frapposti alle piccole unità militari e da pesca filippine nei pressi dell’atollo di Scarborough Shoal, posizionato geograficamente al di dentro della ZEE di Manila. Il primo incidente a Scarborough Shoal si è verificato nell’aprile 2012, quando una nave da guerra della marina filippina (un ex cutter della Guardia Costiera statunitense) ha colto in flagrante barche da pesca cinesi mentre rubavano tridacne giganti e coralli dall’atollo. Quell’evento ha portato la RPC ad assumere il controllo sovrano dell’isola, inaugurando così una nuova stagione di espansione cinese nel Mar Cinese Meridionale.
Le navi da guerra, della Guardia Costiera e i pescherecci paramilitari cinesi sono anche molto attivi, come accennato, nella acque del Mar Cinese Orientale e in particolare intorno all’arcipelago delle Senkaku. Il primo febbraio, la Guardia Costiera ha pubblicato per la prima volta un video di pattugliamenti nelle acque territoriali giapponesi intorno a queste isole contese. Questa mossa, nel quinto anniversario della legge che ha concesso alla Guardia Costiera cinese lo status di milizia, potrebbe essere stata intesa a riaffermare la pretesa di Pechino sulle isole. Nel 2025, Tokyo ha calcolato che i cutter della Guardia Costiera di Pechino hanno navigato nelle acque contigue delle Senkaku per 357 giorni, stabilendo un record annuale. A gennaio, è stata confermata la presenza di una nuova piattaforma sul lato cinese della linea mediana nel Mar Cinese Orientale, probabilmente costruita per lo sviluppo delle risorse minerarie presenti in quello specchio d’acqua: si tratta della 22esima costruita negli ultimi anni.
La Repubblica Popolare da almeno 3 lustri sta mettendo in pratica i dettami base della guerra ibrida per ottenere risultati strategici nelle acque dei mari che la circondano: utilizza strumenti non convenzionali (ad esempio la sua flotta da pesca) per mettere in pratica azioni coercitive e/o aggressive nei confronti dei propri avversari (Filippine, Vietnam, Giappone). Queste azioni si fanno, col passare del tempo, sempre più incisive e aggressive e vengono supportate da veri e propri strumenti militari come cutter della Guardia Costiera o unità navali da guerra. Soprattutto nel Mar Cinese Meridionale l’innalzamento del livello di confronto è più evidente: oltre ad azioni navali condotte con navi da guerra, si assiste sempre più spesso a pattugliamenti e sorvoli di caccia e bombardieri. Il fine, come accennato, è quello di ottenere un risultato strategico senza sfociare in un conflitto aperto, tramite il lento ma costante innalzamento del livello delle azioni che permettono a Pechino di affermare la propria sovranità, sino al punto di mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto. Si tratta di azioni da manuale di guerra ibrida, soprattutto secondo la declinazione cinese.
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