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Nel panorama della Difesa, nel suo senso più ampio, le innovazioni tecnologiche hanno portato ad un salto qualitativo impensabile solo trenta anni fa. L’ingresso del concetto netcentrico, ovvero dell’interconnessione di sistemi e piattaforme diverse presenti sul campo di battaglia, determinato dagli sviluppi del mondo cibernetico, ha radicalmente mutato il concetto stesso di guerra moderna. Oggi nei vari conflitti, siano essi di tipo simmetrico, cioè tra entità statuali, o asimmetrico, che vedono forze armate di tipo tradizionale contrapporsi a gruppi e gruppuscoli dotati di armamenti eterogenei e non paragonabili a quelli di uno Stato, non è più pensabile (nemmeno possibile per le stesse architetture delle forze armate) non affidarsi ad assetti fortemente interconnessi: droni, satelliti, cacciabombardieri, naviglio di vario tipo sino agli strumenti adoperati dal singolo soldato.

La guerra moderna si combatte integrando in tempo reale dati provenienti da sistemi di ricognizione, da risorse di intelligence e dagli stessi strumenti bellici che oggi sono in grado, attraverso tutta una serie di sensori, di effettuare autonomamente la scansione del campo di battaglia.

Il 18 maggio si è tenuto un seminario online a tema “Intelligence e Difesa: la digitalizzazione delle operazioni militari”, rientrante nella Intelligence Week, una serie di eventi di discussione su piattaforma telematica riguardanti la geopolitica, le nuove tecnologie e l’intelligenza.

Ad affrontare l’argomento delle nuove tecnologie applicate al mondo militare e dalle raccolta di informazioni hanno partecipato Pietro Battacchi (direttore di Rid), l’onorevole Alberto Pagani (facente parte dalla Commissione parlamentare della Difesa), il generale dell’Esercito, ora ritiratosi dal servizio, Giorgio Battisti, l’ingegnere Claudio Catalano (Ad di Iveco), l’ingegnere Lorenzo Mariani (Ad di Mbda Italia), il professor Paolo Quercia (docente di studi strategici a Perugia), il dottor Umberto Saccone (già ai vertici del Sismi), ed il generale dell’Aeronautica ed ex Csm dell’Arma Azzurra Leonardo Tricarico.

L’argomento trattato si è prestato ad una vasta panoramica che ha riguardato diversi settori dell’ambito della Difesa: le nuove tecnologie, siano esse riguardanti l’Intelligenza Artificiale, i “droni” o i sistemi ipersonici, hanno in comune fil rouge rappresentato dall’aver cambiato lo strumento militare e quello dell’intelligence.

Il punto di partenza della discussione su queste tematiche è stato proprio l’avvento del “quinto dominio” militare, quello cibernetico, che risulta essere assolutamente trasversale ai quattro precedenti (spazio, terra, mare e aria) e per questo foriero di una rivoluzione tecnologica che ha incluso anche, per forza di cose, l’attività di raccolta delle informazioni. Informazioni che non sono solo di tipo strettamente militare, ma anche economico: nell’era del Hybrid Warfare, postulata dai generali cinesi Qiao Liang e Wang Xuangui nel loro “Guerra senza limiti” e in un qualche modo codificata dal generale Valerij Vasil’evič Gerasimov a febbraio 2013 dalle colonne della rivista militare Vpk quando era capo di Stato maggiore (nell’articolo “Il valore della scienza sta nella lungimiranza. Nuove sfide richiedono un ripensamento delle forme e dei metodi delle operazioni di combattimento”), le leve economiche, se usate in modo proattivo (e aggressivo), hanno la stessa efficacia di un blocco navale.

Per questo occorre conoscere il potenziale economico/industriale degli avversari, ma anche dei propri alleati, allo stesso modo di come si osserva attentamente quello militare. Come ha riferito l’onorevole Pagani, la capacità informativa diventa l’elemento chiave del campo di battaglia moderno (e del futuro) e viene effettuata prevalentemente in un ambiente digitale. Questo è particolarmente dimostrato (e dimostrabile) da una piattaforma come l’F-35, che per la sua stessa natura è in grado di essere un “sistema” netcentrico che raccoglie informazioni e le trasmette in tempo reale per dare una situational awareness mai vista prima in combattimento. La stessa attività di intelligence, come la raccolta di segnali (Sigint) o spionaggio elettronico (Elint) non ha più senso se sono scollegate dall’attività cibernetica. Non bisogna però dimenticare che il fattore umano, l’Humint, è ancora rilevante e permette di colmare quelle lacune, date dalle caratteristiche intrinseche dei sistemi di raccolta dati anche dotati di Ia (Intelligenza Artificiale), come la versatilità e la capacità di adattamento.

Senza dubbio l’Ia è uno di quei fattori definiti game changer sul campo di battaglia. Oggi un “drone”, può operare autonomamente anche senza intervento umano diretto (se pur, nel mondo occidentale, secondo il principio human-in-the-loop). Si pensi, ad esempio, alle loitering muntions (o munizioni vaganti), studiate per restare in volo (o sott’acqua come il siluro nucleare Poseidon russo) nella zona di attacco in attesa di trovare un obiettivo. Lo stesso meccanismo, ma seguendo un principio inverso, difensivo, studiato dai russi per cercare di mettere in atto un “campo minato volante” per difendersi dall’attacco di Uas suicidi.

Droni che quando hanno le ruote, o i cingoli, non abbisognano delle protezioni balistiche di cui sono dotati i mezzi con equipaggio. L’ingegner Catalano ha infatti sottolineato come questi sistemi – allo studio da parte di Iveco – seguono il principio della leggerezza, velocità e aumentata situational awareness, affiancate a una nuova dottrina di impiego, per il loro utilizzo sul campo di battaglia in modo da poter garantire loro la giusta capacità di sopravvivenza in combattimento. In particolare “chi vincerà sarà chi individuerà la minaccia più velocemente” ha detto l’Ad di Iveco.

Tutti questi elementi hanno trovato il loro primo vero impiego in un conflitto simmetrico – cioè tra due entità statuali – durante la recente guerra nel Nagorno Karabakh. Come avevamo già avuto modo di analizzare a poche settimane dal cessate il fuoco, la tattica azera – risultata vittoriosa – è stata quella di impiegare Uav (Unmanned Air Vehicle) per sopperire alla debolezza del proprio strumento aeronautico di tipo classico, ma anche perché, per la loro stessa natura, offrono uno spettro di impiego più flessibile e vasto. Le difese armene si sono trovate del tutto impreparate davanti a questa nuova minaccia, abilmente messa in pratica dalle forze armate azere grazie a un sistema efficiente e integrato di raccolta informazioni che aggiornava i comandi senza soluzione di continuità, e pertanto sono state travolte dall’offensiva, anche per via della dottrina, ormai obsoleta, maturata durante il precedente conflitto degli anni ’90.

La raccolta di informazioni, si diceva, è fondamentale e l’intelligence nazionale, nonostante l’introduzione di sistemi ad alta tecnologia, deve comunque far affidamento sul fattore umano trovando il modo di coordinarsi con quella privata: il dottor Saccone ha sottolineato come sia necessaria una partnership tra pubblico e privato, più volte tentata infruttuosamente, che non riguardi solo interazioni frutto di contatti personali.

Parlando di nuovi sistemi ad alta tecnologia non si è potuto non citare l’ipersonico. Come ha sottolineato l’Ad di Mbda Mariani, si tratta di una “minaccia reale”. Da queste colonne siamo sempre stati molto attenti ai progressi effettuati da Russia, Cina e Stati Uniti in questo campo, e l’ingegner Mariani ci ha ricordato che i progetti allo studio in Europa, che prevedono il coinvolgimento anche dell’Italia, come il Twister o il Tempest (il caccia di sesta generazione) siano di tipo esclusivamente difensivo e rappresentano una sfida tecnologica non indifferente: oltre alle questioni puramente legate alla progettazione (motori, seeker ecc) la sfida è quella legata ai tempi di reazione e quindi alla velocità di comunicazione ed elaborazione dell’enorme mole di dati.

Chi scrive ritiene che proprio l’introduzione in servizio dei sistemi ipersonici (non una novità se guardiamo alla storia dei motori scramjet rimasti però solo dei prototipi sino a oggi), divenuti un altro game changer del campo di battaglia, sia un fattore talmente rivoluzionario da poter parlare di una vera e propria Hypersonic Warfare. Un’arma ipersonica, sia essa un missile da crociera come i russi Zircon, o un veicolo di rientro per missili balistici intercontinentali del tipo Hgv (Hypersonic Glide Vehicle) come le testate Avangard (sempre russe), per il solo fatto di poter essere impiegata da piattaforme che operano in domini diversi (sottomarini, navi, aerei, sistemi terrestri) e per il fatto di sfruttare almeno due ambienti diversi (l’aria e lo spazio) per la loro “navigazione”, rappresentino uno scenario a sé stante per la guerra del futuro. A sostegno di questa tesi si può anche affermare che, proprio per la loro natura rivoluzionaria (altissima velocità e capacità manovriera), richiedono dei sistemi di difesa appositamente studiati, per il momento ancora sul tavolo dei progettisti.

Gli interventi, nelle due ore di seminario, sono stati tanti e tutti molto interessanti, e meriterebbero, se presi singolarmente, una trattazione più approfondita, ma l’evento ha comunque dato una panoramica esaustiva su come si sta plasmando il campo di battaglia moderno.

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