La Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, nella parte dedicata agli Scenari della sicurezza nazionale, dice una cosa semplice e scomoda: oggi non basta più sapere cosa accade, bisogna capire prima come può accadere. È la differenza tra l’intelligence che rincorre e l’intelligence che orienta. Il documento sperimenta in modo esplicito l’uso dell’intelligenza artificiale generativa per costruire scenari, indicatori e mappe di rischio: non per sostituire l’analista, ma per allargare il campo, velocizzare la lettura del rumore informativo e mettere in fila catene di conseguenze che, nei sistemi complessi, tendono a restare invisibili finché non esplodono.
Il messaggio politico, prima ancora che tecnico, è che la sicurezza non è più soltanto ordine pubblico o difesa dei confini. È stabilità finanziaria, tenuta sociale, continuità energetica, protezione delle infrastrutture critiche, capacità industriale, controllo delle catene di approvvigionamento. E, soprattutto, è gestione del tempo: chi impone il ritmo, impone l’esito.
La guerra che non si annuncia
Tra gli scenari più istruttivi c’è quello Russia-NATO. Non è presentato come profezia, ma come griglia di possibilità. Tre ipotesi, tre modalità di prova generale: una manovra ibrida su Narva in Estonia; un blitz nel corridoio di Suwalki per spezzare la continuità territoriale tra Paesi baltici e Polonia; un’operazione marittima nel Mare di Barents contro la Norvegia, giocata su piattaforme energetiche e cavi sottomarini.
Il dettaglio che conta non è il teatro, ma la logica. Nel caso estone, la sequenza è una lezione di guerra sotto soglia: attacchi cibernetici preparatori alle infrastrutture critiche, campagne di propaganda sulle reti sociali per innescare disordini, pressioni commerciali e dazi sul residuo scambio, infiltrazioni di forze speciali, intervento limitato di forze regolari. Obiettivo: creare una zona grigia sotto influenza russa senza costringere l’Alleanza a scegliere tra resa ed escalation. È un test di coesione: se la risposta è lenta, il risultato è politico prima che militare.
Nel corridoio di Suwalki la logica è opposta: colpo rapido, mezzi meccanizzati da Kaliningrad e Bielorussia, forze speciali congiunte, attacchi cibernetici su nodi ferroviari, missili a corto raggio e droni per degradare le difese. Obiettivo: un collegamento via terra e la dimostrazione che la geografia baltica può essere strozzata. Il finale, in questa grammatica, è sempre negoziale: ritiro in cambio di concessioni sull’Ucraina o di arretramenti NATO.
Nel Barents, infine, lo strumento è la pressione marittima: esercitazioni vicino a piattaforme petrolifere e cavi, interdizione con sorvoli provocatori e blocco di rotte, mobilitazione narrativa in Russia sull’Artico. Obiettivo: far apparire fragile la deterrenza sul fianco settentrionale e rinegoziare diritti e delimitazioni, fino a mettere in discussione l’assetto delle Svalbard. Qui la posta è geoeconomica: energia, comunicazioni, controllo delle risorse e delle rotte.
Per l’Italia, tutto questo non è lontano. È la vulnerabilità di un Paese che dipende da mare e commercio, che importa energia e materie prime, che vive di esportazioni e turismo, e che ha infrastrutture digitali e portuali esposte. In una crisi sul Baltico o sull’Artico, il prezzo lo paghiamo anche noi: assicurazioni, noli, interruzioni logistiche, rialzo dei costi energetici, pressione sui bilanci pubblici.
La finanza come fronte interno
Un altro esercizio, apparentemente tecnico, riguarda le criptovalute e il rischio di contagio sul sistema tradizionale, con attenzione ai titoli di Stato. Tre inneschi: shock di mercato (fondi costretti a trovare liquidità e a vendere titoli), crisi di fiducia (panico dopo il fallimento di una cripto-moneta stabile, aumento dell’avversione al rischio), shock regolatorio (divieti o restrizioni in un grande Paese).
La catena di trasmissione descritta è lineare e dunque pericolosa. Prima settimana: vendite di titoli di Stato e compratori più cauti. Due-quattro settimane: aste del Tesoro più difficili e rischio di sciopero degli acquirenti, cioè domanda debole. Secondo mese: lo shock entra nei risparmiatori, cala la ricchezza percepita, cresce il bisogno di liquidità, e una quota di famiglie vende anche titoli pubblici. Tra il terzo e il sesto mese: la tensione passa alle banche, che restringono il credito soprattutto alle piccole e medie imprese; la stretta del credito frena investimenti e consumi; aumenta il rischio di recessione e peggiora la percezione di sostenibilità del debito. Tra il nono e il dodicesimo mese: il picco politico, con l’allargamento del differenziale, discussione europea sugli strumenti di sostegno e interventi della banca centrale con acquisti mirati. Anche nel migliore dei casi resta un’eredità: rendimenti più alti, banche più conservative, crescita più debole.
Qui la sicurezza nazionale coincide con la stabilità economica. Un Paese ad alto debito non può permettersi shock che trasformano il costo del denaro in un’arma. E se il fronte che accende la miccia è digitale, la risposta deve essere insieme regolatoria, bancaria, di educazione finanziaria e di contrasto alle frodi.
Migrazioni: quando l’economia decide la rotta
Le proiezioni sui flussi migratori irregolari verso l’Italia, costruite su dati 2020-2025 e su contesto istituzionale, mostrano un punto costante: la migrazione non è una variabile autonoma, è un amplificatore. Nel quadro di contenimento, la Tunisia resta il perno: riduzione dei flussi grazie a un rafforzamento dei controlli e alla cooperazione formalizzata con l’Unione europea. Ma il documento avverte che questa contenzione è vulnerabile a shock economici: se la finanza tunisina si deteriora, i meccanismi di controllo possono saltare rapidamente.
L’Algeria viene tratteggiata come corridoio secondario che può diventare rotta autonoma emergente se decide di usare la fuoriuscita come leva di pressione geopolitica verso Europa e Italia. L’Egitto appare come variabile macroeconomica: se inflazione e tagli ai sussidi destabilizzano il Paese, aumenta il ruolo di area di partenza verso la Libia e, in parte, verso rotte più indirette. E sullo sfondo c’è il Sudan e il Corno d’Africa: se il conflitto si regionalizza, gli spostamenti forzati possono superare le proiezioni e trasformare l’anno in una crisi acuta, con effetti a catena anche sul Mediterraneo centrale.
La lezione è che non esiste politica migratoria senza politica economica estera. Stabilizzare conti pubblici, prezzi alimentari, occupazione e capacità amministrativa dei Paesi di transito è una misura di sicurezza quanto una pattuglia navale. E vale anche al contrario: ogni crisi energetica o commerciale che colpisce il Nord Africa si traduce, con tempi diversi, in pressione sulle nostre coste.
Terrorismo: la Siria dopo Assad e il ritorno delle zone d’ombra
Nel quadro sulla minaccia dello Stato islamico in Siria dopo la caduta di Assad, l’infografica offre un dato controintuitivo: nel periodo dicembre 2024-giugno 2025 alcune forme di violenza risultano in calo. Gli attacchi contro l’industria petrolifera diminuiscono drasticamente, così come gli episodi ad alta letalità, le azioni coordinate e gli attacchi attribuiti o sospettati. Ma leggere questi numeri come fine del problema sarebbe un errore di prospettiva: la riduzione dell’attività visibile può convivere con la riorganizzazione, con la scelta di colpire meno per sopravvivere di più, con la costruzione di reti nei campi e nelle carceri, e con la ricerca di spazi nelle aree desertiche e lungo gli assi viari.
Per l’Italia il rischio non è solo l’atto terroristico sul territorio, ma il rimbalzo regionale: radicalizzazione in rete, ritorno di combattenti, nuove filiere di documenti e di passaggi, convergenze tra reti criminali e logistiche clandestine. In una fase di frammentazione siriana, la minaccia tende a trasformarsi: meno spettacolare, più persistente.
Lo spazio e l’Artico: la sicurezza diventa verticale
Il rapporto insiste su un dato che stiamo ancora digerendo: la competizione strategica non è più soltanto orizzontale, tra confini terrestri e rotte marittime, ma verticale. Lo spazio è diventato infrastruttura: comunicazioni, osservazione, sincronizzazione, navigazione. E dove c’è infrastruttura, c’è vulnerabilità. La nuova corsa alla Luna, con programmi e coalizioni contrapposte, non è fantascienza: è controllo di standard, regole, accessi e risorse. L’Italia, come potenza industriale con filiere aerospaziali e come Paese dipendente da sistemi satellitari, non può permettersi di essere soltanto utente.
Infrastrutture critiche: il fondo del mare e la catena del valore
Tra Narva e il Barents c’è un elemento ricorrente: i cavi. Nel Mediterraneo passa una quota decisiva delle comunicazioni che tengono insieme finanza, logistica e servizi essenziali. Un sabotaggio, o anche solo la minaccia credibile di colpire una dorsale sottomarina, ha un effetto immediato sui mercati e sulla percezione di rischio. Per l’Italia la protezione del dominio subacqueo diventa un capitolo di politica industriale: sensori, pattugliamento, capacità di riparazione rapida, regole per gli operatori privati e cooperazione europea.
Questo vale anche per l’energia. In una crisi prolungata la vulnerabilità non è soltanto l’interruzione fisica, ma la volatilità dei prezzi e la competizione tra acquirenti disposti a pagare di più. Qui l’intelligence economica serve a leggere in anticipo strozzature logistiche, uso politico delle forniture, pressione assicurativa e rischio reputazionale.
La macchina degli scenari: perché conta il metodo
Il documento dichiara il metodo: esercizi sperimentali assistiti dall’intelligenza artificiale generativa, alimentati da dati ufficiali e fonti aperte selezionate, poi sottoposti a controllo umano. È un passaggio culturale: esplicitare presupposti e limiti è una difesa contro l’autoinganno. La tecnologia può far vedere prima, ma può anche amplificare errori se manca disciplina.
Valutazione strategico-militare: la deterrenza come credibilità quotidiana
In questi scenari la dimensione militare è credibilità di risposta. La Russia saggia l’Alleanza con operazioni sotto soglia; reti jihadiste sopravvivono riducendo la visibilità; crisi finanziarie diventano pressione politica. La deterrenza, qui, è fatta di procedure: difesa aerea e antimissile integrate, protezione di basi e porti, resilienza delle reti, capacità di contrasto ai droni e continuità del comando anche sotto attacco cibernetico. E, soprattutto, rapidità decisionale: se il tempo di reazione è lungo, l’avversario ha già vinto la scommessa.
Una strategia nazionale, non una somma di emergenze
Se si tiene insieme tutto il mosaico, la conclusione è netta: la sicurezza nazionale del 2026 è un equilibrio tra guerra e mercato. Le minacce più efficaci sono quelle che producono effetti senza dichiararsi: una pressione su cavi e piattaforme, una campagna cibernetica, una manovra finanziaria, uno shock economico in un Paese di transito, un’area grigia che congela la decisione politica.
Per questo l’intelligenza artificiale generativa, nel documento, non è un vezzo tecnologico. È un tentativo di dotarsi di una bussola in un mondo dove i segnali sono troppi e il tempo è poco. Ma la tecnologia da sola non basta. Serve una catena di comando chiara tra analisi e decisione, una cultura della prevenzione che entri nei ministeri economici quanto in quelli della difesa, investimenti sulla resilienza delle infrastrutture, e soprattutto un’idea di interesse nazionale che non cambi a ogni emergenza mediatica.
Governare il cambiamento significa scegliere prima, non reagire dopo. E oggi, per l’Italia, questa è la vera linea di confine.
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