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Capability over capacity, traducibile come “possibilità invece di capacità”. Questa è la scommessa del ministero della Difesa Usa per dare un nuovo riassetto alle forze armate in grado di affrontare i conflitti del futuro. Prendersi rischi ora per ridurli in futuro, ovvero rinunciare a tenere il passo con la Cina nella corsa agli armamenti nel breve termine per scommettere tutto nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie che consentiranno, grazie allo storno degli investimenti, di allungare il passo nel medio/lungo periodo permettendo così di ottenere la supremazia militare su Pechino.

Il budget per la difesa del 2022 è stato razionalizzato, mantenendolo sostanzialmente invariato ma ridistribuendo le risorse disponibili, con lo scopo di ridurre le dimensioni delle forze armate statunitensi nella speranza che le nuove tecnologie alla fine portino a nuove acquisizioni. Una vera e propria svolta strategica che ridimensiona il numero di assetti per mantenere il budget sostanzialmente inalterato: 715 miliardi di dollari, che fanno segnare un più 1,6% rispetto all’anno fiscale in corso, ma che adeguati al tasso di inflazione rappresentano un finanziamento sostanzialmente identico al precedente.

La decisione della Casa Bianca comporta l’elargizione di più denaro per il settore R&D (Research & Development) che beneficerà di 112 miliardi di dollari (più 5%), nonché 14,5 miliardi destinati al settore “scienza e tecnologia” (la ricerca pura). Finanziamenti che andranno nel settore dell’Intelligenza Artificiale, considerata vitale dai maggiori attori internazionali tanto che il presidente russo Vladimir Putin ha detto che “chi controlla l’intelligenza artificiale controlla il mondo”, ma anche nel 5G/6G militare, nel settore cyber e nello Spazio, che da solo vedrà arrivare 20 miliardi di dollari che finiranno nel potenziamento della rete Gps, nella messa in orbita di nuovi assetti di sorveglianza missilistica (con un occhio all’ipersonico) e a nuovi satelliti per la connessione dati.

Mantenere il bilancio invariato significa che, se si iniettano risorse in nuovi campi, altri le vedranno venire tagliate. È proprio quello che faranno gli Stati Uniti con gli assetti legacy di marina, aeronautica ed esercito. “Disinvestire” oggi per avere un rientro domani. Un rischio calcolato che taglia 8 miliardi di dollari complessivi eliminando, ad esempio, l’acquisizione di ulteriori pattugliatori P-8 Poseidon, dismettendo caccia F-18 Super Hornet, mandando in pensione 7 incrociatori classe Ticonderoga oppure, se guardiamo all’Air Force, tagliando un totale di 210 velivoli tra A-10 (meno 42), F-15 (48) ed F-16 (47). A rischio anche la sostituzione degli Icbm (Intercontinental Ballistic Missile) Minuteman III, ma, per quanto riguarda la triade della deterrenza nucleare, si procede a gonfie vele col nuovo bombardiere B-21 Raider e coi nuovi Ssbn classe Columbia.

Da oltre Atlantico, però, c’è chi leva voci critiche su questa scelta. Secondo Mark Gunzinger, ex colonnello dell’Usaf e ora analista presso il prestigioso Mitchell Institute, il budget proposto è solo l’ultimo di una serie di richieste di finanziamento che non sono state all’altezza di ciò di cui il dipartimento della Difesa ha bisogno per il futuro. Gunzinger sostiene, dalle colonne di Defense News, che il risultato di 30 anni di “building down to build up” (traducibile come “fabbricare meno per fabbricare meglio”) sono forze armate che non hanno la capacità di combattere un singolo aggressore alla pari, oltre a non essere in grado di difendere gli Stati Uniti e scoraggiare gli attacchi nucleari.

Il colonnello porta il caso dell’Usaf che, secondo la strategia di difesa nazionale del 2018 che impone di impedire l’invasione di un alleato o un amico degli Stati Uniti, è lo strumento principale per far fronte a questa eventualità attraverso l’esercizio dell‘air power – bombardieri, caccia di quinta generazione e altri sistemi di combattimento aereo – su scala globale e in modo tempestivo.

Tuttavia, il 66% dei bombardieri è stato ritirato dal servizio, e la forza di caccia è meno della metà di quella che risale a Desert Storm, nel 1991. Secondo il colonnello i 140 tra B-1B, B-2A e B-52H – la forza di bombardieri più piccola di sempre – potrebbero effettuare 30 sortite di attacco al giorno a fronte delle 50 che i soli bombardieri B-52 hanno effettuato durante la Prima Guerra del Golfo. Troppo poco. La mancanza di una risposta immediata e schiacciante a un’aggressione di una potenza come la Cina avrebbe un impatto devastante sugli Stati Uniti. Non riuscire a impedire a Pechino di impossessarsi di Taiwan o di completare il suo dominio sul Mar Cinese Meridionale rischierebbe di far retrocedere gli Stati Uniti a potenza militare di secondo livello nel Pacifico Occidentale. Allo stesso modo, una riuscita invasione russa dei Paesi Baltici potrebbe fratturare la Nato, un obiettivo a lungo termine del Cremlino.

Tagli e ridimensionamenti che quindi porterebbero a una sconfitta in conflitti regionali. Secondo il colonnello i “semi della sconfitta” si possono trovare proprio nella National Defense Strategy (Nds) del 2018 che dà la priorità al contrasto ai “conflitti regionali” lungo le periferie di Cina e Russia, ma cosa succede se Mosca e Pechino scelgono di continuare la lotta e di puntare sul logoramento delle forze Usa che si sono ridimensionate per una guerra breve?

La Nds ha anche abbandonato il requisito per combattere un secondo aggressore contemporaneamente a un primo. Questa logica, stabilita già nel 1993, finalizzata a evitare che un potenziale aggressore in una regione fosse tentato di trarre vantaggio da una situazione di conflitto già esistente, è valida ancora oggi. Questo rischio è anche alla base della ricerca, da parte della Casa Bianca, della “stabilizzazione del contrasto” tra Washington e Mosca, resasi necessaria dopo la recente escalation nel Donbass, per poter così concentrarsi nel contenimento di Pechino.

Gunzinger sembra non considerare questo aspetto, quando dice che la spesa per la difesa di Cina e Russia insieme ora supera il budget statunitense, ma potrebbe avere ragione per quanto riguarda la necessità di fronteggiare una possibile invasione di Taiwan o addirittura un attacco alle Filippine. Recentemente dei “giochi di guerra” molto elaborati tenutisi negli Stati Uniti, hanno dimostrato che le Forze Armate Usa sarebbero in grado di sconfiggere la Cina e impedire l’invasione di Formosa – prevista, in questo scenario, nel 2030 – solo grazie ad assetti che ancora non ci sono, come i caccia di sesta generazione.

Il colonnello, nella sua trattazione, non usa mezzi termini per esporre il pericolo che, secondo lui, corrono gli Stati Uniti: la consapevolezza delle ridotte dimensioni e capacità delle forze Usa potrebbe spingere Russia e Cina ad iniziare un breve conflitto regionale, che potrebbe avere conseguenze politico/diplomatiche devastanti (vedere il già citato caso del Baltico). Secondo Gunzinger l’unico modo per evitare questa possibilità è quella di rivedere i presupposti di pianificazione dello strumento della Difesa e aumentare forze e capacità che consentirebbero ai comandanti statunitensi di contenere rapidamente un’invasione. Quindi, si afferma, servono più bombardieri stealth a lungo raggio e caccia di quinta generazione (la cui acquisizione è stata parimenti ridimensionata), aumentare il numero di missili da crociera di precisione (compresi quelli antinave) e velivoli senza pilota.

La strategia Usa per il procurement militare è chiara anche se rischiosa: rinunciare “all’oggi”, come ad esempio diminuire il numero di F-35 da mettere in servizio, per dirottare le risorse al fine di puntare tutto sulle tecnologie di “domani” che saranno in grado di ridare la supremazia a Washington e così “lasciare indietro” i propri avversari.

Un rischio calcolato, come abbiamo detto, ma anche una scommessa che da qui al 2030/2035 non ci sarà nessun tipo di conflitto; un conflitto che, secondo alcuni, gli Stati Uniti potrebbero perdere.

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