L’accelerazione data dalla guerra russo-ucraina al decoupling industriale nei settori critici tra gli Stati Uniti e gli alleati e il sistema di Paesi ritenuto ostile, con in testa Mosca e la Cina, sta avendo una manifestazione concreta nel tentativo di Washington di tagliare la dipendenza dall’antimonio decisivo per l’industria delle armi a stelle e strisce.

L’antimonio è uno dei minerali che è diventato il fulcro dei recenti sforzi del Congresso degli Stati Uniti per sostenere la riserva strategica di minerali critici, nota come National Defence Stockpile e risulta fondamentale per alimentare la catena del valore del complesso militare-industriale. Materialmente, nota Eurasia Times,è un elemento chimico semimetallico che può esistere in due forme, la forma metallica in cui è brillante, argenteo, duro e fragile e la forma non metallica in cui è una polvere grigia”, e in queste due forme si presenta nei depositi. La sua importanza per la difesa è legata alla trasversalità delle sue applicazioni nel campo della difesa: si trova antimonio nella componentistica per i visori notturni e i binocoli, nelle munizioni tradizionali, nei proiettili perforanti, perfino nelle armi nucleari.

Poiché le tensioni con la Cina aumentano mese dopo mese e le relazioni con la Russia sono ai minimi storici a causa della guerra in corso in Ucraina, i legislatori statunitensi stanno diventando sempre più diffidenti nei confronti dei rischi legati alla fornitura di minerali critici per i quali Washington è pesantemente esposta. In tale settore, l’antimonio si associa a platino, palladio, litio e tungesteno tra quelli per i quali la National Defence Stockpile ha accumulato riserve fino al 2025 che potrebbero però via via assottigliarsi o essere messe a repentaglio da un proseguimento della guerra economica con la Russia e da possibili perturbazioni legate ai problemi con la Cina.

Secondo IndexMundi, la Cina è strategicamente in controllo delle maggiori riserve mondiali di antimonio e fa la parte del leone nell’estrazione, con una quota annua di estrazione pari a 60mila tonnellate annue, seguita dalla Russia (25mila) e dal Tajikistan (13mila) sul podio dei maggiori produttori annui di antimonio nel 2021. Lo United States Geological Survey segnala che nel campo dell’antimonio gli Usa sono totalmente dipendenti per l’assenza di riserve sfruttabili dopo la chiusura dell’unica miniera in Idaho nel 1997. Questa “perla” dell’industria americana, la miniera di Stibnite, fu decisiva durante la Seconda guerra mondiale per estrarre il 90% della domanda americana di antimonio per tutta la durata del conflitto ed era la chiave per realizzare il 40% dell’acciaio americano.

Oggi il quadro è cambiato. Forbes ha sottolineato che “diverse grandi nazioni produttrici spediscono le loro forniture in Cina per l’elaborazione, il che significa che la Repubblica popolare elabora ancora l’80% della fornitura globale e quindi comanda la sua catena di approvvigionamento definitiva” potendo mettere sotto pressione Washington. La quale oggi vuol correre ai ripari.

Nella giornata dell’8 giugno lo House Armed Services Committee, il comitato sulla Difesa della Camera dei Rappresentanti, ha proposto un disegno di legge per impegnare l’amministrazione Biden a finanziare l’ampliamento della riserva strategica nazionale e consentire a settori come quello delle armi di essere autosufficienti anche oltre il 2025, con una grande attenzione all’antimonio. Al suo apice durante la Guerra di Corea, nel 1952, le scorte di materiali critici degli Usa erano valutate a quasi 42 miliardi di dollari (ai valori odierni). Al 31 dicembre scorso, per fare un paragone, si era a soli 888 milioni: l’economia del just in time, approvata anche per i settori strategici, ha creato problemi di carenza e criticità.

Preoccupato di un possibile caro-munizioni anche il dipartimento della Difesa ha presentato la propria proposta legislativa al Congresso il mese scorso, chiedendo al Congresso fondi per 253,5 milioni di dollari volti a finanziare piani di acquisto di minerali aggiuntivi per le scorte, antimonio in testa. L’amministrazione Biden lo ha dichiarato materiale strategico aprendo a una presa di consapevolezza crescente in materia. L’obiettivo è aumentare gli acquisti e diversificare le fonti, evitando che si creino rapporti di dipendenza strutturale. I tre Paesi messi nell’occhio per sostituire Russia e Cina sono Turchia (100mila tonnellate di riserve provate), Australia (140mila) e Bolivia (addirittura 340mila!), oltre al confinante Canada che produce 7mila tonnellate l’anno. Gli Usa sono dipendenti all’84% per il totale dei consumi annui (circa 27mila tonnellate) e coprono la quota residua col riciclo. Presidiare la filiera dell’antimonio è vitale per poter, dopo il 2025, sperare di non dipendere dai rivali nei settori critici. Più scorte, più a lungo termine e più indipendenti dai due rivali strategici: il piano è chiaro, bisogna vedere se e come sarà messo in pratica. L’avanzata della proposta segnalerà l’attenzione dei legislatori Usa per un obiettivo primario per il governo. Mentre anche in altri settori, come quello dell’uranio, presto si porranno problemi simili. Sintomatici della nuova globalizzazione della competizione totale, in cui la sicurezza è prioritaria rispetto al commercio.

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