Il Comando per l’Indo-Pacifico (INDOPACOM) delle forze armate statunitensi ha emesso silenziosamente la scorsa settimana un ordine per preparare una “dimostrazione di forza” contro le manovre aggressive cinesi nel Mar Cinese Meridionale, secondo quanto appreso dalla CBS News.
Non è chiaro quando questa operazione avrà luogo (se avrà luogo) ma l’ordine esecutivo dell’INDOPACOM ha stabilito di effettuare una dimostrazione di attacco di precisione in risposta alle crescenti ostilità della Repubblica Popolare Cinese (RPC) nelle acque contese di quel mare vitale per i commerci globali, in particolare per via delle continue e numerose azioni aggressive svolte nella ZEE (Zona Economica Esclusiva) delle Filippine, ai danni di imbarcazioni civili e militari di Manila. Altre due fonti di CBS avevano confermato che l’operazione è stata preparata come opzione, ritenendo però improbabile la sua esecuzione.
Questa dimostrazione di forza, secondo le prime indiscrezioni, dovrebbe riguardare il fuoco di precisione e impiegare sistemi come il ben noto lanciarazzi guidati HIMARS, ma non solo. Secondo fonti OSINT più recenti, infatti, la portaerei USS “Nimitz” (CVN-68) e il suo Carrier Strike Group (CSG), composto dai cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke USS “Gridley” (DDG-101), USS “Wayne E. Meyer” (DDG-108) e USS “Lenah Sutcliffe Higbee” (DDG-123), insieme all’incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga USS “Princeton” (CG-59) e un altro Arleigh Burke, probabilmente l’USS “Fitzgerald” (DDG-62), stanno attualmente operando nel Mar Cinese Meridionale a circa 100 miglia a Sud del conteso isolotto di Scarborough Shoal.
Questo posizionamento da parte del CSG-11 e di altre navi da guerra attualmente assegnate all’INDOPACOM sembra quindi confermare che Washington, nonostante i recenti segnali di distensione giunti dal vertice Trump-Xi in Corea del Sud, abbia deciso di proseguire nell’eseguire una dimostrazione di forza in quelle acque afflitte da un’annosa diatriba territoriale che vede la RPC rivendicarle nella sua quasi interezza. Tale azione, come accennato, potrebbe comportare il lancio di diversi razzi guidati da parte del sistema missilistico di artiglieria ad alta mobilità HIMARS in servizio nel Corpo dei Marines verso l’atollo di Scarborough.
L’isola, che si trova all’interno della ZEE filippina, è al centro di una lunga disputa territoriale tra RPC e Filippine sui diritti di pesca. Mentre Manila ha diritto di sfruttare le risorse naturali della sua ZEE, coma da Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS), Pechino sta sempre più aggressivamente bloccando l’accesso filippino all’isola e alle acque circostanti, giungendo a mettere in atto tentativi di speronamento e utilizzando i cannoni ad acqua delle sue imbarcazioni della Guardia Costiera. Una sentenza dell’arbitrato internazionale chiamato a dirimere la questione della sovranità sul Mar Cinese Meridionale del 2016 ha stabilito che la RPC stava illegalmente impedendo ai pescatori filippini di accedere alle zone di pesca tradizionali. A settembre di quest’anno, nell’ennesimo tentativo di mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto, Pechino ha dichiarato che Scarborough Shoal sarebbe diventato una riserva naturale, in modo da avere un pretesto legale per interdire la navigazione alle unità filippine (e non solo).
Le critiche del Pentgono alla Cina
Come sempre accade, per tastare il polso del reale rapporto tra due Paesi, occorre guardare al punto di vista complessivo, e nonostante il recente accordo tra Washington e Pechino su dazi, soia e sullo stabilire una “linea rossa” diretta tra le rispettive entità militari di alto livello, la questione del Mar Cinese Meridionale (e di Taiwan) regola ancora – per il momento – i rapporti diplomatici generali tra le due potenze divise dall’Oceano Pacifico.
Sabato scorso, infatti, il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha invitato le nazioni del Sud-Est asiatico a mantenere fermezza e a rafforzare le loro difese marittime contro le azioni “destabilizzanti” della RPC in quella che a tutti gli effetti è sembrata una dura critica alla crescente aggressività di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Il capo della Difesa USA ha criticato aspramente proprio la recente designazione, da parte di Pechino, di “riserva naturale” per l’atollo conteso, definendola una mossa insincera volta a consolidare il controllo con il pretesto della tutela ambientale. “Non si mettono piattaforme sulle riserve naturali”, ha detto Hegseth, riferendosi alle segnalazioni di strutture e ai pattugliamenti cinesi nella zona. “Questo è l’ennesimo tentativo di imporre nuove ed estese rivendicazioni territoriali e marittime a vostre spese” ha aggiunto ancora parlando ai ministri della Difesa dell’ASEAN in Malesia.
Hegseth ha esortato i Paesi dell’ASEAN ad accelerare i negoziati con Pechino sul raggiungimento di un codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale, un accordo in discussione da oltre due decenni ma che non ha ancora prodotto un quadro vincolante né mai lo raggiungerà per le dinamiche che regolano i rapporti tra i Paesi rivieraschi: da un lato si cerca l’appoggio esterno per le proprie rivendicazioni, dall’altro si cerca di non perturbare troppo il gigante asiatico. All’ASEAN, comunque, da tempo si è giunti alla conclusione di voler cercare la “stabilizzazione” della regione condannando le aggressioni cinesi, ma sino a oggi nessun provvedimento esecutivo è stato mai raggiunto, anche per l’ingombrante presenza di Pechino.
Nel frattempo, Washington si è impegnata a espandere le esercitazioni militari congiunte e i pattugliamenti marittimi coi partner regionali. Il Segretario Hegseth ha accolto con favore l’esercitazione marittima ASEAN-USA pianificata per dicembre, definendola un passo cruciale verso il miglioramento dell’interoperabilità e la garanzia della libertà di navigazione, un principio fondamentale della politica indo-pacifica statunitense. Forse per questo la dimostrazione di forza USA nel Mar Cinese Meridionale è probabile: si tratta del tipico agire dell’amministrazione Trump che usa con particolare disinvoltura la forza militare. L’ASEAN invece si trova ora ad affrontare una prova decisiva: o riuscirà a presentare un fronte unito per salvaguardare i suoi diritti marittimi o correrà il rischio di vedere il predominio della RPC nel Mar Cinese Meridionale diventare una realtà irreversibile.