Gli Usa e l’Artico: una nuova strategia per fermare l’espansione di Russia e Cina

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Gli Stati Uniti hanno recentemente pubblicato la loro nuova strategia per l’Artico. Il nuovo documento si è reso necessario perché il cambiamento climatico e i cambiamenti nell’ambiente geostrategico determinano un nuovo approccio strategico alla regione artica. Il piano rafforzerà la capacità degli Stati Uniti di costruire una deterrenza integrata e gestire efficacemente i rischi per gli interessi statunitensi in quella regione, migliorando la consapevolezza e le capacità del “dominio artico”, come si legge nell’incipit, ribadendo al contempo la volontà di perseguire questi obiettivi impegnandosi con alleati e partner.

Il Pentagono vede l’Artico di propria competenza come cruciale per la sicurezza degli USA (si cita non solo l’Alaska ma le rotte che dall’Artico portano al continente nordamericano) e per quella della NATO, e lo definisce come il fronte Nord del teatro Indo-Pacifico, un punto di particolare importanza su cui ritorneremo a breve. Nell’Artico ci sono colli di bottiglia marittimi – vengono citati lo Stretto di Bering e il Mar di Barents – che, grazie al cambiamento climatico, stanno diventando strategici per i traffici navali, aprendo nuove vie di comunicazione e quindi aumentando la competizione internazionale.

Da questo punto di vista, nel documento si afferma anche che le attività nell’Artico della Repubblica Popolare Cinese (RPC) e della Russia – inclusa la loro crescente cooperazione – e l’allargamento della NATO preannunciano un nuovo e più dinamico contesto di sicurezza in quella vasta regione del globo. Questo mutamento generale ha, secondo il Pentagono, il potenziale per alterare la stabilità e il quadro complessivo della sicurezza dell’Artico, presentando però l’opportunità per il Dipartimento della Difesa di rafforzarla approfondendo la cooperazione con alleati e partner.

Il maggior fattore destabilizzante, almeno guardando alla graduatoria compilata dal Pentagono nella sezione “ambiente strategico”, è la RPC. Si osserva infatti che Pechino include l’Artico nella sua pianificazione a lungo termine e cerca di aumentare la propria influenza e le proprie attività in quella regione.

Sebbene non sia una nazione artica, la RPC sta tentando di sfruttare le dinamiche in corso nell’Artico per perseguire una maggiore influenza e accesso, sfruttarne le risorse e svolgere un ruolo più importante nella gestione del Grande Nord. Pechino in effetti sta rafforzando le proprie capacità operative in ambiente polare, dove la sua presenza, sebbene limitata, è in aumento. Ad esempio, sta dando impulso alla cantieristica per rompighiaccio di ultima generazione e nel corso delle 13 spedizioni di ricerca artiche condotte fino a oggi, le sue navi hanno testato, tra le altre attività, veicoli sottomarini senza pilota. Negli ultimi anni le navi della marina dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLAN) hanno anche dimostrato la capacità e l’intenzione di operare all’interno e attorno alla regione artica attraverso esercitazioni a fianco della marina russa.

Sebbene la stragrande maggioranza dell’Artico sia sotto la giurisdizione di Stati sovrani, la RPC cerca di promuovere la regione artica come un’area di “diritto globale” (global common) al fine di poter avere accesso alla sua regolamentazione e sfruttamento. Una visione che cozza contro la nazionalizzazione della quasi totalità del bacino del Mar Cinese Meridionale, che la RPC sta perseguendo da anni. La politica artica del 2018 di Pechino sostiene che gli Stati non artici dovrebbero contribuire al “futuro condiviso per l’umanità” della regione a causa dell’importanza globale dell’Artico, mentre la Via della Seta Polare è stata utilizzata per guadagnare terreno con investimenti in infrastrutture e risorse naturali, anche nel territorio degli alleati della NATO (come ad esempio la Groenlandia).

Abbiamo più volte affrontato l’importanza che l’Artico ha per la Russia: anche nella nuova strategia artica statunitense si ricorda che questa regione svolge un ruolo significativo nella sicurezza e nei calcoli economici di Mosca, al punto che nel Concetto di politica estera del 2023 l’Artico rappresenta la seconda regione prioritaria della Russia dopo il suo near abroad (estero vicino).

L’invasione russa dell’Ucraina ha però comportato l’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia, in questo modo sette degli otto Paesi che si affacciano sulla regione artica sono legati agli Stati Uniti tramite l’Alleanza Atlantica, comportando una ridefinizione non solo degli spazi operativi ma anche dei ruoli e delle necessità di Washington e dei suoi alleati: secondo il Pentagono si aprono nuove opportunità per la pianificazione combinata, la condivisione delle informazioni e le esercitazioni che amplieranno la collaborazione regionale, ma allo stesso tempo, l’estensione del confine dell’Alleanza con la Russia nell’Artico aumenta la necessità per il Dipartimento della Difesa di gestire i rischi che ne derivano.

Ricordiamo che anche il Baltico afferisce alla regione artica, e proprio con l’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza è diventato un “lago della NATO”. Ma soprattutto il lungo confine tra Finlandia e Russia impone una maggiore attenzione e monitoraggio dell’attività di Mosca, che da tempo ha avviato una politica di riarmo dell’Artico siberiano.

Il documento afferma che il Dipartimento della Difesa migliorerà la sua capacità di agire nell’Artico attraverso tre linee guida (in linea coi documenti programmatici di difesa e sicurezza precedenti).

In dettaglio esse sono: il miglioramento delle capacità artiche delle Forze Armate continuando a investire in sensori, intelligence e capacità di condivisione delle informazioni per aumentare la comprensione dell’ambiente operativo e la capacità di gestire i rischi; coinvolgere alleati e partner insieme ad autorità federali, statali e locali senza dimenticare le tribù e comunità native dell’Alaska e l’industria, al fine di rafforzare la deterrenza integrata e aumentare la sicurezza condivisa; infine esercitare la presenza nell’Artico addestrandosi sia in modo indipendente che insieme ad alleati e partner per dimostrare interoperabilità e capacità congiunte credibili, sostenendo al contempo la difesa del territorio nazionale e le operazioni di proiezione della potenza globale.

Questo si traduce in nuove costruzioni, siano esse navali o infrastrutturali, lo sviluppo di una rete di sensori allargata per l’allarme precoce – anche ma non solo satellitare – e l’aumento della presenza militare nell’Artico, che è l’unica forma di deterrenza credibile.

Il piano strategico, benché appena divulgato, sta già portando i suoi frutti: come sappiamo, USA, Canada e Finlandia hanno siglato recentemente l’ICE Pact per la costruzione congiunta di nuove navi rompighiaccio, la cui presenza nella flotta della Guardia Costiera statunitense è ai minimi termini dalla fine della Guerra Fredda.