Il fulcro della politica estera statunitense è diventato l’Indo-Pacifico da quando la Casa Bianca ha varato la politica “pivot to Asia” nel 2009, spostando l’attenzione dal Medio Oriente e dall’Europa verso quella parte di globo. La finalità, come detto molte volte da queste colonne, è quella di contrastare l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese (RPC) come potenza globale a livello economico, commerciale e militare.
Proprio da quest’ultimo punto di vista, gli Stati Uniti si sono trovati a dover fronteggiare un nuovo teatro di crisi, che si somma a quello taiwanese nel Mar Cinese Meridionale per via delle rivendicazioni territoriali di Pechino su circa il 90% di quello specchio d’acqua su cui si affacciano, oltre a Taiwan, anche Vietnam, Filippine, Brunei, Indonesia e Malesia. Questa rivendicazione è stata accompagnata dall’occupazione di alcune isole chiave nei due arcipelaghi di quel mare (Spratly e Paracelso) e loro militarizzazione, effettuata “in sordina” e a discapito delle rassicurazioni del presidente Xi Jinping del 2015 a Washington, quando affermò che la Cina “non intende perseguirne la militarizzazione”.
Da allora la strategia statunitense è mutata, sebbene non di molto: al centro c’è la Prima Catena di Isole, una linea di isole che comprende Filippine, Corea del Sud, Taiwan e Giappone che ostacolano in modo naturale l’accesso della Cina al mare aperto. Ora Washington ripone maggiore fiducia nella capacità di Corea del Sud e Giappone di gestire la difesa di questa linea, ma si sta muovendo autonomamente per provvedere in tal senso rispetto alle Filippine, che non hanno forze armate comparabili a quelle degli altri alleati.
Messa in sicurezza la Prima Catena, il Pentagono intende concentrarsi sulla Seconda Catena di Isole e farla gestire dall’Australia che, come sappiamo, è un partner storico di Washington e che di recente è stato ancor più coinvolto nel meccanismo di sviluppo militare anglosassone grazie alla stipula del trattato AUKUS, che è forse il vero driver di tutta la politica statunitense nell’Indo-Pacifico, al punto che c’è chi vorrebbe allargarlo anche al Giappone.
Riassumendo, la Prima Catena funge da avanguardia nel meccanismo di sicurezza guidato dagli Stati Uniti nella regione, e in quanto tale, deve essere in grado di resistere e prevenire un attacco diretto dalla Cina continentale; mentre la Seconda Catena conferisce agli USA profondità strategica, permettendo di avere come fulcro la sorveglianza e le capacità di attacco a lungo e lunghissimo raggio. Un assaggio lo abbiamo avuto a RIMPAC 24, quando un bombardiere strategico B-2A ha affondato una nave bersaglio con bombe a caduta libera modificate col kit “Quicksink”.
Nei piani del Pentagono quindi, la Seconda Catena rafforzerà la Prima in caso di attacco e fungerà da deterrente. Ecco perché Washington ha lavorato intensamente negli ultimi due anni per rafforzare le sue alleanze strategiche nell’Indo-Pacifico, firmando accordi di sicurezza trilaterali con Giappone e Corea del Sud e con Giappone e Filippine.
In particolare, dal punto di vista del bilanciamento della potenza nella regione, è bene sottolineare come Manila avesse sempre avuto un atteggiamento prudente nei confronti di Pechino (da cui dipendeva per le importazioni), ma visto l’atteggiamento aggressivo cinese nella ZEE (Zona di Esclusività Economica) filippina, ha mostrato una maggiore volontà di collaborare con gli Stati Uniti a livello economico e militare, aprendo nuove basi sul proprio territorio.
L’Australia, in questo contesto, assume un ruolo centrale anche per via dell’espansionismo dell’influenza cinese oltre la Prima Catena: sappiamo infatti che le Isole Salomone hanno siglato un accordo di sicurezza con Pechino nel 2022 mentre anche Papua Nuova Guinea e Kiribati sono finite nel mirino della Cina, che sta cercando di ottenere concessioni e accordi simili a quello con le Salomone.
Gli Stati Uniti pertanto hanno cominciato a effettuare ridispiegamenti di bombardieri e sottomarini in Australia a cadenza più elevata, non dimenticando di aumentare il rateo delle esercitazioni congiunte delle forze aeree e navali che stanno coinvolgendo anche gli alleati europei (vedere Pitch Black 2024) e altri partner regionali come Singapore o la stessa India.
Questa è quindi la “struttura” della strategia statunitense nel Pacifico Occidentale, ma, come vediamo quasi quotidianamente, non ha espresso una deterrenza efficace nel Mar Cinese Meridionale, dove la RPC è sempre più aggressiva.
Gli Stati Uniti, infatti, stanno limitandosi a esercitazioni congiunte e a FONOP (Freedom of Navigation Operation) per difendere il diritto internazionale, ma non bastano per contenere un Paese che ha una pesante impronta in quello specchio d’acqua e che usa la coercizione per cercare di assumere il ruolo di nazione guida della risoluzione delle controversie internazionali.
Se la stipula di nuovi trattati di sicurezza e Difesa con gli alleati storici degli USA è sicuramente un passo avanti nel miglioramento del livello di deterrenza generale, se il nuovo idillio tra Manila e Washington permette agli Stati Uniti di avere una presenza militare avanzata che prima non aveva, esiste tuttavia il problema di come gestire gli altri Paesi che sono “in bilico” tra RPC e USA, come ad esempio il Vietnam o la stessa Indonesia, che sono strategici per motivi diversi.
Il Vietnam, così come tutta l’Indocina, viene considerato dalla Cina come appartenente alla propria sfera di influenza sin dai tempi imperiali, e difficilmente Pechino permetterà che si leghi troppo agli Stati Uniti, mentre l’Indonesia è geograficamente importante per entrambi i contendenti perché attraversata da passaggi obbligati per il traffico navale (gli stretti della Malacca, delle Sonda e di Lombok).
Dal punto di vista dei rapporti con questi Paesi a Washington occorre più diplomazia per sottrarli all’influenza cinese (in poche parole più soft power), ma non deve nemmeno dimenticare che, trattandosi di “Paesi al fronte”, occorre anche più hard power per mostrare il proprio impegno e la propria capacità di difendere alleati e partner: c’è chi ritiene, infatti, che la U.S. Navy dovrebbe affiancare e sostenere la Marina Filippina quando viene contrastata dalla Guardia Costiera cinese, e utilizzare gli stessi metodi di coercizione per dare un chiaro e inequivocabile segnale di difesa del proprio alleato e del diritto internazionale.