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Nel rapporto “Annual threat assessment of the U.S. Intelligence community” pubblicato a marzo del 2025, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) viene definita “la minaccia militare più completa e solida per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Tale definizione potrebbe apparire scontata per chi, nel corso degli ultimi anni, ha avuto modo di osservare i progressi militari cinesi e la maggiore assertività di Pechino (sfociata in vera e propria aggressività) nel suo intorno geografico rappresentato dal Mar Cinese Orientale e quello Meridionale, senza considerare la piuttosto recente escalation nel Kashmir (per il momento congelata bilateralmente) e le tensioni mai sopite nell’Arunachal Pradesh.

La questione, però, che permette di avere indicazioni sulla politica della nuova amministrazione statunitense verso la Repubblica Popolare Cinese, è che prima di oggi in nessun documento ufficiale degli Stati Uniti la RPC veniva indicata apertamente come “minaccia”, bensì come “sfida”, nella forma “sfida incalzante” (in inglese pacing challenge).

Trincea pacifica in fieri

In risposta al crescente potere militare cinese, negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno lavorato alacremente per rafforzare, riformare e ridistribuire le proprie forze nell’Indo-Pacifico, e oggi possiamo affermare che la presidenza Trump sta trincerando le proprie posizioni avanzate in quella vasta regione del globo. Un processo, come dicevamo, cominciato da qualche anno ma che l’attuale presidente USA sta accelerando attraverso il riposizionamento di forze e la stipula di nuovi accordi militari con gli alleati nell’area.

Il 30 marzo scorso, ad esempio, il segretario Pete Hegseth ha annunciato che il Dipartimento della Difesa ha avviato la prima fase del processo di trasformazione delle Forze armate statunitensi in Giappone in un quartier generale di forza congiunto: in questo modo la presenza USA nell’arcipelago nipponico aumenterà e lo spettro di azione delle forze statunitensi sarà più ampio. Il compito che si è data la nuova dirigenza del Dipartimento della Difesa è anche quello di ripristinare la deterrenza (insieme al ripristino dell’ethos guerriero e la ricostruzione delle forze armate) e il segretario Hesgeth ha iniziato proprio dall’Indo-Pacifico con un viaggio di una settimana che ha toccato le Hawaii, Guam, le Filippine e naturalmente il Giappone per tenere una serie di incontri bilaterali internazionali con l’obiettivo di rafforzare le alleanze e i partenariati.

Politica riaffermata anche più recentemente, il 3 aprile, in occasione del trilaterale USA-Giappone-Corea del Sud tenutosi a Bruxelles, in cui Tokyo e Seul hanno espresso il loro sostegno agli sforzi degli Stati Uniti per coinvolgere la RPC e la Russia nella riduzione dei rischi nucleari, ma soprattutto hanno ribadito il loro impegno a rafforzare la difesa e la deterrenza, promuovendo una solida cooperazione in materia di sicurezza e rafforzando le rispettive capacità di difesa.

La Casa Bianca, forse perché conscia che il tempo gioca a proprio sfavore nei rapporti di forza con la RPC nell’Indo-Pacifico, ha accompagnato questa postura politica con un radicale cambiamento nei confronti di Taiwan: il Dipartimento di Stato, come già detto, ha attuato una svolta epocale aprendo alla possibilità del riconoscimento ufficiale di Taipei e proponendo la sua partecipazione agli organismi internazionali. Sostanzialmente una virata di 180 gradi rispetto alla One China Policy, vigente sin dal 1972, che riconosce l’esistenza di una sola Cina e che Taiwan è parte della stessa.

Uno sforzo cominciato anni fa

L’amministrazione Trump sta quindi dando priorità alle proprie capacità di deterrenza verso la RPC nel Pacifico, ereditando una postura che è stata anche modellata dagli sforzi del suo predecessore per rafforzare, riformare e ridistribuire le forze in modo da renderle più letali ed efficaci.

Gli Stati Uniti, a cominciare dalla prima amministrazione Trump, sono andati oltre il semplice dispiegamento e la rotazione di capacità aggiuntive o nuove presso le basi statunitensi e quelle dei loro alleati e partner: nel corso degli anni sono riusciti a ottenere nuove basi, il ripristino di vecchie basi aeree, il pre-posizionamento di attrezzature e lo sviluppo di infrastrutture per la difesa missilistica e la sorveglianza.

Ad esempio, la U.S. Navy è passata dall’avere 3 SSN classe Los Angeles a Guam nel 2021, ad averne 5 nel 2022 trasferendoli dalle Hawaii per migliorare le sue capacità di risposta rapida, e le titubanze USA per quanto riguarda la cessione di SSN all’Australia nel quadro dell’accordo AUKUS deriva appunto dalla consapevolezza di voler avere forze pre-posizionate più consistenti in un momento in cui la cantieristica navale è in difficoltà a soddisfare tutte le richieste della marina. L’U.S. Air Force ha annunciato nel 2024 che migliorerà qualitativamente (e quantitativamente) la sua presenza in Giappone schierando 48 F-35A sulla base aerea di Misawa per sostituire 36 F-16, e tale spiegamento inizierà nella primavera del 2026.

Gli Stati Uniti hanno anche lavorato per rafforzare la loro presenza a rotazione sul territorio degli alleati. Ad esempio, ancora l’U.S. Air Force sta aumentando gli schieramenti di vari tipi di aerei in Australia, compresi i bombardieri strategici B-2, mentre l’U.S. Army ha temporaneamente inviato il sistema missilistico da crociera a medio raggio basato a terra “Typhon” nelle Filippine nell’aprile 2024, segnando il suo primo dispiegamento in assoluto e provocando in Manila la richiesta di una presenza fissa per aumentare la deterrenza verso la RPC a fronte della maggiore aggressività di Pechino nella ZEE (Zona Economica Esclusiva) filippina nel Mar Cinese Meridionale.

Le difese attive e passive delle installazioni militari USA in tutto l’Indo-Pacifico sono in fase di rafforzamento con assetti prelevati da altri teatri e con nuove capacità e parimenti è in fase di implementazione tutta la rete logistica distribuita.

Meno Europa, più Indo-Pacifico

In buona sostanza, l’amministrazione Trump, al contrario di quanto sta facendo con gli alleati europei, sta riaffermando il suo impegno nella difesa dell’Indo-Pacifico nonostante la guerra commerciale generale rappresentata dai dazi.

Esistono delle preoccupazioni diffuse tra le alte sfere del Pentagono e sono buona parte della motivazione per cui Washington sta diminuendo il suo sostegno all’Europa e cercando di chiudere la “questione russa” nel più breve tempo possibile: il generale comandante dei Marines, Eric Smith, ha espresso preoccupazione per le scorte di munizioni, mentre il capo del comando indo-pacifico, ammiraglio Samuel Paparo, ha affermato che l’uso estensivo di sistemi d’arma di fascia alta nelle operazioni statunitensi in Medio Oriente e le donazioni all’Ucraina hanno imposto costi alla prontezza degli Stati Uniti a rispondere nell’Indo-Pacifico, considerato “il teatro più stressante per la quantità e la qualità delle munizioni”.

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