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Difesa

Gli Usa blindano l’Egitto: quattro sistemi Nasams per controllare l’Iran e allontanare la Cina

La vendita dei sistemi Nasams non è solo un affare di armi ma un tassello della corsa delle potenze. controllare il Medio Oriente.
Egitto

La decisione del Dipartimento di Stato statunitense di approvare la vendita all’Egitto di quattro sistemi NASAMS per un valore di 4,67 miliardi di dollari rappresenta molto più di un contratto militare. È la sintesi concreta della strategia Trump 2.0: rafforzare le alleanze nel mondo arabo per contenere la pressione iraniana, riaffermare la supremazia statunitense nel mercato della difesa e ostacolare la penetrazione cinese in Medio Oriente.

Il pacchetto include missili AMRAAM a lungo raggio, intercettori AIM-120C-8, Sidewinder Block II e sofisticati sistemi di guida. Una dotazione imponente per un Paese che non appartiene alla NATO, ma che riveste un ruolo centrale nei giochi strategici regionali. Il Pentagono non nasconde il senso politico dell’operazione: “L’Egitto è un alleato chiave, una forza per la stabilità in Medio Oriente”.

Il Medio Oriente dopo l’attacco a Al Udeid

L’accelerazione di Washington si spiega anche con l’escalation recente. A giugno, missili balistici iraniani hanno colpito la base di Al Udeid in Qatar, punto nevralgico per la presenza militare americana nella regione. Un attacco senza precedenti, ritorsione diretta per i raid USA su tre impianti nucleari strategici iraniani, condotti con bombardieri B2 e missili Tomahawk. In parallelo, l’aviazione israeliana ha decapitato i vertici dei Pasdaran, lasciando sul campo oltre 1.000 morti. Uno scenario che ha imposto agli Stati Uniti di rafforzare le difese dei propri alleati regionali.

Geopolitica della deterrenza: il nuovo ruolo del Cairo

Il ritorno dell’Egitto al centro delle strategie americane si inserisce in un contesto più ampio. Il Cairo, pur colpito da accuse internazionali per la repressione politica interna e la detenzione di migliaia di prigionieri, rimane un perno insostituibile: controlla il Canale di Suez, confina con Israele, tiene i contatti con Hamas, dialoga con Russia e Cina. La fornitura dei NASAMS e dei missili a lungo raggio serve dunque a blindare un alleato strategico, anche in funzione anti-iraniana.

Ma non solo: serve a dissuadere l’Egitto dal consolidare i rapporti militari con Pechino. Negli ultimi mesi, infatti, si sono intensificate le esercitazioni congiunte tra le forze aeree egiziane e quelle cinesi. A febbraio si era parlato di una possibile fornitura di caccia J-10, poi smentita, ma sufficiente a far scattare l’allarme a Washington. Per gli USA, ogni passo verso la Cina in Medio Oriente è un colpo al loro predominio tecnologico e strategico.

Economia, energia e armi: l’equilibrio delicato del Nilo

L’Egitto, nel frattempo, si muove anche sul fronte idrico. La diga Grand Ethiopian Renaissance, che minaccia il flusso del Nilo, rappresenta un altro fronte di tensione. Trump è intervenuto pubblicamente promettendo una “rapida soluzione”, a conferma del fatto che il dossier egiziano coinvolge non solo la difesa, ma la sopravvivenza di un’intera economia. Il legame tra armi, stabilità interna e sicurezza energetica è sempre più evidente.

L’amministrazione Trump ha compiuto una netta inversione di rotta rispetto al periodo Biden. Se quest’ultimo aveva imposto limiti alle forniture di armamenti “offensivi” ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi, oggi si assiste a una riattivazione del canale arabo, con il ritorno del concetto di “alleati regionali forti”. La vendita all’Egitto di armi a lungo raggio, mai autorizzate finora, rompe un tabù decennale. Il NASAMS, nato per l’intercettazione aerea, diventa così un’arma di difesa territoriale, capace di proteggere basi, città e infrastrutture.

Un equilibrio instabile

Il contratto da quasi 5 miliardi non è solo un affare d’armi. È un tassello di un mosaico più vasto in cui convergono la strategia USA di contenimento dell’Iran, la risposta a nuove minacce ibride, e la corsa delle potenze per l’influenza nel mondo arabo. Ma è anche un azzardo: rafforzare regimi autoritari per arginare i rivali può produrre stabilità a breve termine, ma rischia di alimentare tensioni sotterranee.

Il Cairo diventa così lo specchio di una regione in trasformazione, dove ogni vendita d’armi è anche un messaggio politico, ogni alleanza una sfida globale, ogni esercitazione militare un atto di propaganda. E dove la vera posta in gioco non è solo la sicurezza, ma il controllo del futuro ordine regionale tra Washington, Pechino, Mosca e le capitali arabe in cerca di autonomia

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