Torri per cellulari nelle praterie statunitensi, infrastrutture tlc in Messico, una stazione satellitare in costruzione in Antartide. Senza dimenticare i numerosi palazzi governativi edificati in Africa, i porti acquistati in Paesi terzi nei pressi di siti militari sensibili e le telecamere di videosorveglianza vendute pressoché ovunque, anche in Europa. Il presunto pallone-spia cinese che ha sorvolato lo spazio aereo degli Stati Uniti, oltre ad aver irruvidito le relazioni diplomatiche con la Cina, ha acceso i riflettori su ogni mossa effettuata da Pechino in giro per il mondo, più o meno recentemente, che il governo cinese potrebbe, almeno sulla carta, sfruttare per spiare altri soggetti o carpire preziose informazioni sensibili.
L’elenco rischierebbe di essere infinito. Vale quindi la pena soffermarci soltanto sui casi di maggiore impatto. Chiaramente la Cina respinge al mittente ogni accusa di spionaggio, parlando quando di cooperazione e quando di attività scientifiche. Gli Stati Uniti, al contrario, spingono per l’ipotesi spionaggio e credono che, unendo i punti dì interesse su una cartina geografica, sia possibile disegnare la mappa degli orecchi e degli occhi del Dragone disseminati nei cinque continenti. Orecchi e occhi, va da sé, usati per spiare altri Paesi.
- Palloni, satelliti e aziende: come funziona lo spionaggio cinese negli Usa
- Salta la visita di Blinken in Cina: tutte le spaccature diplomatiche tra Usa e Cina
- La corsa contro il tempo della Cina che spaventa l’Occidente
La stazione satellitare in Antartide
Mentre gli Stati Uniti stavano osservando il bizzarro pallone aerostatico cinese, la Cina ha messo in cantiere una mossa molto più strategica al Polo Sud. Come ha sottolineato Asia Times, la China Aerospace Science and Industry Corporation (CASIC) è stata selezionata per costruire una nuova stazione di terra in Antartide per servire il National Satellite Ocean Application Service (NSOAS) cinese. Dal 2002 ad oggi, Pechino ha lanciato in orbita otto satelliti di osservazione oceanica per vari scopi, tra cui l’analisi oceanografica, lo sfruttamento delle risorse, lo studio dell’ecologia costiera e il monitoraggio dei disastri. Un nono dovrebbe essere lanciato quest’anno. La nuova stazione terrestre dell’Antartide faciliterà la trasmissione dei dati da questi satelliti. Le nuove antenne e il terminale di ricezione saranno costruiti presso la base di ricerca scientifica cinese di Zhongshan, nell’Antartide orientale vicino a Prydz Bay, di fronte all’Oceano Indiano. Zhongshan è una delle cinque stazioni di ricerca antartiche gestite dal Polar Research Institute of China.
Tra i vari problemi sollevati, c’è quello geopolitico. Il personale militare e le attrezzature utilizzate per scopi pacifici potrebbero un domani essere utilizzate per altri fini. Alcuni accademici, come Anthony Bergen dell’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), ha fatto presente che l’Antartide potrebbe essere utile per vari sistemi di comando, controllo, sorveglianza e ricognizione, nonché per costruire stazioni di ricezione ed elaborazione satellitare. Altro particolare da non sottovalutare: la Cina ha costruito la propria vasta rete di stazioni terrestri satellitari in tutto il mondo. Solo in Sud America ha 11 stazioni, tra cui due in Venezuela, tre in Bolivia, una in Cile, una in Brasile e quattro in Argentina. Cile escluso, stiamo parlando di Paesi in contrasto geopolitico con gli Stati Uniti. Il rischio paventato da alcuni analisti, sulla scia dell’episodio del presunto pallone-spia, è che Pechino possa sfruttare stazioni del genere per effettuare operazioni di spionaggio.
Giardini, infrastrutture e palloni
Non mancano altri campanelli d’allarme. Nel Montana, nelle grandi praterie dove ci sono decine di missili intercontinentali balistici pronti all’uso, sorgono gruppi di torri per telefoni cellulari gestite da un piccolo operatore wireless rurale. Secondo i documenti della Federal Communications Commission, citati dalla Cnn, quelle torri utilizzerebbero una tecnologia cinese che potrebbe consentire alla Cina di raccogliere informazioni e, allo stesso tempo, di pianificare attacchi di rete nelle aree circostanti. Nel 2017, giusto per citare un altro episodio, il governo cinese si era offerto di spendere 100 milioni di dollari per costruire un giardino cinese presso il National Arboretum di Washington, completo di templi, padiglioni e pure di una pagoda bianca di 20 metri. I funzionari del controspionaggio Usa hanno però scoperto che la pagoda sarebbe sorta su uno dei punti più alti di Washington, a due miglia dal Campidoglio, ovvero in un luogo perfetto per raccogliere informazioni scottanti. Il giardino cancellato è solo uno dei progetti che hanno attirato l’attenzione dell’FBI e di altre agenzie federali.
La Casa Bianca ha indagato sugli acquisti di terreni cinesi vicino a infrastrutture critiche (emblematico il caso del terreno agricolo nel Nord Dakota) e chiuso un consolato regionale, a Houston, ritenuto essere un focolaio di spie cinesi. Altre indiscrezioni, come detto, hanno tirato in ballo le apparecchiature Huawei di fabbricazione cinese installate in cima alle torri cellulari vicino alle basi militari statunitensi nel Midwest rurale. Secondo più fonti, l’FBI ha stabilito che le attrezzature erano in grado di catturare e interrompere le comunicazioni del Dipartimento della Difesa altamente riservate, comprese quelle utilizzate dal Comando strategico degli Stati Uniti, che sovrintende alle armi nucleari del Paese.
In America Latina attenzione al Messico. Lo scorso 19 ottobre, l’Istituto federale delle telecomunicazioni del Messico ha concesso una licenza operativa di 30 anni a China Unicom, una società di telecomunicazioni di proprietà statale cinese alla quale, nel gennaio 2022, è stato vietato di fare affari negli Stati Uniti per problemi di spionaggio. In altre parole, China Unicom fornisce i servizi nei mercati della telefonia fissa e mobile in Messico, al confine con il territorio statunitense.
Palazzi ed edifici governativi
In Africa ha preso piede la cosiddetta diplomazia dei palazzi. Come anticipato da InsideOver, sono sorti o devono sorgere numerosi progetti architettonici made in China. Tra questi troviamo un nuovo quartier generale per l’Africa Centres for Disease Control and Prevention dal valore di 80 milioni di dollari in Etiopia; la sede del ministero degli Esteri del Kenya, da trasformare in una sede all’avanguardia nel giro di tre o quattro anni per un costo complessivo di circa 36 milioni di dollari; altre strutture istituzionali nella Repubblica Democratica del Congo e nel resto dei Paesi africani. Come ha sottolineato il South China Morning Post, la Cina sta insomma finanziando e costruendo sempre più edifici governativi e parlamentari in tutta l’Africa, oltre che sedi di polizia e alloggi militari per le autorità locali e palazzi presidenziali.
Un rapporto realizzato dal think tank americano Heritage Foundation sostiene che dal 1996 al 2020 le aziende cinesi abbiano costruito o ristrutturato almeno 186 edifici governativi africani, di cui 24 uffici o residenze di Capi di Stato. Impossibile non menzionare il palazzo presidenziale del Burundi (22 milioni di dollari), un edificio parlamentare nello Zimbabwe (100 milioni) e l’aggiornamento del Campidoglio della Liberia (66 milioni). Non ci sarebbe niente di male, se non che Le Monde ha svelato l’altra faccia della medaglia della diplomazia dei palazzi cinese. Nel 2012, in quel di Addis Abeba, la Cina offrì all’Africa la sede dell’Unione Africana, una struttura moderna e funzionale. Dagli ascensori ai controlli, tutto all’interno dell’edificio era griffato made in China. Nel 2017 alcuni informatici scoprirono un fatto inquietante: i server del palazzo, contenenti dati riservati, venivano regolarmente dirottati su altri server, situati però a Shanghai.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

