Nel ultimo mese i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran in Yemen hanno sferrato una serie di attacchi su navi da guerra occidentali che incrociavano nel Mar Rosso, a ridosso dello stretto strategico di Bab el-Mandeb, limitato tratto di mare che collega il Golfo di Aden e conduce al fondamentale Canale di Suez. Nel mirino dei ribelli yemeniti – oltre alle indifese navi mercantili ritenute collegate al riferimento dello Stato ebraico – sono finite almeno tre unità di superficie militari: due cacciatorepediniere classe Arleigh Burke dell’Us Navy statunitense, la Uss Carney e la Uss Manson; e una fregata della Marine Nationale francese, la Languedoc.

Sciami di “droni” contro le navi da guerra Usa

Per il Comando Centrale responsabile del Medio Oriente l’attacco portato alla Uss Carney ha previsto l’impiego di un sciame di droni killer. Si parla infatti di droni del modello Shahed-136 di fabbricazione iraniana. Gli stessi che Mosca sta impiegando nel conflitto ucraino al posto dei costosi missili guidati che potrebbero essere “terminati”, o evidentemente stanno continuando ad essere tenuti negli arsenali nell’eventualità di dover colpire obbiettivi più fondamentali in caso di escalation (al momento tra le ipotesi più distanti e insperate, ndr) con la Nato. Questo tipo di drone kamikaze o loitering munition hanno un raggio d’azione di 2.500 chilometri, e trasportano una testata esplosiva da 50 kg.

Nonostante i toni minacciosi che descrivono l’attacco, la Difesa americana riferisce che almeno 14 dei droni kamikaze che hanno attaccato “in sciame” la Uss Carney sono stati tutti facilmente abbattuti dai sistemi d’arma posti a difesa delle unità classe Arleigh Burke. Tra i sistema d’arma viene annoverato il Vulcan Phalanx, ma per sopprimere la minaccia dello sciame il cacciatorpediniere è ricorso al sistema Aegis, impiegando due diversi tipi di missili superficie-aria imbarcati.

Secondo quanto riportato su Weapons and Security, gli Shahed impiegati dagli Houthi non sarebbero dotati di telecamere e sono guidati “a vista” o attraverso un gps programmato su bersaglio predefinito. Oltre ai droni killer i ribelli yemeniti hanno usato razzi e missili da crociera, sempre prodotti, o comunque sviluppati, dagli esperti militari di Teheran. Questi attacchi, secondo il Pentagono che è certo del coinvolgimento diretto dell’Iran, possono avere un duplice scopo: fornire know-how sull’impiego di queste armi alle fazioni che l’Iran sponsorizza, e mantenere alta la tensione in Medio Oriente.

Massima tensione nel Mar Rosso e nel Golfo Persico

Alla Casa Bianca – dove tutti sembrano impegnati a pianificare strategie da suggerire in Medio Oriente e strategie da attuare immediatamente negli stessi Stati Uniti, per non perdere ulteriore consenso in vista delle prossime elezioni presidenziali – nessuno sembra avere alcuna intenzione di ingaggiare i ribelli Houthi. Specialmente i consiglieri dell’amministrazione Biden. Difendersi sì, attaccare o persuadere a non portare altri attacchi, no. E questo nonostante alcuni mercantili battenti bandiere di diversi paesi siano finiti in fiamme con tutto il loro carico.

Il focus sembra incentrato sullo scongiurare ad ogni costo l’allargamento del conflitto nella regione. Nella speranza (mal posta secondo il puntuale Stephen Bryen) che gli Houthi abbassino il tiro o rimangano a corto di armi. In attesa che la tensione diminuisca e a Gaza si plachi il livello di ostilità.

Nella task-force internazionale “anti-Houthi” c’è anche l’Italia

Mentre il segretario alla Difesa Lloyd Austin insieme ad alti vertici militari statunitensi si è recato (lunedì 18 dicembre) in Israele per provare a persuadere Tel Aviv nel diminuire l’intensità del conflitto, sospendendo e limitando le operazioni di terra che stanno letteralmente redento al suolo la Striscia, è giunta la notizia che nella giornata di martedì 19 dicembre gli Stati Uniti comunicheranno ufficialmente la loro volontà di rafforzare la loro presenza militare nel Mar Rosso. Contribuendo a potenziare la task-force internazionale per la sicurezza marittima anti-Houthi già in auge, posta sotto la guida del Bahrein. L’operazione, nome in codice Prosperity Guardian.

Il segretario Austin ha reso noto con la sua dichiarazione che saranno parte di questa formazione internazionale anche l’Italia, insieme al Regno Unito, Bahrein, Canada, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Seychelles e Spagna. Tutte le uniti navali prenderanno parte alle operazioni sotto la guida della Combined Task Force 153.

“La recente escalation di sconsiderati attacchi Houthi provenienti dallo Yemen minaccia il libero flusso del commercio, mette in pericolo i marinai innocenti e viola il diritto internazionale. Il Mar Rosso è una via d’acqua fondamentale, essenziale per la libertà di navigazione e un importante corridoio commerciale che facilita il commercio internazionale”, ha spiegato il segretario della Difesa statunitense.

“I paesi che cercano di sostenere il principio fondamentale della libertà di navigazione devono unirsi per affrontare la sfida” posta da quello che viene definito come un’entità che “lancia missili balistici e droni contro navi mercantili di molte nazioni che transitano legalmente in acque internazionali”.

Nessun pretesto per un’escalation che attragga l’Iran

Secondo gli interrogativi posti da The War Zone – che ha dato spazio ad un lungo e composto editoriale negli scorsi giorni – gli Stati Uniti, e di conseguenza anche la Francia, non avrebbero “reagito” contro le gli Houthi”nonostante i “ripetuti attacchi” per un concetto generico di “responsabilizzare”; e probabilmente anche per evitare di non dare adito ad ulteriori escalation nella regione mediorientale già infiammata dal blitz terroristico compiuto da Hamas con l’appoggio o il benestare di terzi, seguito dall’operazione terrestre scatenata da Israele.

Dal momento che la risoluzione del conflitto nella Striscia di Gaza sembra essere ancora lontano, è evidente come non si possa correre il rischio di aumentare la portata di un conflitto che potrebbe tramutarsi in un conflitto arabo-israeliano con l’apertura di un secondo fronte in Libano, dove è Hezbollah, rischiando un qualsiasi apporto significati dell’Iran, che come abbiamo ricordato in apertura supporta i ribelli dello Yemen che hanno già lanciato un missile da crociera contro il territorio israeliano. Il missile è stato intercettato e abbattuto da un F-35 Adir delle Forza Aerea Israeliana, e secondo i report era di fabbricazione iraniana.

Tutto sembra essere dunque ridotto a regole d’ingaggio incentrate alla sola “soppressione” della minaccia diretta. Il Pentagono in passato ha fornito svariate forme di sostegno alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, in passato impegnata a contrastare gli Houthi che avevano messo a segno alcuni attacchi su importanti siti energetici nella regione. In questo preciso momento, però, nessuno vuole concedere un “pretesto” all’Iran, colpendo obiettivi in Yemen, e provocando quella che potrebbe rivelarsi una reazione capace di condurre ad una escalation dai risvolti potenzialmente incontrollabili.

Parola d’ordine: garantire la navigabilità via Suez

È impensabile non contemplare in qual si voglia analisi l’importanza strategica del Mar Rosso come via di accesso al Canale di Suez, principale passaggio artificiale che consente alle principali rotte marittime dirette nel Mediterraneo o al transito che lo attraversa, di non circumnavigare il continente africano, generando profitti per miliardi di dollari.

Ciò è possibile solo dopo aver oltrepassato, in sicurezza e con il prezioso carico intasato, lo stretto di Bab el-Mandeb: alla piena portata dei sistemi d’arma degli Houthi che continuano a colpire i mercantili fino a ad aver reso la situazione “insostenibile”.

Se da una parte i sistemi di difesa di cui sono dotate le navi militari che operano abitualmente nel Mar Rosso insieme all’ombrello difensivo garantito dalle forze di difesa israeliane, hanno dimostrato come gli attacchi finora condotti ai loro danni si sono concretizzati in un totale spreco di munizioni; dall’altra la necessità di garantire la sicurezza per le navi mercantili, mantenendo navigabile il Mar Rosso rischia di diventare l’ennesima preoccupazione delle potenze occidentali; che non possono più contare sullo sforzo dei sauditi nel combattere gli insorti yemeniti; e hanno, come di sovente ricordiamo, intricati interessi oltre a diverse priorità sull’agenda politica. Priorità che spesso costringono le grandi Potenze a giocare mosse pazienti sullo scacchiere geopolitico.