Il 19 settembre, un gruppo di esperti convocato dal ministero della Difesa giapponese ha pubblicato delle raccomandazioni su come il Paese dovrebbe rafforzare radicalmente le proprie capacità difensive in risposta alla crescente presenza militare della Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel Pacifico, all’invasione russa dell’Ucraina e alla cooperazione di entrambi i Paesi con la Corea del Nord.
Istituito nel febbraio 2024 presso il quartier generale per la Realizzazione del Rafforzamento Fondamentale delle Capacità di Difesa, presieduto dal ministro della Difesa, il gruppo di esperti ha emesso un totale di sei raccomandazioni. Tra queste rientrano il potenziamento delle capacità di deterrenza e risposta, l’acquisizione di tecnologie avanzate (ad esempio, sistemi senza pilota e intelligenza artificiale), il rafforzamento dell’alleanza tra Stati Uniti e Giappone e dei legami con partner affini (tra cui gli alleati in Europa e l’Australia), la sicurezza delle catene di approvvigionamento attraverso politiche orientate all’export, il posizionamento della Difesa come motore economico e un parametro di riferimento del 2% del PIL insieme a una maggiore flessibilità nel ciclo di revisione del piano di potenziamento della Difesa del 2022.
Un elemento specifico del rapporto che ha generato dibattito in Giappone è un suggerimento apparentemente implicito, che il Paese prenda in considerazione l’acquisizione di sottomarini a propulsione nucleare. Al primo punto della versione abbreviata in inglese del documento, riguardante il rafforzamento delle capacità di deterrenza e risposta si legge, infatti, che “per quanto riguarda i sottomarini dotati di VLS (Vertical Launch System – Sistema di lancio verticale per missili), è necessario condurre le necessarie ricerche e sviluppi tecnologici, compresa la valutazione dell’utilizzo di sistemi di propulsione di nuova generazione”.
Nella versione giapponese, a pagina 14 si può leggere in modo esteso che “i sottomarini sono asset strategici che possono essere schierati in modo occulto. Dotarli di capacità di difesa a distanza rafforzerà significativamente la deterrenza, quindi il loro sviluppo dovrebbe essere prioritario. È auspicabile dotarli di missili a lungo raggio e consentire viaggi a lunga distanza e a lungo termine e la navigazione subacquea. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo promuovere la ricerca e lo sviluppo tecnologico necessari, anche considerando l’uso di fonti di energia di nuova generazione, senza essere vincolati dal buon senso”. Risulta quindi chiaro che quando si parla di viaggi a lunga distanza e a lungo termine, il riferimento sia con ogni probabilità alla propulsione nucleare, fermo restando che oggi le più avanzate tecniche AIP (Air Independent Propulsion) permettono a un sottomarino di restare immerso per alcune settimane (2/3).
La fine del disarmo nucleare nipponico?
Il gruppo di esperti governativi motiva questa necessità considerando le esigenze operative future del Giappone, sottolineando come una maggiore autonomia subacquea sia essenziale ai fini della deterrenza e del monitoraggio continuo dei mari circostanti, in quanto l’ambiente marittimo attorno all’arcipelago nipponico è sempre più conteso, pertanto la marina giapponese deve evolversi per consentire operazioni persistenti nel Pacifico occidentale e nel Mar Cinese Orientale. A tal proposito, nel documento si afferma che “il Giappone mantiene una posizione di risposta relativamente solida nel Mar Cinese Orientale e nel Mar del Giappone, ma dovremmo anche concentrarci sulla risposta alle minacce provenienti dal Pacifico. Da maggio a giugno 2025, due portaerei della marina cinese hanno operato simultaneamente nell’Oceano Pacifico, effettuando 1.000 decolli e atterraggi di aerei da combattimento durante quel periodo, un primato assoluto. Navi e aerei cinesi sono sempre più attivi nell’Oceano Pacifico, inclusa la zona economica esclusiva (ZEE) del Giappone intorno a Okinotorishima e Minamitorishima. Per questo motivo, dobbiamo prendere rapidamente una decisione sullo stato della difesa nell’Oceano Pacifico, estendendola alla cosiddetta seconda catena di isole, comprese le isole Ogasawara. Dobbiamo quindi istituire un sistema di sorveglianza e monitoraggio, inclusa l’istituzione di una zona di identificazione della difesa aerea sulle isole Ogasawara, e sviluppare strutture di lancio e atterraggio per aerei”.
Una marina giapponese dotata di sottomarini a propulsione nucleare rappresenta un importante cambio di paradigma per Tokyo, andando a mettere in discussione l’impianto culturale e legislativo nipponico improntato sul disarmo nucleare e sull’utilizzo esclusivamente pacifico dell’energia atomica. Come da Atomic Energy Basic Act del 1955, infatti, il Giappone si impegna a usare l’energia nucleare esclusivamente per scopi pacifici, e un sistema di propulsione nucleare per navi da guerra andrebbe formalmente contro questa visione.
Deterrenza e risposta
Le condizioni di instabilità che circondano il Giappone (RPC, Corea del Nord, Russia) hanno però aperto un dibattito interno che dura da qualche anno che ha già cambiato la postura riguardante l’armamento a lungo raggio – leggasi missili da crociera – che il Giappone ora sta per introdurre sui propri cacciatorpediniere dotati di VLS tipo Mk41. Sebbene la costituzione nipponica formalmente vieti il possesso di sistemi di attacco a lungo raggio (tra di essi anche le portaerei), Tokyo si impegna strettamente nel possesso a fini di deterrenza e di risposta, non di attacco preventivo. Lo stesso principio, come visto, è valido anche per i possibili futuri SSN (o SSGN) nipponici.
Esiste però un intoppo più concreto verso la finalizzazione di un programma simile, ed è dato dalla tecnologia dei reattori per la propulsione navale. Lo sviluppo esclusivamente casalingo probabilmente richiederebbe molto tempo, che il Giappone non ha stante le condizioni di (in)sicurezza che circondano l’arcipelago nipponico, e molto probabilmente gli Stati Uniti non sarebbero disposti a cedere tecnologia direttamente. L’appiglio per Tokyo potrebbe essere fornito dall’AUKUS, il patto trinazionale (Australia, Regno Unito, USA) per la fornitura di SSN alla Royal Australian Navy che però, come abbiamo visto, recentemente sta traballando su uno dei tre pilastri fondamentali: la cessione di SSN ex U.S. Navy a Canberra.
Washington, infatti, teme che la sua componente subacquea possa indebolirsi in un momento di espansione della PLAN e di difficoltà della cantieristica statunitense. Sostanzialmente, gli SSN servono, e servono tutti sotto diretto comando USA. Entrare a qualche titolo nell’AUKUS potrebbe quindi essere una soluzione per Tokyo di accelerare le tempistiche per la costruzione di sottomarini a propulsione nucleare, fermo restando l’assunzione del rischio politico intrinseco di permettere alla propaganda di Pechino di parlare della nascita di una fantomatica “NATO del Pacifico”, refrain che abbiamo già sentito negli ultimi anni e che attecchisce purtroppo molto bene nell’opinione pubblica.