A meno di ulteriori sorprese putiniane, il recente repulisti al ministero della Difesa (il veterano ministro Shoigu trasferito ad altro incarico, tre vice-ministri liquidati in due settimane, scelto come nuovo ministro un economista formazione accademica come Andrej Belousov) lascia un enorme spazio a una figura mai troppo esposta, però capace di resistere a tutti gli scossoni (è arrivato con Shoigu nel 2012 e, a differenza del capo, è ancora lì) e fondamentale negli assetti decisi dal Cremlino: il generale Valerij Gerasimov, capo di stato maggiore delle forze armate russe.
Il suo nome è ormai noto a molti all’interno dell’espressione “dottrina Gerasimov”, una delle tante sciocchezze prodotte dal sistema mediatico occidentale quando pretende di parlare della Russia senza studiarla. La “dottrina Gerasimov” teorizzerebbe quel modo di condurre una guerra anche fuori dal campo di battaglia, usando l’influenza mediatica, la disinformazione, il sabotaggio economico, la distorsione psicologica, la tecnologia, i reparti speciali organizzati fuori dai canoni degli eserciti tradizionali. Una teoria in effetti affascinante. Peccato che non sia vera: non esiste alcuna “dottrina Gerasimov“, come poi riconosciuto anche da Mark Galeotti, lui sì un esperto di Russia, che fu il primo a parlarne (correttamente, però) nel libro Russian Political War salvo poi spiritosamente scusarsi per aver indotto i più superficiali colleghi all’errore. Tutto era nato da un discorso che lo stesso Gerasimov aveva tenuto nel 2013 a un gruppo di alti ufficiali per mostrare loro come, appunto, i Paesi occidentali stessero conducendo un tipo di guerra nuovo, miscelando le più diverse tattiche. La “dottrina Gerasimov” andrebbe quindi chiamata la “dottrina Nato secondo Gerasimov” ma pazienza, non è la prima né l’ultima stupidaggine che sentiamo sulla Russia.
Torniamo al Gerasimov vero, non quello inventato. Nato nel 1955 a Kazan, capoluogo del Tatarstan, ha una faccia da mastino temprata nei lunghi anni trascorsi come ufficiale sovietico su quelli che allora erano i fronti caldi: l’Estremo oriente e il Baltico, per poi finire come ufficiale russo a comandare la 58° Armata del Caucaso nel 1999, proprio prima che scoppiasse l’ultima guerra di Cecenia. In quella veste Gerasimov fu probabilmente l’unico ufficiale di cui Anna Politkovskaja, la giornalista che aveva svelato gli orrori e le miserie della campagna russa in Cecenia e che fu poi assassinata a Mosca nel 2006, ebbe a parlar bene. La Politkovskaja scrisse infatti che, avendo fatto arrestare il colonnello russo Jurij Budanov, colpevole di aver assassinato una ragazza cecena, Gerasimov aveva salvato l’onore degli ufficiali russi.
Dopo di che, per anni, di distretto in distretto, di comando in comando, Gerasimov sale di grado e si avvicina ai centri del potere militare e politico, prima San Pietroburgo, poi Mosca. Finché nel 2010 viene nominato vice-capo di stato maggiore e nel 2012, pochi giorni dopo l’arrivo di Shoigu come ministro, capo di stato maggiore. È stato, in quel ruolo, uno dei pianificatori della “operazione militare speciale” in Ucraina e come tale, soprattutto a cavallo tra il 2022 e il 2023, quando le cose sembravano mettersi male per i russi, è finito nell’occhio del ciclone delle critiche. I più esposti nell’attaccare lui e il ministro Shoigu erano il leader ceceno Ramzan Kadyrov e il fondatore della milizia privata Wagner, ovvero Evgenyj Prigozhin. Due fedelissimi di Putin che, forti di tale condizione, accusavano a voce alta la “cricca dei generali” di incompetenza e di voler sabotare gli sforzi altrui al fronte. Sappiamo com’è finita. Kadyrov è rientrato sotto l’ala del Cremlino, Prigozhin ha tentato la rivolta (giugno 2023) ed è finito ammazzato (agosto 2023). Shoigu e Gerasimov allora rimasero al proprio posto, segno evidente della scelta di campo di Vladimir Putin.
Di certo i vertici del ministero della Difesa, dove quest’anno affluiranno 110 miliardi di investimenti (6% del Pil russo) per condurre la guerra, non sono un luogo per anime belle. Nel gran tourbillon di generali liquidati o trasferiti e vice-ministri arrestati per corruzione, Gerasimov ha sempre fatto la figura del personaggio taciturno, fedele e affidabile. È a lui che nel gennaio 2023, proprio quando le difese approntate nell’autunno 2022 dal generale Sergej Surovikin mostrano di produrre buoni effetti, viene affidato il comando delle operazioni in Ucraina a scapito dello stesso Surovikin. Che scompare per un po’, ricompare in Africa e infine torna a Mosca, poche settimane fa, con gran pubblicità.
In un ministero ora diretto di un civile incaricato soprattutto di tenere d’occhio gli investimenti e le spese, Gerasimov sarà molto più che un capo di stato maggiore. Dovrà fare da tutore a Belousov, introdurlo al mondo dei militari, coordinare i generali impegnati sul campo. E sarà il primo a rispondere dei risultati positivi o negativi ottenuti sul campo. Il tutto con l’occhio di Putin e giudicarlo. Altro che guerra ibrida.
Fulvio Scaglione
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