Genova e la nuova diga portuale, tra bisogni del commercio e progetti della Difesa

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Nel cuore del Mediterraneo, tra le pieghe di una città che per secoli ha vissuto di traffici e scambi, sta prendendo forma una delle opere ingegneristiche più ambiziose d’Europa: la nuova diga foranea del porto di Genova. Ufficialmente, è un’infrastruttura civile, pensata per rendere il capoluogo ligure un terminale logistico di punta nel sistema commerciale europeo. Ma in controluce, dietro i rendering patinati e le promesse di sviluppo, affiora un’altra verità. Più sfumata, più opaca, ma non meno concreta: quella di una diga che potrebbe diventare anche un’infrastruttura militare strategica.

Una metamorfosi non dichiarata, ma sempre più probabile. Che racconta molto non solo della diga, ma del mondo che cambia. E del modo in cui l’Italia si sta riposizionando in uno scacchiere globale in ebollizione.



L’inganno delle etichette: civile sì ma per quanto?

Quando nel 2023 sono iniziati i lavori, nessuno parlava di strategia militare. Il progetto – lungo 6.200 metri, con fondali fino a 50 metri – era descritto come la risposta al gigantismo navale: portacontainer da 24.000 TEU, navi da crociera lunghe come quartieri. Una diga commerciale, punto e basta. Eppure, nel 2025, le cose cambiano. A Genova, nei corridoi del potere, si inizia a parlare apertamente di classificare la diga come “opera militare”. Non per dotarla di cannoni, si dirà. Ma per garantirle corsie preferenziali, fondi più rapidi, deroghe legislative. Una motivazione tecnica, apparentemente innocente. Ma in realtà, un segnale preciso: l’infrastruttura entra a far parte della mappa strategica della Difesa italiana.

La logica del dual use: il Mediterraneo non è mai neutrale

Nel linguaggio dei tecnocrati si chiama “dual use”. Tradotto: ciò che nasce per usi civili può essere usato anche per fini militari. È già successo con porti, aeroporti, cavi sottomarini, satelliti. Ora tocca alla diga. A renderlo possibile non è solo la lunghezza record, ma la posizione strategica. Genova guarda a Occidente, alla Francia di Tolone e Marsiglia. Guarda a Nord, lungo il corridoio Reno-Alpi che collega il cuore dell’Europa. Guarda a Sud, dove la crescente instabilità del Maghreb, del Sahel e del Mediterraneo orientale impone la riattivazione di capacità navali difensive.

La nuova diga, per dimensioni e profondità, può ospitare fregate, sommergibili, persino una portaerei leggera. Può diventare scalo tattico in caso di crisi. Può assorbire logistica militare, mimetizzandola nel traffico mercantile.

Fincantieri e il silenzio eloquente dell’industria della Difesa

Nel consorzio che costruisce la diga c’è Fincantieri Infrastructure Opere Marittime, branca del colosso che produce navi da guerra per la Marina italiana, americana, francese. Nessuno lo dice apertamente, ma quella presenza è garanzia: se servirà, la diga sarà pronta anche per usi militari.

Non è una novità. In un’epoca in cui la competizione geopolitica si gioca sempre più sulle infrastrutture, gli appalti pubblici sono la nuova frontiera della strategia di difesa. La diga, sotto il cemento, nasconde una visione: trasformare ogni opera strategica in una piattaforma ibrida, adattabile a ogni scenario, sia esso commerciale, energetico o militare.

Genova e la “NATOizzazione” del Mediterraneo

L’ombra lunga di Bruxelles e Washington non è estranea a questa trasformazione. In un’Europa che si riarma, e in un’Italia sempre più integrata nella rete di basi, scali e comandi NATO, la diga di Genova potrebbe diventare un tassello della “militarizzazione discreta” del Mediterraneo occidentale.

Non a caso, negli ultimi anni:

In questo contesto, una diga capace di proteggere assetti navali ad alta tecnologia diventa un moltiplicatore di forza, un’infrastruttura chiave per la “difesa della supply chain” e la proiezione di potenza marittima.

Non servono bunker o artiglierie per parlare di guerra. Basta un’opera civile, progettata per accogliere anche ciò che non è dichiarato. La diga di Genova sarà probabilmente una delle prime infrastrutture italiane ad entrare in questa nuova logica della sicurezza integrata, dove commercio, energia e difesa si fondono in una visione unica del potere marittimo.

Chi la osserverà dall’alto, vedrà solo cassoni in cemento e gru in movimento. Ma dietro quella superficie neutra, si muove la consapevolezza che anche la pace ha bisogno di una cintura militare, silenziosa ma pronta.