Freya: la difesa aerea europea riparte dal S-300 sovietico

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Prosegue il programma ucraino dell’intercettore FP-7, al centro di una delle più ambiziose iniziative europee di difesa missilistica dalla fine della Guerra fredda. Per ironia della storia, la corsa europea per uno scudo anti-balistico prende le mosse da un progetto sovietico. 

L’ucraina Fire Point scommette su Freya

Lo scorso 14 maggio la società ucraina del settore della difesa Fire Point ha presentato il concept completo del Progetto Freya, secondo quanto riportato da fonti ucraine. L’ambizione è fornire un sistema paneuropeo di difesa aerea e antimissile a partire dalle lezioni apprese sul teatro ucraino. La sfida è duplice: garantire l’operatività di un sistema terra-aria (SAM) in grado di fronteggiare le minacce balistiche allo stato dell’arte e abbattere i costi di impiego degli intercettori. 

Il triste record dello scorso 19 luglio ha fatto registrare il più grande attacco balistico sul territorio ucraino dall’inizio del conflitto, con circa 40 missili balistici Iskander-M e missili ipersonici da crociera Tsirkon che hanno colpito Kiev. La recente “alta priorità” dichiarata dal presidente ucraino Zelensky per la “protezione contro missili balistici” non è casuale.

Come segnalato su queste colonne, la produzione russa dei missili balistici del sistema Iskander-M è cresciuta in quantità e qualità: l’indagine forense del Kyiv Scientific Research Institute of Forensic Expertise (KSRIFE) aveva segnalato l’upgrade delle munizioni balistiche di Mosca, con traiettorie terminali più ripide e tassi di penetrazione più elevati. Inoltre, l’annosa questione del costo dei singoli missili intercettori Patriot, attorno a 4 milioni di dollari per unità, ha ridotto la quantità e disponibilità di scorte globali USA.  

Nemmeno il missile PAC-3 ACE recentemente presentato da Lockheed Martin, con un costo unitario ridotto a 2,65 milioni di dollari grazie a modifiche al processo produttivo e miglioramenti delle prestazioni rispetto al PAC-3 originale, sarebbe tuttavia sufficiente a colmare l’esigenza di un sistema SAM europeo autonomo. Con Freya l’Ucraina punta a un sistema più economico, mirando a 700.000 dollari per intercettore.

Nel corso di una riunione dei partner internazionali della difesa tenutasi in Francia il 13 luglio, Zelensky ha reso noto che nove Paesi hanno aderito a una coalizione emergente per la difesa antimissile balistica promossa dall’Ucraina con lo scopo di accelerare lo sviluppo e la produzione dell’intercettore.

Da un progetto russo… allo scudo europeo

Lo scorso 3 giugno Fire Point ha completato il primo test di volo completamente guidato e con capacità di manovra del missile FP-7.x, una variante sviluppata come base tecnologica del futuro sistema antimissile Freya. Il test ha dimostrato la capacità del vettore di correggere la traiettoria durante il volo, requisito essenziale per un intercettore destinato a contrastare missili balistici. A sua volta, si tratta di un derivato dal missile FP-7, un missile balistico tattico superficie-superficie, ma riconfigurato come intercettore per la difesa aerea e missilistica.

Ancora più interessante, però, è l’origine del FP-7. Secondo le informazioni disponibili, il progetto deriva in larga parte dall’esperienza maturata sui missili antiaerei sovietici della famiglia S-300, soprattutto dal 5V55, ma con elementi riconducibili anche al più moderno missile 48N6.

Con un raggio di ingaggio stimato di 200 km, Freya risulta competitivo rispetto ai principali missili terra-aria europei, pur essendo meno prestante del missile russo 40N6 impiegato dal sistema S-400 o dei più avanzati 77N6-N e 77N6-N1 del sistema S-500. A titolo di confronto, il rivale 40N6 è accreditato di una velocità di Mach 14 e di un raggio d’ingaggio di 400 km, mentre i missili 77N6-N e 77N6-N1 raggiungerebbero un raggio di 600 km. 

Lo stesso S-400 russo non è che un’evoluzione del S-300P, originariamente progettato come suo successore diretto col nome S-300PM-3. Sia la Federazione Russa che l’Unione Europea, assieme al partner ucraino, mirano a piattaforme SAM per intercettori più economici sviluppati a partire da una tecnologia sovietica. 

Insomma, due programmi che, pur evolvendosi in direzioni differenti e perseguendo obiettivi operativi distinti, all’interno di agende geopolitiche contrapposte, prendono le mosse da una comune base tecnologica. Una tendenza che evidenzia limiti e vincoli nello sviluppo di capacità autonome europee, in un settore nel quale il continente continua a dipendere da forniture esterne provenienti anche da Paesi potenzialmente concorrenti.

Si pensi ai sistemi sovietici S-200 recentemente ceduti dalla Polonia all’Ucraina, ai sistemi israeliani David’s Sling e Arrow 3 acquisiti rispettivamente dalla Finlandia e dalla Germania, nonché al Patriot statunitense, principale pilastro delle capacità europee di difesa missilistica. 

Il programma Freya potrebbe tuttavia offrire l’opportunità di ridurre la dipendenza europea da sistemi statunitensi ad alto costo, attraverso un approccio basato sull’ingegneria inversa di tecnologie avversarie e sulla realizzazione di soluzioni più economiche e facilmente producibili su larga scala.