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Restano pochi giorni a Parigi e Berlino per trovare un accordo che possa lanciare la prima fase della produzione dello Scaf (Système de Combat Aérien du Futur), il caccia di ultima generazione costruito da Francia, Germania e Spagna che dovrebbe fare da contraltare al programma Tempest, gestito da Italia, Regno Unito e Svezia.

Il termine ultimo per la sua definizione coincide con la votazione al Bundestag, che deve approvare i finanziamenti, e se non sarà trovata un’intesa entro fine aprile la partecipazione tedesca sarà messa seriamente in discussione.

“Pensiamo entrambi la stessa cosa: abbiamo bisogno di un accordo entro la fine di aprile e sono fiduciosa che possiamo arrivarci insieme”, ha detto il ministro delle forze armate francesi Florence Parly in una conferenza stampa congiunta dopo i colloqui a Parigi.

Il ministro Parly ha definito “franchi” i negoziati politici sul progetto del secondo caccia europeo di nuova generazione. Il ministro della Difesa tedesco, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha affermato che sono in gioco “interessi molto tangibili”. “Noi politici ci aspettiamo che l’industria trovi insieme una base valida (per le fasi successive del progetto n.d.r.) che possiamo accettare”, ha aggiunto, dicendo che ci sono varie questioni aperte come la mancanza di un accordo sulla gestione della proprietà intellettuale.

“Abbiamo chiarito ancora una volta che ci aspettiamo questo nei prossimi giorni perché altrimenti incorreremo in problemi a rispettare i tempi. E non vogliamo che lo Scaf subisca ritardi di diversi mesi perché non possiamo avviare le discussioni parlamentari in tempo”, ha aggiunto la Kramp-Karrenbauer.

Tra Francia e Germania è infatti nata una diatriba che riguarda la cessione di tecnologia riguardante il nuovo cacciabombardiere di sesta generazione che dovrà sostituire la linea composta da Dassault Rafale e Eurofighter Typhoon entro il 2035/2040.

Parigi non vuole cedere le competenze di Dassault a Berlino, che a sua volta vorrebbe, contestualmente, un maggiore coinvolgimento della propria base industriale. A margine, anche Madrid ha avanzato richieste per una ripartizione più equa degli “onori” oltre che degli “oneri”, complicando ulteriormente la questione.

Sebbene recentemente sia stato trovato un accordo “50 e 50” tra la francese Safran e la tedesca Mtu sulla motorizzazione dello Scaf (che non ha quindi coinvolto la spagnola Itp), la strada da compiere per arrivare alla fase di costruzione del primo dimostratore è ancora lunga.

La visita del ministro Kramp-Karrenbauer di martedì 20 a Parigi, non ha ancora risolto la questione, nonostante le affermazioni di buona volontà da entrambe le parti. Ma il tempo sta per finire, ed il voto del Bundestag determinerà le sorti per il finanziamento della fase 1B: la sessione parlamentare si concluderà infatti a fine giugno e con le elezioni tedesche che si terranno il prossimo settembre, qualsiasi ritardo metterebbe a repentaglio l’impegno a far volare il primo dimostratore nel 2026.

Per quanto riguarda la delicata questione della cessione di tecnologia e della proprietà intellettuale, alla fine di marzo Dassault e Airbus hanno concordato una prima bozza della loro cooperazione industriale e il 1 aprile hanno inviato il testo dell’accordo ai governi interessati. È tutto sistemato? No. La politica potrebbe far saltare il banco ancora una volta, come del resto si può evincere dalle sibilline parole del ministro tedesco quando dice che “ci sono interessi diversi da entrambe le parti”.

L’Eliseo sta cercando di sedurre Berlino con proposte collaterali, come quella per gli Atlantic 2 che dovrebbero essere una soluzione ad interim in attesa che il nuovo pattugliatore marittimo franco-tedesco venga pronto: una mossa fatta non solo per cercare di esaurire le pretese di Berlino sullo Scaf, ma anche per evitare che si rivolga a costruttori esteri, avendo dimostrato interesse per il Boeing P-8 Poseidon. Una possibile scelta alquanto discutibile, come abbiamo avuto modo di spiegare.

Oltralpe stiamo assistendo a un dibattito per quanto riguarda il nuovo caccia: da un lato chi sostiene che la Francia possa “farcela da sola”, dall’altro chi ritiene la cooperazione con altri Stati indispensabile per la buona riuscita del progetto.

Nel primo gruppo si trova anche l’Ad di Dassault, Eric Trappier che ancora il mese scorso sosteneva che “in termini tecnici, devo dire che Dassault sa fare aerei da sola, lo dimostriamo ogni giorno con Rafale e Falcons. Safran sa come costruire motori per aerei da combattimento e Thales sa come realizzare radar, contromisure e un certo numero di apparecchiature optroniche. Quindi, se mettiamo Dassault più Safran più Thales e aggiungiamo Mbda per i missili, tecnicamente la risposta è sì”.

Altri analisti, che hanno fatto parte di progetti importanti nel campo della Difesa, sono di diverso avviso e ritengono che la cooperazione multinazionale sia fondamentale per ammortizzare i costi di progettazione, costruzione e gestione di un sistema d’arma complesso come quello che sarà il caccia di nuova generazione.

In particolare è stato sottolineato come tra Francia e Germania dovrebbe essere mantenuta una stretta amicizia “simbiotica” in quanto le due nazioni hanno visioni strategiche complementari: da un lato Parigi, e la sua vocazione “globale” di potenza prettamente marittima, dall’altro Berlino, percepita – a buon diritto – come una potenza principalmente continentale. Quindi entrambe non si troverebbero ad avere visioni strategiche e relative posture in collisione tra di loro, ma i reciproci interessi, essendo complementari, collimerebbero. Da questo punto di vista, pertanto, la cooperazione nell’ambito della produzione degli armamenti è vitale in quanto propedeutica ad un altro tipo di partenariato, concentrato sulla politica in senso generale, che proietterebbe Germania e Francia ad essere – più di quanto già siano attualmente – le nazioni guida dell’Unione Europea in un contesto globale sempre più caratterizzato dallo scontro tra potenze vecchie e nuove.

Del resto da alcuni esperti francesi viene esplicitamente detto che la portata della posta in gioco di questa cooperazione sullo Scaf non è franco-tedesca o franco-tedesco-spagnola; non è nemmeno europea, ma globale. Lo Scaf è un elemento politico e industriale essenziale della futura capacità aeronautica europea nella difesa, al pari del Tempest, va detto. Si tratta quindi, per Parigi, di uno strumento essenziale per l’affermazione dell’Unione Europea sulla scena internazionale, in un momento in cui il mondo si sta strutturando attorno al confronto tra Cina e Stati Uniti. È essenziale che l’Ue possa partecipare come protagonista in questo confronto, altrimenti diventerà un attore subordinato nelle relazioni internazionali. In questo contesto, il fallimento dello Scaf sarebbe visto come il fallimento dell’affermazione dell’Unione Europea.

Si ritrova qui il pensiero dello stesso presidente Emmanuel Macron, che recentemente, in seno alla Nato, ha espresso la necessità che l’Europa abbia più “autonomia strategica” rispetto alle linee guida dell’Alleanza, che vengono stabilite dal suo componente più forte (gli Stati Uniti). Un cambio di atteggiamento, quello che vorrebbe l’Eliseo, finalizzato però più ad ottenere per sé la guida della politica estera europea, che in vista di una generale e non meglio attribuita (e attribuibile stante il peso degli organi decisionali dell’Ue) sovranità europea. Roma è avvisata.

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