La definizione geopolitica di Artico esula da quella geografica, che è basata sull’individuazione della porzione di globo terrestre a Nord del 66° parallelo settentrionale. A livello geopolitico, infatti, possiamo considerare come Artico tutti quei territori e specchi marittimi che afferiscono a questa regione inospitale, pertanto anche porzioni che si trovano a Sud del Circolo Polare, come ad esempio il Mare di Bering, il Mare di Labrador, la Penisola di Kamchatka (coi mari che la circondano), buona parte del Canada settentrionale nonché tutto il territorio dell’Alaska. Queste porzioni di superficie terrestre sono infatti “porte di accesso” per l’Artico vero e proprio e pertanto assumono pari importanza in un contesto internazionale in cui potenze globali e regionali stanno rapidamente recuperando interesse verso l’Artide in senso esteso.
Gli Stati Uniti, seguendo la Russia, hanno ridefinito la propria politica per l’Artico e in un documento recentemente pubblicato (2024 Arctic Strategy) si può leggere che “è una regione strategicamente importante per gli Stati Uniti. L’obiettivo principale del Dipartimento della Difesa è proteggere la sicurezza del popolo americano. La regione artica nordamericana comprende gli accessi settentrionali alla patria e include il territorio sovrano degli Stati Uniti in Alaska, sede di importanti infrastrutture di difesa, e il territorio sovrano degli alleati della NATO, tra cui il Canada e il territorio autonomo della Groenlandia del Regno di Danimarca. Fondamentale per la difesa della patria, la regione artica nordamericana ospita capacità di allerta aerospaziale, controllo aerospaziale e allerta marittima per il comando di difesa aerospaziale nordamericano (NORAD) degli Stati Uniti e del Canada”. Molto più interessante è l’affermazione, nel documento, che l’Artico nordamericano “è anche fondamentale per l’esecuzione delle operazioni indo-pacifiche, in quanto costituisce il fianco settentrionale per la proiezione della forza militare dal territorio degli Stati Uniti verso quella regione”.
L’intuizione del Giappone
In questo senso, le Isole Aleutine, lungo arcipelago che circonda il Mare di Bering estendendosi come una collana tra Alaska e Penisola di Kamchatka, assumono un’importanza particolare e soprattutto una duplice valenza: bastione per il controllo degli accessi dal Pacifico dell’Artico, e trampolino di lancio verso l’Indo-Pacifico settentrionale.

La loro importanza strategica era già stata capita dal Giappone all’inizio della Seconda Guerra Mondiale: congiuntamente con la “Operazione Mi”, di attacco all’isola di Midway, la marina imperiale nipponica attaccò ai primi di giugno del 1942 le isole di Kiska, Attu (dove contingenti militari sono sbarcati) e il porto di Dutch Harbor con la “Operazione Al”. Lo scopo dell’operazione di sbarco nelle Aleutine era di costruire una rete di pattugliamento nel Pacifico settentrionale stabilendo basi a Midway, Attu e Kiska per monitorare gli attacchi al Giappone continentale da parte delle task force statunitensi e allo stesso tempo, impedire l’avanzamento delle basi aeree statunitensi. I giapponesi, in buona sostanza, avevano capito che per controllare le vastità dell’Oceano Pacifico era necessario controllarne la periferia per allontanare la minaccia data dalle basi avanzate statunitensi. Gli Stati Uniti, specularmente, si resero conto per la prima volta dell’importanza strategica di queste isole remote nello stesso periodo storico, quando il generale Simon Buckner Jr., incaricato della difesa dell’Alaska, disse che la catena delle Aleutine “formava una lancia puntata proprio al cuore del Giappone”.
Il confronto con Russia e Cina
Oggi, gli avversari degli USA sono di nuovo interessati alle Aleutine. Nell’agosto del 2023, Russia e Repubblica Popolare Cinese (RPC) hanno condotto un pattugliamento navale congiunto con 11 navi da guerra nei pressi delle isole: una mossa provocatoria che ha dimostrato che gli Stati Uniti hanno bisogno di aumentare la propria presenza navale nella regione. Per questo tra i comandi della marina USA, c’è chi pensa che Washington dovrebbero fortificare le Aleutine, facenti parte della Terza Catena di Isole del Pacifico, per scoraggiare i propri avversari. In particolare, gli Stati Uniti dovrebbero ristabilire una base navale sull’isola di Adak per supportare i dispiegamenti di navi da guerra che proteggano gli accessi all’Artico e le linee di comunicazione marittime attraverso il Pacifico settentrionale.
Si ritiene che bisognerebbe anche costruire e ristrutturare basi aeree nella parte occidentale dell’arcipelago per posizionare bombardieri a lungo raggio e aerei da pattugliamento marittimo per sortite fino a Taiwan in caso di conflitto con la RPC. Si pensa, infatti, che in caso di guerra aperta, le forze cinesi colpirebbero le basi aeree e navali avanzate statunitensi nel Pacifico Occidentale (Giappone, Corea del Sud, Filippine e Guam) ma esiterebbero a bombardare le Aleutine essendo parte del territorio dell’Alaska, quindi parte degli USA. Caccia e bombardieri, così, potrebbero evacuare nell’arcipelago e da lì reagire. Washington potrebbe anche posizionare sistemi ABM (Anti Ballistic Missile) nelle Aleutine per contrastare le minacce nucleari provenienti dalla RPC, dalla Russia e dalla Corea del Nord. Infine, i Marines che svolgono Expeditionary Advanced Base Operations (EABO) potrebbero trasformare la catena delle Aleutine in un punto di strozzatura lungo migliaia di miglia, sfidando la capacità degli avversari di colpire i convogli o di accedere all’Artico.
Adak, e altre isole, potrebbero pertanto ospitare basi navali e aeree che fungerebbero da siti principali per le operazioni nel Pacifico Occidentale, da punti avanzati per il controllo delle linee di navigazione da e per l’Artico mettendo in atto efficacemente il sea denial, ma soprattutto da “ricoveri” per aerei e navi da guerra in caso di conflitto aperto con la RPC.
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