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Mentre la guerra continua a infuriare sul campo di battaglia, gli effetti strategici dell’invasione russa iniziano a essere molteplici per l’Europa e in particolare per la Nato. Il primo è il rafforzamento politico, che consiste nella centralità del blocco euro-atlantico rispetto alle esigenze dell’Unione europea e dei singoli Stati membri. Il secondo profilo è quello quantitativo, e cioè che l’Alleanza Atlantica, se ci sarà la richiesta di adesione di Finlandia e Svezia, ne uscirà indubbiamente rafforzata a livello militare. Il terzo, invece, riguarda gli equilibri interni allo stesso blocco, con il peso specifico che le diverse regioni possono avere sulle scelte dei comandi atlantici.

Il dilemma politico

Uno degli effetti più importanti della possibile adesione di Finlandia e Svezia sarà quello di un peso sempre più ampio della Nato nelle logiche strategiche europee. La questione può sembrare scontata: eppure, in un contesto come quello del Vecchio Continente, non va dimenticato che questi due Paesi fuori dalla Nato erano parte dell’Unione europea, e quindi del sistema di difesa (pur minimo) di Bruxelles. In sostanza rappresentavano Stati molto importanti a livello strategico per tutto l’Estremo Nord europeo e atlantico che ancora non rientravano nelle logiche Nato ma che invece erano solo membri dell’Ue. Una distinzione che adesso sarebbe eliminata e che anzi, quantomeno a livello di immagine, renderebbe quasi superflua la distinzione tra i due sistemi. E questo nonostante l’autonomia strategia europea fosse un cavallo di battaglia di molti leader, a cominciare da Emmanuel Macron, e diventata tema all’ordine del giorno dopo la ritirata dall’Afghanistan. Di fatto, una Difesa comune europea con tutti i Paesi membri della Nato cambierebbe radicalmente il concetto di strategia continentale. E questo è un tema su cui dovranno interrogarsi molti strateghi e decisori politici che per anni hanno paventato l’ipotesi che una difesa comune di matrice Ue potesse in qualche modo distaccarsi da una strategia esclusivamente atlantica.

La questione è in realtà sembrata già visibile dall’inizio della guerra in Ucraina. Nel momento in cui la Russia ha avviato le operazioni militari per invadere il territorio ucraino, è stato da subito chiaro che gli Stati Uniti e il Regno Unito avessero quasi completamente il timone del blocco occidentale rispetto agli Stati membri Ue e alla stessa struttura dell’Unione. E tutto questo si è reso evidente anche nelle stesse capacità diplomatiche dei leader dei Paesi europei, che pur con la volontà di incidere nelle dinamiche del conflitto, hanno dovuto fare i conti con una debolezza strutturale e con la necessaria adesione ai principi del blocco Nato.

Se un Paese, per sentirsi sicuro, chiede l’ingresso nell’Alleanza Atlantica e non si ritiene invece garantito dalla sola appartenenza all’Unione europea, è chiaro che sussiste un problema nella stessa idea di difesa europea. Lasciando anzi intendere che il processo di strutturazione dell’autonomia strategica e della difesa comune siano visto, per il momento, come ambizioni puramente velleitarie di fronte a un’esigenza concreta di sicurezza e un interesse strategico statunitense.

Le capacità militari di Finlandia e Svezia

Dal punto di vista strutturale, l’Occidente non sarà sensibilmente più “sicuro” con l’ingresso di Helsinki e Stoccolma. E il motivo è che i due Stati scandinavi, benché esterni alla Nato, erano già partner ben consolidati e rodati dell’Alleanza Atlantica e soprattutto membri dell’Unione europea. Due elementi che fanno sì che quella di Svezia e Finlandia sarebbe una formalizzazione – non secondaria, certo – di una realtà che ormai era nota a tutti. Il Baltico si era già trasformato nel corso degli anni in una regione profondamente occidentale, in cui la Russia, con Kaliningrad e San Pietroburgo, aveva due sbocchi in una sorta di insenatura filo-atlantica. Del resto, l’ingresso delle tre repubbliche baltiche nella Nato era stato in questo senso già molto decisivo nelle logiche di spartizione.

Tuttavia, se dal punto di vista generale è possibile dire che l’Occidente non ne risulterà veramente allargato, poiché nessuno può dire che Finlandia e Svezia non fossero Paesi non occidentali, è altrettanto vero che da questa adesione alla Nato, l’Occidente ne potrebbe uscire rafforzato dal punto di vista militare. Cristallizzando in questo modo un’integrazione che ormai è considerata indiscutibile.

Il Carnegie Institute, uno dei think tank più noti in ambito politico e strategico, in una recente analisi ha approfondito l’apporto che i due Paesi potrebbero dare attualmente all’Alleanza Atlantica. Secondo il centro studi, il peso potrebbe essere soprattutto di due tipi. Uno è quello della profondità strategica che riceverebbe la Nato, visto che territori “neutrali” sarebbero inglobati definitivamente nella piattaforma di sicurezza collettiva atlantica. Uno strumento di pressione nei confronti della Russia ma anche in una lettura inversa, di sicurezza dell’intero sistema euro-atlantico, posto che i due Stati diventerebbero già un primo vero muro in caso di qualsiasi tipo di aggressione da parte di Mosca.

A questo si aggiunge il tema delle forze armate. Perché Finlandia e Svezia, pur neutrali, non hanno mai abbracciato una politica pacifista, ma anzi hanno cominciato da tempo un progressivo riarmo e un processo di modernizzazione e rafforzamento dei propri sistemi militari. Il Carnegie ricorda ad esempio come “la potenza aerea collettiva degli stati nordici sarà, tra un paio d’anni, composta da 150 aerei da combattimento F-35 e 72 jet da combattimento svedesi JAS Gripen operativi. Se aggiungiamo Gran Bretagna, Germania e Paesi Bassi, il Nord Europa avrà quasi 250-300 F-35 più JAS svedesi”. Numeri non certo secondari, che confermano come l’apporto già solo di Stoccolma possa essere molti rilevante. Non va dimenticato che proprio in questi mesi di guerra, più volte gli aerei-spia svedesi hanno percorso avanti e indietro i cieli davanti Kaliningrad per monitorare i movimenti russi, e questo permette alla Svezia di dimostrare non solo la capacità di controllare Mosca, ma anche le sue evidenti conoscenze acquisite in questi anni.

Conoscenze che dall’altro lato può vantare anche la Finlandia, un Paese che è vero che per anni ha subito quello che viene mediaticamente chiamato il processo di “finlandizzazione”, cioè di neutralità forzata rispetto ai blocchi militari internazionali, ma non ha mai smesso di prepararsi in caso di confronto bellico. La condivisione di un vasto confine con la Russia ha reso necessario per Helsinki dotarsi di strumenti di controllo continuo delle operazioni russe, l’intelligence finlandese conosce in modo dettagliato metodologie e strumenti dei servizi russi. Inoltre, lo ricorda Foreign Policy, le forze armate del Paese scandinavo, seppure esigue in termini assoluti, sono formate non solo da militari di professione, ma anche da tutti i cittadini che compiono il servizio di leva e che diventano poi riservisti. Elementi particolarmente utili nel rafforzare e consolidare la Difesa finlandese, che da tempo ha anche accelerato sull’aviazione.

Cambiano gli equilibri interni alla Nato?

Appurato che il peso di Finlandia e Svezia sarà certamente molto importante nella geografia dell’Alleanza, resta ora da capire come questo possa modificare gli equilibri interni. Già negli anni precedenti, quando l’Italia e i Paesi mediterranei chiedevano un rafforzamento del fianco Sud della Nato, alcuni osservatori avevano puntato il dito su un evidente squilibrio di vedute tra i membri dell’Europa orientale rispetto a quelli dell’Europa meridionale. Il problema nasceva in particolare per quanto riguarda i conflitti in Sahel, Libia e Medio Oriente: caos a cui Bruxelles sembrava sorda e in linea con il ripensamento strategico di Washington su alcune aree del mondo.

Ora che Putin ha invaso l’Ucraina, è chiaro che sarà sempre più difficile per i Paesi del fronte sud mostrare come sia necessario blindare il fianco meridionale evitando una eccessiva concentrazione di energie, soldi e forze sulla nuova “cortina di ferro”. A meno che non si voglia chiedere uno sforzo universale dei Paesi membri della Nato che garantiscano contemporaneamente e in modo sempre maggiore tutti i confini del blocco euro-atlantico. L’eventuale ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, che sono apparsi da sempre Paesi poco inclini ad accogliere le istanze mediterranee in Ue, pone ora il dubbio che la strategia atlantica sarà sempre più orientata verso un impegno quasi totalizzante sul fronte settentrionale e orientale, anche in ottica futura. Uno scenario che non può certo essere considerato puramente accademico, visto che da anni i comandi Nato, britannici, Usa e dei Paesi del Nord Europa ribadiscono la centralità dell’Artico e del confine con la Russia quali elementi centrali dell’agenda militare europea.

La sfida sugli equilibri interni all’Alleanza può dunque essere cruciale nel momento in cui il Baltico potrebbe diventare un mare sostanzialmente della Nato, condiviso con un avversario strategico, e con tutti gli altri Paesi già membri Nato ma non tutti Ue (a cominciare dal Regno Unito e dalla Norvegia). Tema che potrebbe pesare anche nelle scelte dei futuri vertici del blocco militare euro-atlantico.

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