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Difesa

Con von der Leyen l’Ue gioca a fare lo Stato che non è

L'idea pare difficile da concretizzare e comunque bisognerà capire come si muoveranno Commissione, Consiglio e Paesi membri.

Nel suo discorso State of the Union del 16 settembre scorso la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha tratteggiato l’idea di costituire un European Security Council, una struttura di coordinamento strategico tra i leader dei ventisette Stati membri dell’Unione Europea e quelli di Paesi alleati e politicamente e ideologicamente affini , a partire dall’ospite d’onore, il Canada di Mark Carney, a cui si potrebbero aggiungere Regno Unito, Norvegia e Ucraina, esplicitamente citati dalla capa dell’esecutivo Ue. “L’idea in sé non è nuova”, nota Euronews, aggiungendo che “il presidente francese Emmanuel Macron l’aveva già proposta durante la sua campagna presidenziale del 2017, e ha ricevuto un sostegno formale l’anno successivo con la Dichiarazione franco-tedesca di Meseberg”.

Rilanciata oggi, questa mossa appare indubbiamente rilevante sul piano politico, ma impone di riflettere tra aspettative e realtà. La dichiarazione di una leader non fa di per sé una policy, ma mostra una linea d’indirizzo, che dalle parole di von der Leyen si intende chiaramente: consolidare una strategia di rafforzamento della capacità di risposta dell’Ue alle crisi geopolitiche che la riguardano, che dovrebbe passare attraverso un salto di qualità del ruolo dell’Unione stessa sul piano della difesa e della sicurezza.

Questa proposta, del resto, non è stata isolata. E si inserisce nel quadro di una serie di iniziative che von der Leyen intende sostenere e che dovrebbero delineare un ruolo della Ue maggiore nella Difesa. Ma che dovranno sicuramente fare i conti con una realtà ben meno lineare.

L’ex ministro della Difesa tedesco ha annunciato, inoltre, che Bruxelles proporrà l’European Instrument for Strategic Enablers, focalizzato a sviluppare capacità comuni in diversi settori, “asset critici e moltiplicatori di forza su cui ogni difesa credibile deve puntare”, per usare le parole di von der Leyen, che indica un range di apparati che vanno “dalla difesa aerea e missilistica al trasporto e al rifornimento aereo, dallo spazio al cyber”. Strumenti, dice von der Leyen, “pienamente allineati con la Nato”, al cui Articolo 4, che in caso di minaccia strategica chiama a consultazioni d’emergenza tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, von der Leyen intende affiancare l’Emergency Security Protocol funzionale, a suo avviso, alla reazione alle minacce ibride e che creerebbe un meccanismo simile.

La Commissione Europea cerca un ruolo nella Difesa

Questo “tridente” di proposte è unito da un comune obiettivo, nell’ottica di von der Leyen: far giocare un ruolo crescente all’Ue, e dunque alla Commissione stessa, nel definire l’agenda strategica e securitaria dell’Europa. Obiettivo che mira a rispondere alle incertezze dell’asse transatlantico e al mutevole quadro geopolitico di riferimento, ma che andrà testato alla prova della realtà in un contesto in cui l’embrione di una Difesa comune europea ancora non si vede ma esiste, sicuramente, un crescente coordinamento operativo e industriale. Il ruolo dell’Unione Europea, nell’ottica di von der Leyen, appare destinato a un potenziamento sistemico.

Il trait d’union di queste tre proposte appare la regia strategica della Commissione Europea, che si intesta la proposta dell’European Security Council e mira a mantenere in sede di istituzioni comunitarie la prospettiva di sostenere e alimentare tramite economie di scala la costruzione degli abilitatori strategici e la risposta a minacce asimmetriche.

Questo apre a una prospettiva di espansione del ruolo delle istituzioni comunitarie in sistemi e aree di riferimento che si sovrapporrebbero potenzialmente ad altri apparati internazionali o sistemi d’alleanza, oltre a chiamare in causa la necessità di un confronto continuo con le autorità nazionali. Ad esempio, in che misura la proposta di costruire una struttura in grado di favorire il coordinamento nello sviluppo di abilitatori strategici europei si indirizzerà verso le strategie dei singoli Paesi di punta dell’Unione Europea? Il Libro Bianco sulla Difesa europea li menziona, ma sugli asset critici spesso vedono i singoli Stati prendere direzioni autonome, anche se lo stesso documento sul programma Readiness 2030 nota che “un consolidamento massiccio della capacità di produzione industriale della Difesa europea è un prerequisito per gli Stati membri per essere abili di ottenere le capacità critiche oggi mancanti”, ed appare prioritario creare “un mercato pienamente funzionante a livello di Ue per gli equipaggiamenti per la Difesa”. Dai caccia ai droni, dall’antiaerea ai carri armati, già le armi tradizionali vedono una frammentazione nel procurement e nelle relazioni industriali dei player europei della Difesa, e una centralizzazione della capacità di promozione di asset di primo piano imporrebbe un coordinamento maggiore tra gli attori di punta dell’Ue.

I dilemmi sullo European Security Council

Lo stesso si può dire dell’idea di un European Security Council, ancora tutto da tratteggiare nelle sue caratteristiche distintive oltre le dichiarazioni della leader della Commissione Europea. Si preannuncia come una sorta di “direttorio” alternativo alla Nato a guida Usa dell’Occidente geopolitico, ma la sua capacità di prendere forma andrà valutata pienamente e, del resto, si tratta di uno strumento ipotizzato da diversi studiosi con potenziali fisionomie diversificate In particolare, lo European Union Institute for Security Studies ipotizzava diversi scenari volti a delinearne la fisionomia, sottolineando che tra le varie versioni “quelle che prevedono la creazione di una nuova istituzione dell’Ue o di una nuova organizzazione al di fuori dell’Ue, si scontrano con notevoli vincoli politici e pratici”.

Del resto, ipotizzando un’istituzione come quella pensata da von der Leyen, anche in caso di ampliamento a attori extra-Ue ma ancorati al campo occidentale, molte domande sorgono spontanee? Come strutturare operativamente questo apparato che dovrebbe indicare priorità e scelte chiare per un novero di Paesi diversificato? Che cabina di regia dargli? Come evitare doppioni della Nato o dotarlo di capacità di operatività non strettamente legate alla già solida catena di comando dell’Alleanza Atlantica? E come superare il vincolo maggiore, e cioè il fatto che l’ultima parola su queste proposte spetta al Consiglio Europeo, cioè agli Stati membri, e che l’accelerazione di Frau Ursula potrebbe non accontentare molte capitali nazionali? Tutto questo, chiaramente, per tacere degli strumenti di hard power che a tale struttura sarebbero conferiti per agire operativamente.

La sfida dell’incertezza

Von der Leyen, in un certo senso, usa la leva della sicurezza e delle politiche di coordinamento per una maggiore capacità comunitaria, richieste da molti Paesi dopo le incertezze degli ultimi anni, come punto di partenza per un progetto politico che sembra voler fare della Commissione il pivot di una nuova politica europea di Difesa. Ma in tal senso le prerogative di ultima istanza restano altrove: ” le capitali dell’Ue si sono mostrate scettiche riguardo alla possibilità di cedere a nuove istituzioni i poteri in materia di difesa, gelosamente custoditi”, nota Politico.eu, e quelle stesse capitali, nel Consiglio Europeo, possono dare o meno l’assenso all’agenda della Commissione o condizionarne la traiettoria.

Peraltro, nonostante il grande impulso dato all’investimento in Difesa e a campi come la mobilità militare e il crescente ruolo giocato nel proporre visioni strategiche a lungo termine, la Commissione Europea non rappresenta uno Stato e la stessa Politica Estera e di Sicurezza Comune è priorità decisiva del Consiglio Europeo, cioè dell’organo rappresentativo di capi di Stato e di governo. Qualsiasi accelerazione proveniente su input della Commissione potrebbe essere in prospettiva letta come una forzatura, specie considerato il fatto che tra capacità operative, priorità dei singoli Stati e agende multilaterali di sicurezza ancorate ad alleanze industriali, dinamiche geopolitiche e posizionamenti dei Paesi europei nella Nato e rispetto agli Stati Uniti la tendenza a voler cedere competenze su iniziativa di una Commissione molto interventista potrebbe ridimensionarsi. Alla vigilia di un anno elettorale decisivo per molti Paesi (Italia, Francia, Polonia, Grecia, Spagna), poi, una ristrutturazione dell’agenda securitaria europea, sommata alle grandi partite già aperte (bilancio Ue e scelta del nuovo presidente della Bce) potrebbe portare molta carne al fuoco. La prospettiva che le parole di von der Leyen possano trovare difficoltà nella concretizzazione è tutt’altro che remota, e andrà capito come si muoveranno Commissione, Consiglio e Paesi membri dopo lo State of the Union e le proposte messe in campo.

Fonti

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