Uccidere Kim Jong Un sembrerebbe essere una delle opzioni sul tavolo dell’esercito sudcoreano. Il ministro della Difesa della Corea del Sud, Shin Won Sik, lo ha fatto chiaramente intendere nel corso di un’intervista rilasciata all’emittente Mbn.

Un giornalista ha chiesto a Shin se Seoul intende condurre esercitazioni di decapitazione per eliminare il leader nordcoreano o accogliere ulteriori dispiegamenti di mezzi statunitensi a capacità nucleare nella penisola. Il ministro ha risposto che “entrambe le ipotesi sono considerate”. “Sebbene sia difficile discutere apertamente di decapitazione, le forze operative speciali sudcoreane e americane hanno condotto un addestramento specifico sul tema che ha previsto manovre aeree ed incursioni in strutture chiave”, ha chiarito.

Le osservazioni di Shin rappresentano una rara menzione pubblica del fatto che Seoul conservi piani per assassinare Kim, una strategia rischiosa che Pyongyang, in passato, ha ripetutamente denunciato e utilizzato per giustificare lo sviluppo del proprio arsenale nonché il potenziale uso di armi di distruzione di massa. Lo Stato Maggiore sudcoreano ha confermato lo scorso martedì che le esercitazioni congiunte con il Comando delle Operazioni Speciali dell’Esercito degli Stati Uniti – le stesse presumibilmente menzionate da Shin – erano iniziate il giorno precedente.

Seoul rispolvera la strategia della decapitazione?

L’ultimo ministro della Difesa sudcoreano a parlare apertamente di addestramento militare volto ad effettuare un’operazione di assassinio contro Kim è stato Song Young Moo nel 2017. Quelle osservazioni, per la cronaca, scatenarono le critiche dei suoi colleghi dell’amministrazione Moon, favorevole ad un impegno diplomatico con la Corea del Nord.

Ex ufficiali dell’esercito sudcoreano hanno dichiarato al sito NK News che le esercitazioni di decapitazione sono state per anni una parte cruciale della strategia di deterrenza di Seoul, anche se non direttamente menzionate. “L’obiettivo finale delle operazioni di decapitazione è Kim Jong Un”, ha dichiarato Park Hwee Rhak, colonnello in pensione dell’esercito della Repubblica di Corea ed ex preside della Graduate School of Politics dell’Università di Kookmin.

Lo stesso Park ha affermato che la morte di un leader ha un peso molto maggiore in Corea del Nord rispetto ad altri Paesi, poiché il processo decisionale di Pyongyang si concentra per lo più su una sola persona. Come se non bastasse, la ripetuta minaccia dei leader statunitensi e sudcoreani di “porre fine al governo di Kim” implicherebbe già l’opzione della decapitazione.

Rischio calcolato o bluff?

In tutto questo, la Corea del Nord ha minacciato di attaccare gli Stati Uniti e la Corea del Sud se Seoul dovesse tentare di assassinare Kim. Ricordiamo che la nuova dottrina nucleare del Paese, presentata nel settembre 2022, afferma che un attacco “imminente” alla leadership è una delle condizioni per Pyongyang per lanciare un attacco nucleare.

Per alcuni esperti, è vero che il velato avvertimento del ministro Shin rischia di aumentare la tensione tra le due Coree, ma è altrettanto vero che la minaccia di decapitare il leader nordcoreano viene visto dagli analisti uno degli unici mezzi a disposizione della Corea del Sud per proteggersi da un avversario dotato di armi nucleari.

In ogni caso, questa strategia potrebbe presentare più rischi che benefici. La rinnovata enfasi del Sud di decapitare la leadership di Pyongyang è particolarmente pericolosa, soprattutto visti i recenti sviluppi nella capacità e nella strategia nucleare nordcoreana. Non solo: Kim, anche in caso di morte, potrebbe avere un successore designato che, a sua volta, potrebbe avere l’autorità di lancio nucleare. I sudcoreani, inoltre, potrebbero non avere sufficienti capacità d’intelligence e sorveglianza per dare la caccia ai leader del Nord. Senza contare che un tentativo di decapitazione fallito porterebbe ad una guerra aperta e indurrebbe Pyongyang a vendicarsi usando qualsiasi mezzo. Anche quello nucleare.