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Lunedì è cominciata in Armenia l’esercitazione Eagle Partner che vede l’esercito armeno addestrarsi con quello statunitense simulando un intervento di peacekeeping. Secondo il ministro della Difesa armeno Suren Papikyan le manovre, che termineranno il 24 luglio, mirano ad aumentare l’interoperabilità delle unità che partecipano a missioni internazionali di mantenimento della pace e coinvolgono i militari del U.S. Army Europe and Africa e la Guardia Nazionale del Kansas.

L’esercitazione è volta a migliorare le capacità armene e statunitensi di condurre operazioni di peacekeeping eseguendo addestramento di artiglieria, familiarizzazione con le armi e gestione del processo di stabilità. Lo svolgimento di questo addestramento consente alle truppe di entrambe le nazioni di acquisire dimestichezza con l’equipaggiamento dell’altra, ed è la seconda volta in due anni che viene svolto: nel 2023, Eagle Partner è stata effettuata in settembre.

Gli Stati Uniti cercano così di approfondire quella che definiscono una “partnership di lunga data” con l’Armenia aumentando l’interoperabilità e la prontezza: in effetti la Guardia Nazionale del Kansas ha una collaborazione con Erevan sin dal 2003 per quanto riguarda le forze di peacekeeping, ma recentemente i rapporti tra le due nazioni si sono stretti ulteriormente proprio con lo scoppiare del conflitto in Ucraina.

Mosca è stata il principale partner economico e alleato di Erevan sin dal crollo dell’Unione Sovietica e la Russia, da quel periodo, ha mantenuto una base militare in Armenia, stringendola ulteriormente a sé tramite la partecipazione nell’alleanza di sicurezza a guida russa che prende il nome di CSTO (Collective Security Treaty Organization) e che vede presenti diversi Stati che facevano parte dell’URSS. I rapporti tra Armenia e Russia, tuttavia, hanno cominciato a deteriorarsi da quando l’Azerbaigian ha riaperto il conflitto per il Nagorno-Karabakh nel 2020, con Mosca che ha dovuto destreggiarsi tra la necessità di non indispettire Baku e non perdere Erevan.

Il conflitto lampo scatenato dagli azeri più recentemente, che ha portato alla conquista di quella provincia contesa, ha ulteriormente contribuito a separare le sorti di Armenia e Russia, in quanto il governo armeno ha accusato Mosca di non essere intervenuta per fermare l’attacco azero nonostante avesse sul campo una forza militare di interposizione. La Russia ha sempre respinto le accuse, sostenendo che le sue truppe non avevano il mandato per intervenire, e proprio qualche settimana fa gli ultimi militari russi sono rientrati in patria dopo una missione di pace che non è servita assolutamente a nulla.

Il Cremlino però è irritato dagli sforzi del primo ministro armeno Nikol Pashinyan per approfondire i legami con l’Occidente e allontanare il suo Paese dalle alleanze dominate da Mosca: Erevan ha sospeso la sua adesione al CSTO e ha evitato di partecipare alle esercitazioni organizzate dall’Organizzazione. Essendosi vista voltare le spalle da Mosca per le questioni legate alla propria sicurezza, e avendo una “spada di Damocle” che minaccia la propria esistenza rappresentata dalle mire espansionistiche azere, l’Armenia si è trovata a dover guardare a Occidente, e proprio all’indomani degli ennesimi scontri di frontiera riaccesisi con lo scoppio del conflitto in Ucraina, ha accolto la presidente della Camera dei Rappresentanti statunitense Nancy Pelosi. Quel viaggio, avvenuto il 17 settembre del 2022, ha rappresentato la visita di più alto livello di un rappresentante istituzionale statunitense sin dall’indipendenza dell’Armenia, ed è indicativo di quanto sia importante il Caucaso nell’agenda di Washington.

Erevan non guarda solo agli Stati Uniti: da tempo sta stringendo ulteriormente le sue storiche relazioni con la Francia per l’acquisizione di materiale bellico moderno (soprattutto sulla scorta della cocente sconfitta del 2020) ed è alla ricerca di altri partner per la propria sicurezza.

La regione caucasica però non è nell’orbita occidentale come qualcuno potrebbe pensare: recentemente la Georgia è stata messa in secondo piano dalla NATO per via della legge sulle “influenze straniere” (caldeggiata da Mosca) al punto da aver messo in discussione il suo possibile ingresso nell’Alleanza: nel comunicato ufficiale di chiusura dei lavori del recente vertice di Washington per la prima volta dal 2008 è stato omessa l’intenzione di far entrare Tbilisi nella NATO.

Il Caucaso resta quindi un mosaico ancora tutto da comporre, con diversi attori internazionali che, periodicamente, rimescolano le tessere: Azerbaigian e Iran, che si trovavano su fronti opposti dal conflitto lampo del settembre 2023 (con Teheran schierata dalla parte di Erevan), a giugno di quest’anno sono tornate ad avere relazioni più che distese al punto da effettuare esercitazioni militari congiunte con lo scopo di migliorare le capacità anti-terrorismo.

Risulta chiaro quindi perché l’Armenia stia guardando con sempre maggior insistenza all’Occidente e agli Stati Uniti, i quali hanno saputo sfruttare l’occasione per tornare a inserirsi nella regione, approfittando dell’assenza della Russia, troppo concentrata sulla dispendiosa guerra in Ucraina.

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