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La perdita della base di al Minhad negli Emirati Arabi Uniti rappresenta un problema per la Difesa italiana, ma soprattutto il simbolo di cosa possa realizzare una politica estera emotiva computa senza una reale consapevolezza dei rischi di insieme di determinate scelte.

Come raccontato in queste settimane, tutto ha avuto inizio quando il governo giallorosso ha scelto di accogliere la linea dei democratici americani sul blocco della vendita di armi alle parti coinvolte nella guerra in Yemen. Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sostenuto il conflitto voluto dal principe saudita Mohammed bin Salman, hanno firmato con l’Italia accordi di cooperazione su una vasta gamma di prodotti bellici e tecnologici. Tuttavia, una volta cambiato il vento alla Casa Bianca, l’allora governo targato Pd-5 Stelle-Leu decise di seguire una nuova linea bloccando la vendita agli Emirati.

La scelta si è rivelata catastrofica. Non solo perché gli EAU avevano da tempo interrotto il loro coinvolgimento diretto nel conflitto yemenita – non l’interesse, come mostrato dallo sbarco nelle isole di Socotra e di Perim – ma anche perché l’aver interrotto questo tipo di accordi ha scatenato l’ira di Abu Dhabi, che di punto in bianco si sono trovati privi di componenti essenziali anche per la loro stessa pattuglia aerea acrobatica. Uno schiaffo che gli emiri non potevano certo perdonare a Roma, soprattutto perché l’area del Golfo Persico è un delicato equilibrio di rivalità, personalismi, lotte di potere e dinastiche ma anche guerre locali che diventano regionali e conflitti regionali che assumono scala globale. Se a questo si aggiunge il carattere personale e di onorabilità che contraddistingue gli affari in questa regione così complessa del Medio Oriente, è abbastanza evidente che l’interruzione dell’export di armi voluta soprattutto dalla Farnesina a guida Luigi Di Maio e dall’ala più “pacifista” del Partito democratico si sia trasformata in uno smacco che gli Emirati hanno voluto far pagare all’Italia.

La risposta è arrivata in queste settimane con una vera e propria lettera di sfratto presentata al comando italiano della base di Al Minhad, dove a circa duecento uomini delle Forze armate italiane è stato intimato di fare i bagagli. Entro il 2 luglio, gli italiani devono abbandonare la base e non sembrano esserci speranze di qualche retromarcia. Troppa l’offesa ricevuta con quell’accordo firmato e non mantenuto. Matteo Perego di Cremnago, vicepresidente dei deputati di Forza Italia e membro della Commissione Difesa, ha più volte lanciato l’allarme su questo abbandono. Sentito da InsideOver, il deputato ha sottolineato soprattutto il rischio che l’Italia si trovi a dover scontare scelte sbagliate recidendo i ponti con uno dei nostri principali partner dell’area. “L’Italia rischia di pagare un prezzo salatissimo dalle scelte del governo precedente” spiega. “Gli Emirati sono da sempre uno dei Paesi mediorientali più legati all’Italia a livello economico. Una mossa come quella di Conte e Di Maio inevitabilmente ha ricadute su tutti i rapporti tra Roma ed Abu Dhabi, perché lì ci sono legami personali e familiari forti tra ministri, emiri e capi di azienda. E ciò che tocca la Difesa generalmente tocca tutti i settori”.

Problemi economici ma anche di natura strategica. Senza la base di al Minhad, che è già un hub fondamentale per il ritiro dall’Afghanistan – in via di conclusione – l’Italia perde soprattutto una base nel Golfo Persico e l’ultimo avamposto prima dell’Asia centrale e dell’Oceano Indiano. Di fatto, a est dell’Iraq non ci saranno più militari italiani e la proiezione dell’Italia in un’area così fondamentale per il mondo rischia di essere estremamente ridotta. Un tema centrale soprattutto perché Roma non si sta parallelamente disinteressando della regione. Perego ricorda per esempio l’ok del governo alla missione Emasoh, missione europea a guida francese nello Stretto di Hormuz. “L’Italia ha già ritardato di un anno la missione – spiega Perego – ma adesso non abbiamo nemmeno un contingente negli Emirati che possa dare supporto”. E la possibilità di dover chiedere al Qatar di fornirci una nuova base nell’area rischia di essere una mossa pericolosa. Vero che Doha, come Abu Dhabi, è un nostro partner anche sotto il profilo dell’industria bellica, ma non si possono certo dimenticare i legami con la Turchia, il supporto alla Fratellanza Musulmana e la rete di interessi islamica che vede proprio il Qatar al centro di tutto. Inoltre, un legame troppo solido con il Qatar potrebbe chiudere definitivamente le porte degli Emirati all’Italia, costringendoci comunque ad arrivare secondi quantomeno dopo la Turchia, che nell’emirato è di casa.

Il gioco a questo punto è molto complesso. Mario Draghi sta provando a trovare una soluzione ed è pienamente coinvolto anche il consigliere militare del premier, il generale De Leverano. Molti si aspettano che sia proprio il presidente del Consiglio a sbloccare la situazione interloquendo direttamente con Mohammed bin Zayed. Ma c’è anche un delicato equilibrio di maggioranza che non può essere dimenticato: ricucire personalmente con il leader emiratino significherebbe sconfessare la linea del titolare della Farnesina, creando un pericoloso precedente nei rapporti con i 5 Stelle. Già ieri il ministro degli Esteri è stato “redarguito” dal segretario Usa Tony Blinken ricordandogli l’alleanza con gli Emirati. E ora ci si aspetta che anche l’Italia faccia la sua parte. Mossa necessaria soprattutto perché tra sfide con Erdogan, tensioni con l’Egitto, accordi infranti con gli Emirati, Libia nel caos, Libano al collasso, e recisi ormai i legami con la Siria, all’Italia rimangono davvero pochi alleati tra Medio Oriente e Nord Africa. E per un Paese mediterraneo non è certo un bel segnale.