La scorsa settimana il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto ad un’interrogazione parlamentare presentata dai senatori Marton e Licheri, riguardante i programmi dell’Aeronautica Militare per gli “investimenti strategici nel settore” della difesa nazionale. L’interrogazione ha chiamato in causa a più riprese l’opinione esternata da Elon Musk, “arruolato” nella squadra di governo del neo-eletto Donald Trump che si reinsediarà alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio, sui caccia multiruolo di 5ª generazione F-35 Joint Strike Fighter. Aerei che hanno fatto a lungo discutere e continuano a rimanere oggetto di critiche.
Ancora caccia F-35?
Nel corso dell’interrogazione parlamentare, il senatore Licheri ha ricordato come l’Italia stia “investendo ingenti risorse nell’acquisto di caccia F-35 di produzione statunitense, un programma che ha già comportato notevoli impegni finanziari”. Mentre, parallelamente, porterà avanti il nuovo Programma GCAP (Global Combat Air Programme) che prevede la collaborazione dell’Italia con il Regno Unito e il Giappone per lo sviluppo del nuovo caccia di 6ª generazione che “richiederà ulteriori investimenti significativi“, ed è destinato ad affiancare in futuro l’F-35. Sostituendo gradualmente la restante flotta di aerei da combattimento che conta ancora alcune squadriglie di cacciabombardieri/ricognitori Panavia Tornado, e una flotta di caccia multiruolo/intercettori Eurofighter su cui si basa il grosso nelle nostre capacità aeree.
“Personalità di rilievo internazionale come Elon Musk”, riporta il senatore del Movimento 5 Stelle, hanno “espresso dubbi sull’efficacia del programma F-35”. In particolare, sottolinea il senatore Licheri, “Musk ha dichiarato che l’F-35 non sarebbe in grado di competere con i futuri sistemi di combattimento aereo basati su droni e intelligenza artificiale, mettendo in dubbio l’opportunità di investire ulteriormente in questa piattaforma”.
La richiesta di chiarimenti da parte dei membri del Senato, è alimentata dalla “preoccupazione” riguardante le “limitate risorse disponibili” già lamentate dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ma sembra affidarsi particolarmente alle opinioni del patron di Tesla e Space X, Elon Musk, che è stato chiamato a capo del DOGE, il Department of Government Efficiency, ossia il dipartimento che dovrà curarsi di limitare gli sprechi ed efficientare la spesa pubblica del Governo statunitense, e che non crede affatto nel futuro dei jet da combattimento con equipaggio umano. Una questione che potrebbe pesare, di fatto, anche sul Programma NGAD (Next Generation Air Dominance Way Forward) per lo sviluppo del caccia di 6ª generazione per le Forze Aeree degli Stati Uniti.
A prescindere dalla risposta del Ministro Crosetto, che sembra comunque ritenere “opportuno” il “non riconsiderare l’investimento di 7 miliardi di euro previsto per l’acquisto di ulteriori velivoli F-35″ senza valutare ulteriori alternative immaginate come “più efficaci ed economiche che possano garantire la sicurezza nazionale, senza gravare ulteriormente sul bilancio dello Stato”, è interessante cogliere l’occasione per concentrare l’attenzione sulle opinioni avanzate da Musk preso ad esempio dal Senato, che ci conducono verso alcune riflessioni.
Musk, i droni e gli “idioti” degli F-35
Come riportato da Fortune, nelle scorse settimane Elon Musk, consigliere desiderato dal presidente Trump, ha criticato il caccia stealth F-35, lasciando intendere di essere fermamente convinto che i droni rappresentino il “nuovo livello della guerra”, che devono essere “considerati migliori rispetto ai jet pilotati da esseri umani”, e che essi siano, in breve, l’arma del futuro.
Musk ha scritto: “Nel frattempo, alcuni idioti stanno ancora costruendo jet da combattimento con equipaggio come l’F-35”, attivando la lunga schiera di detrattori del caccia della discordia, che già è destinato a comporre il nerbo della difesa aerea della NATO e di alcuni altri partner militari, e che attualmente rappresenta, fatta eccezione per il caccia da superiorità aerea “non esportato” F-22 Raptor, il velivolo da combattimento più sofisticato dell’Occidente. Se da un lato il produttore di aerei che hanno garantito per anni la supremazia aerea agli Stati Uniti, Lockheed Martin, ha dichiarato che “l’F-35 è il caccia più avanzato, sopravvissuto e connesso al mondo, un deterrente vitale e la pietra angolare delle operazioni congiunte”, dall’altro Musk considera il Programma F-35 come il “peggior rapporto qualità-prezzo della storia militare”.
Accantonando per un’istante l’ombra della piccola grande guerra di lobbyng che potrebbe celarsi non solo dietro alle dichiarazioni Musk, ma dietro agli interessi degli appaltatori che potrebbero così proporre o suggerire con l’accessoria insistenza nuove alternative innovative agli alleati (come è accaduto in passato con la piattaforma F-35), non si può dimenticare che i droni come arma della guerra del futuro sono al centro di programmi in via di sviluppo lanciati da molto prima che Musk si trovasse della posizione di opinare i programmi di ricerca e sviluppo del Pentagono. E che questi droni da guerra, in particolare i Loyal Wingman o droni gregari, siano stati sviluppati appositamente per connettersi e cooperare in combattimento proprio con le piattaforme come l’F-35 e i futuri caccia di 6ª generazione. Velivoli con piloti umani che fungeranno da “comandanti” di flotte o sciami di droni dotati di intelligenza artificiale destinati a svolgere i compiti più pericolosi delle missioni, con l’obiettivo aumentare l’efficenza e le capacità, e al contempo quello di limitare ogni perdita umana nella cooperazione futuristica immaginata proprio da programmi come Next Generation Air Dominance.
Pertanto, riconsiderare l’esistenza e lo sviluppo delle piattaforme con equipaggio che dovranno comandare i droni – oltre a riproporre ancora una volta la questione etica delle macchine come uniche decisori del combattimento, o delle guerre combattute dalla “stanze dei killer” – potrebbe rappresentare un’inversione non priva di sprechi. Dal lato statunitense. Sul fronte italiano, invece, non possiamo comunque dimenticare che il nostro Paese è parte integrante del programma Joint Strike Fighter, e che la nostra industria è attiva nell’acquisizione/produzione di questo sistema d’arma che, dato il continuo rischio di escalation globali, potrebbe anche rivelarsi più utile delle auto elettriche che si parcheggiano da sole.
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