Recentemente è apparso su Unherd un articolo, firmato dal noto politologo e stratega Edward Luttwak, in cui l’autore afferma che le forze armate europee sono, sostanzialmente, una “tigre di carta”. L’analisi di Luttwak è impietosa, e mette in evidenza tutte le criticità da noi espresse nel corso degli anni riguardo lo stato della Difesa dell’Europa.
Riportiamo, in tal senso, un passaggio di Luttwak riguardante la spesa per la Difesa, in cui viene giustamente osservato che il semplice aumento dei fondi non trasformerà gli Stati europei in potenze militari realmente efficaci. Innanzitutto, il criterio del PIL è troppo vago per avere un peso significativo. La Finlandia, ad esempio, spende solo il 2,4% del suo PIL per la Difesa, ma può mobilitare circa 250mila soldati determinati, essendo il Paese pienamente cosciente della minaccia ma soprattutto avendo avuto decenni di “educazione” alla difesa della nazione. Altri membri della NATO, che spendono molto di più dei finlandesi, ottengono molto meno in cambio dei loro soldi.
Inoltre, Luttwak afferma che concentrarsi sul PIL anziché sul fabbisogno di forze – così tanti battaglioni, reggimenti di artiglieria, squadriglie di caccia – non è altro che un invito a barare sui propri bilanci. L’ultimo sottomarino spagnolo, ad esempio, non è stato acquistato dalla tedesca Thyssen-Krupp, nota industria che fornisce alle marine militari di tutto il mondo sottomarini competenti e collaudati, al prezzi di 1 miliardo di euro. Al contrario, è stato orgogliosamente progettato e costruito nel cantiere navale statale spagnolo Navantia al costo di 3,8 miliardi di euro, all’incirca quanto quello di un sottomarino nucleare francese molto più grande. Aggiungiamo anche che il sottomarino in questione è stato mal progettato al punto che ne era in discussione la galleggiabilità, motivo per cui il prezzo è diventato esorbitante.
E per quanto riguarda l’Italia…
Venendo al nostro Paese, Luttwak afferma, a margine della questione legata alla spesa per il ponte sullo Stretto di Messina, che gran parte della spesa della Marina Militare italiana è destinata a navi da guerra prodotte dal cantiere navale statale italiano Fincantieri, ma non ci sono fondi sufficienti per coprire le spese di carburante e manutenzione necessarie per far funzionare più della metà di esse, il che significa, secondo l’autore, che un altro sussidio industriale viene camuffato da spesa per la Difesa. Nel frattempo, l’Italia si rifiuta di aumentare il suo bilancio per la difesa oltre il modestissimo obiettivo del 2%, che non ha ancora raggiunto.
L’articolo, come detto, è impietoso e in alcuni passaggi anche ingiusto, ma ci permette di porre l’attenzione su alcune criticità strutturali che la recente riforma ReArm Europe non prende in esame. Una su tutte riguarda il personale. Senza considerare gli altri Stati europei citati da Luttwak su questo problema (Polonia, Regno Unito, Svezia), all’Italia, che pure ha delle forze armate più numerose di altre nazioni del Vecchio continente, mancano almeno 40mila unità. Proprio la Marina, che sta vivendo un periodo di benvenuta ristrutturazione e ampliamento, abbisogna di ulteriori 10mila unità rispetto alle attuali per far fronte a tutti gli impegni che è chiamata a svolgere per l’interesse nazionale nei vari teatri di nostra competenza e per rispondere agli impegni stabiliti da organismi sovranazionali di cui facciamo parte.
Abbiamo già affrontato questo problema quando abbiamo commentato le giuste affermazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto: in Italia si è persa la mentalità di sacrificio per l’interesse nazionale, e con essa quindi la vocazione al “mestiere delle armi”. Non occorre ripetere qui i dati, drammatici più che allarmanti, di un recente sondaggio CENSIS in merito.
La tematica delle riserve di carburante, che secondo Luttwak mancherebbero, è invece interessante perché ci permette di aprire una riflessione sulle scorte strategiche. Se è vero, come affermato dal CSM Esercito generale Carmine Masiello, che quando scoppia un conflitto non sono solo le forze armate ad andare in guerra ma tutto il Paese (il sistema Paese diremmo noi), è altrettanto vero che questo sistema Paese ci appare, in questo delicato momento storico, impreparato a sostenere un conflitto di lungo periodo. L’industria ancora fatica, in alcuni settori, ad alzare i ritmi di produzione degli armamenti mentre non è noto se si stiano accumulando (o si pensi di farlo) riserve di materiali che servono a sostenere uno sforzo bellico: dal carburante per aerei, navi e carri, sino ai materiali più disparati che servono a costruirli.
Mancano le strutture
Non ci sono nemmeno più strutture per addestrare i coscritti – che verrebbero chiamati alle armi in caso di conflitto – che affluirebbero a migliaia nelle caserme, in quanto la sospensione della leva obbligatoria nel 2004 ha determinato o la vendita delle stesse o il loro abbandono. Recuperarle in tempi brevi risulterebbe impossibile, e costruirne di nuove implicherebbe una spesa che forse non saremmo in grado di sostenere in fase emergenziale.
Parlando di leva, e tornando all’articolo di Luttwak, l’autore ne fa una questione vitale e sottolinea l’esempio virtuoso della Finlandia, esecrando invece la Svezia e la sua mobilitazione annuale di 10mila unità. Eppure, se gli svedesi potrebbero fare di più, il loro modello è forse quello che meglio si adatta alle nostre esigenze: una leva selezionata tra la massima coscrizione che permette, mese dopo mese, di addestrare un buon numero di personale che poi, allo scadere del periodo di coscrizione, verrebbe mantenuto in riserva con richiami annuali.
Il professor Luttwak chiude il suo articolo affermando che tutto quanto sopra spiega perché l’eterogeneo esercito di Putin – mercenari cresciuti in Russia nelle zone più povere e remote, criminali condannati e soldati schiavi nordcoreani – possa comunque spaventare i governi europei spingendoli a riarmarsi a caro prezzo, e forse su questo non ha tutti i torti: il nostro ecosistema Difesa è stato costantemente smantellato dal termine della Guerra Fredda e solo negli ultimi 3 anni, con colpevole ritardo, ci siamo accorti che la diplomazia internazionale è funzione anche della capacità di deterrenza convenzionale.
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