Unmanned Air Vehicle (Uav), Unmanned Combat Air Vehicle (Ucav) e Unmanned Aircraft Systems (Uas) sono sigle che vengono riassunte nell’unico termine, improprio ma efficace, di droni. Si tratta di velivoli senza pilota utilizzati per la ricognizione, l’attacco oppure per la raccolta di segnali. Non si tratta di una tecnologia nuova, ma negli ultimi due decenni ha conquistato il campo di battaglia e, in un caso, ne ha rivoluzionato così tanto la tattica da fare manuale.

Stiamo parlando del recente conflitto nel Nagorno-Karabakh dove i droni azeri – e ancora più la loro modalità di impiego – hanno spazzato via le difese armene. Il loro utilizzo massiccio e con tattiche diverse, alcune delle quali inaspettate almeno da parte armena, è stato una delle chiavi di volta della vittoria di Baku.

Gli azeri hanno usato droni kamikaze, Uas medi da attacco con munizioni guidate e Uas da ricognizione di concerto con l’artiglieria, con effetti devastanti. L’Azerbaigian, infatti, in questo settore aveva una superiorità schiacciante: negli arsenali azeri erano presenti infatti 85 droni israeliani Orbiter 2M, Iai Heron e Searcher 2, Aerostar, Elbit Hermes 450 e 900. Sono stati utilizzati anche un gran un numero (imprecisato) di Uav turchi Bayraktar TB2. L’Armenia, invece, aveva a disposizione poco più 15 esemplari (anche se alcune fonti riportano 40) di locali Krunk, Baze e X-55.

Contro un avversario trincerato, come l’esercito armeno, gli attacchi di droni hanno sortito l’effetto di decimare i posti di comando fissi, i centri logistici e le aree di concentrazione delle forze, indebolendo gravemente le difese armene. I rinforzi, dati da mezzi da combattimento pesanti, hanno ricevuto lo stesso trattamento, forse anche peggiore. Colti allo scoperto, per via delle prevedibili direttrici di avanzamento, gli Mbt armeni sono stati letteralmente spazzati via: si calcola che ne siano andati persi circa 240 tra distrutti o catturati. La distruzione delle forze corazzate e meccanizzate armene è stata cruciale per consentire alle unità speciali azerbaigiane leggere, col supporto dell’artiglieria, di catturare i punti strategici del Nagorno-Karabakh, come Shusa, ponendo quindi l’Armenia nelle condizioni di dover accettare una pace imposta (dalla Russia e dalla Turchia) che ne ha sancito la sconfitta.

Questa è forse la lezione più importante appresa da quel conflitto: davanti a un avversario che utilizza tattiche convenzionali, anche se numericamente superiore, i droni diventano una risorsa spendibile e altamente efficace per colpire senza il timore di perdere assetti più costosi e vite umane.

Se siamo avvezzi da tempo a vedere i droni in azione nelle forze aeree dei Paesi più sviluppati, ora dobbiamo abituarci anche a vederli tra quelle dei Paesi africani. L’Africa rappresenta per questi strumenti, che come detto sono relativamente a basso costo e quindi “spendibili”, un florido mercato. La proliferazione di droni militari nel continente africano è iniziata sul serio quando è stato riferito che l’aviazione nigeriana, nel 2015, stava usando cinque Ucav di fabbricazione cinese Casc CH-3 Rainbow nella parte nord-orientale del Paese per combattere gli estremisti islamici di Boko Haram.

Del resto le capacità essenziali fornite dai droni come la sorveglianza, la ricognizione, l’attacco al suolo, sono piuttosto allettanti per gli eserciti africani, quindi, gli Uas stanno diventando rapidamente la punta di lancia dell’applicazione dell’hard power locale. Negli ultimi anni, c’è stato un aumento significativo nell’uso di droni da parte delle nazioni africane che si sono dimostrati efficaci in diverse operazioni antiterrorismo di alto profilo e oggi gli Uas sono diventati parte integrante delle loro strategie militari.

Uav da attacco ma anche da sorveglianza. Nel moderno campo di battaglia, infatti, la supremazia nel campo della raccolta di informazioni è un fattore cruciale che ne consente il dominio ed i droni offrono questa possibilità in tempo reale (o quasi) senza dover ricorrere a strumenti particolarmente sofisticati.

La proliferazione degli Uas in Africa è indicativa di una tendenza più ampia che vede i droni sostituire lentamente gli aerei con equipaggio nel prossimo futuro, quindi ne ridimensionerà la storica catena di approvvigionamento facendo entrare nuovi produttori di sistemi d’arma, ma soprattutto fa da termometro delle dinamiche geopolitiche in atto: nuove nazioni producono grandi quantità di droni a basso costo permettendo il loro inserimento in un contesto dove prima erano del tutto assenti, o quasi, anche considerando la politica statunitense di non vendere droni a quei Paesi dove i diritti umani sono “in discussione”.

Diventa quindi interessante dare uno sguardo a quali nazioni africane stanno facendo incetta di droni e da chi. A oggi, 21 Stati in Africa utilizzano droni di cui nove anche in versioni armate.

L’Uganda opera principalmente droni di sorveglianza e a febbraio 2011 ha assegnato alla società israeliana Aeronautics Defense Systems un contratto per la fornitura di due droni Orbiter 2. L’anno successivo gli Stati Uniti hanno venduto quattro droni RQ-11B Raven di cui, a quanto risulta, uno è andato perduti. L’Uganda possiede anche un altro piccolo drone, di fabbricazione statunitense: l’AAI/Textron “Aerosonde”.

Il Botswana ha in forza un mix di piccoli droni e di Uas di media altitudine e lunga durata. Nel 2011 è stato firmato un contratto per l’acquisto di tre droni Silver Arrow Micro-V israeliani, mentre nel 2007, due Elbit Hermes 450 Male (Medium Altitude Long Endurance) sono stati consegnati da Israele via Singapore. Il Burundi, come l’Uganda, si è affidato agli Usa per l’acquisto di quattro RQ-11 sempre nel 2011.

Lo Zambia possiede un paio di droni Male per la sorveglianza (sempre gli Hermes 450 israeliani) da settembre 2018 e diversi droni cinesi Casc CH-3 Rainbow da attacco (Ucav), sebbene sembri che attualmente risultino disarmati. Nell’ottobre 2018 rapporti non confermati riferiscono che lo Zambia avrebbe concluso un accordo da 400 milioni di dollari Elbit per la fornitura di 18 droni SkyLark, consegnati nel 2019.

L’Etiopia ha in forza alcuni droni di fabbricazione israeliana Boomerang e Spylite (forniti nel 2011) mentre dal 2015 ha acquistato i cinesi CH-4 di Zerotech.

Anche il Senegal si è affidato a Israele: le sue forze armate schierano i Boomerang, i Spylite e i Skylark 2 della Elbit. Il Camerun è entrato nel club dei droni nel 2014 acquisendo diversi droni Aeronautics Orbiter 2, nonché alcuni droni quadricotteri Dji Phantom commerciali, droni Mavic Pro, Dji Inspire 2 e un paio di Dji Matrice 600 Pro. Nel 2015 sono stati presi in consegna sei Uav tattici Boeing Insitu ScanEagle mentre nel 2015/16, mentre nel 2018 sono arrivati anche gli Orbiter 3.

La Costa d’Avorio ha acquistato due droni Aerostar Aeronautics da Israele nel 2003. L’esercito del Kenya ha ordinato cinque sistemi Uav ScanEagle a settembre 2015 mentre nel 2012 ha ordinato otto RQ-11 Raven dagli Stati Uniti. Il Kenya sta anche collaborando con la turca Tai per sviluppare e mettere in campo un nuovo drone di sorveglianza.

Il Sudan, essendo un alleato dell’Iran, ne è anche un importante cliente: ha ricevuto diversi droni Ghods Ababil-3, Zagil e Ghod Mohajer. Risulta che abbia anche acquistato almeno un drone CH-3 dalla Cina nel 2010.

La Nigeria è uno dei Paesi col più alto numero di droni, tra cui quelli di attacco: ha acquistato cinque Casc CH-3A Rainbow, e un numero imprecisato di Yahbon Flash-20 dagli Emirati Arabi Uniti. Il Paese ha una flotta enorme di droni che include costruzioni autoctone e straniere come il Tsaigumi, l’Amebo, il d Gulma, lo Star Tiltrotor, l’ADS Aerostar, l’Uav commerciale Mugin, ancora gli RQ-11 Raven, gli Aerosonde, il drone ucraino PD-1, ancora i cinesi CH-4 ed i Wing Loong II infine i Tekever AR3. Particolarmente sorprendente è che l’aeronautica nigeriana stia lavorando su un Ucav locale, noto come Ichoku, sebbene non se ne conoscano gli sviluppi.

L’esercito egiziano possiede una delle più grandi flotte di droni in Africa. Circa dieci anni fa, la General Atomics è stata incaricata di fornire la versione per l’esportazione (non armata) del Predator MQ-1, ma gli Stati Uniti non sono l’unico fornitore. Nell’ottobre 2018 sono arrivati 32 Wing Loong 1D di fabbricazione cinese, a cui ha fatto seguito un secondo ordine nel 2019. L’Egitto ha anche anche gli Yabhon United 40 (Male) degli Emirati Arabi Uniti, i Casc Rainbow CH-4B, il sistema lanciato a mano RQ-20 Puma e drone di sorveglianza ASN-209 costruito localmente su licenza. Sembra che la Bielorussia intenda stabilire in Egitto la produzione di un lotto iniziale di Ucav che potrebbero essere i Burevestnik MB. Esiste anche un drone nazionale, l’ASN-209, la cui produzione è iniziata nel 2012. Inoltre, l’Egitto è anche interessato alla piattaforma Isr Falco Xplorer di Leonardo.

Il Marocco vede in servizio 4 MQ-1 Predator, e ha ordinato MQ-9B SeaGuardian insieme a 13 droni turchi Bayraktar TB2 (visti in azione in Nagorno-Karabakh); inoltre utilizza 3 droni da combattimento IAI Harfang (Heron) e 4 droni Hermes 900.

L’esercito algerino ha notevolmente ampliato la sua flotta di droni probabilmente a causa della sua rivalità geopolitica di lunga data con il Marocco. Algeri gestisce droni militari acquisiti principalmente dagli Emirati Arabi Uniti e dalla Cina. Complessivamente schiera i Denel Dynamics Seeker II, gli AL fajer L-10, gli Amel 300 e 700, i CSS-01 e cinesi Casc CH-3 e CH-4, infine gli emiratini Yabhon United 40 e Yabhon Flash-20.

Il Sudafrica rappresenta forse il Paese con la tradizione più lunga di utilizzo di droni e ha una florida industria locale, rappresentata da Milkor, Denel Dynamics, CSIR, and ATE. Attualmente schiera diversi sistemi autoctoni che comprendono i Milkor MA380, MA80 e MA18, i CSIR Indiza, i Denel Dynamics Seeker 400, Bateleur, Seeker 2 e Skua (questo un drone bersaglio), infine i Paramount N-Raven (per attacchi a sciame).

Per quanto riguarda la Libia è molto difficile stabilire con esattezza i modelli ed il numero dei droni utilizzati sui due fronti che si contrappongono nel conflitto, tuttavia, diversi importanti Uas sono stati visti in uso dalle varie fazioni in guerra. L’esercito nazionale libico (Lna) è un importante operatore di droni: si sono visti YFT-CZ35 di fabbricazione cinese così come i Wing Loong I e II, l’iraniano Ghod Mohajer e anche gli Orlan-10 di fabbricazione russa. Da maggio 2019 decine di Bayraktar TB2, insieme alle attrezzature e agli addestratori necessari, sono stati schierati dalla Turchia in Libia per supportare il Gna contro l’offensiva del Lna, affiancando gli Orbiter 3 già in servizio.

Chiudono questa carrellata la Mauritania che ha un certo numero di droni cinesi CH-4, la Tunisia (MQ-1 Predator probabilmente di proprietà statunitense, Boeing Insitu ScanEagle, Camcopter S-100, e con un ordine per i TAI Anka-S) il Mali (un Aeraccess Q800X mini Uav), il Niger (tre francesi DT26) e il Sud Sudan (un tipo di mini elicottero di sorveglianza non meglio definito della israeliana Global Group).

Guardando alla “geopolitica” dei droni ci si rende conto come la presenza degli Stati Uniti sia ancora significativa sebbene il mercato veda la presenza di sempre più droni israeliani (cosa che non stupisce guardando ancora al caso della guerra in Nagorno-Karabakh), cinesi e si comincino a vedere anche quelli turchi, sempre sull’onda pubblicitaria del conflitto nel Caucaso.