Tra l’11 e il 25 settembre, in Giappone, si terrà un’esercitazione congiunta che vedrà la partecipazione degli Stati Uniti: Resolute Dragon, un’esercitazione bilaterale annuale tra i Marines degli USA e le forze armate giapponesi intesa a rafforzare le capacità difensive dell’alleanza tra Stati Uniti e Giappone. L’esercitazione si concentra sul potenziamento delle capacità di comando e controllo bilaterali, delle manovre multidominio e delle capacità di fuoco e in un ambiente geograficamente distribuito.
L’esercito statunitense, che parteciperà alle manovre, schiererà in Giappone per la prima volta il sistema “Typhon” per il lancio di missili da crociera (e altri vettori) da terra. Sappiamo che la terza task force multidominio posizionerà il sistema presso la base aerea del corpo dei Marines di Iwakuni, a circa 40 chilometri a sud-est di Hiroshima.
L’arrivo del “Typhon” in Giappone, per partecipare a Resolute Dragon, riflette una scelta deliberata per aumentare le capacità di deterrenza nel teatro asiatico: ad aprile del 2024, il sistema “Typhon” era stato schierato dagli USA nelle Filippine per la prima volta, e proprio Manila ha recentemente richiesto a Washington di vederlo schierato permanentemente nell’arcipelago. Sappiamo anche che la crisi in continuo aumento nel Mar Cinese Meridionale tra le Filippine e la Repubblica Popolare Cinese (RPC), ha determinato un notevole riavvicinamento tra Manila e Washington, con la prima che ha concesso di aumentare la presenza militare statunitense stabile nelle isole.
Obiettivo integrazione
Gli Stati Uniti, quindi, stanno compiendo sforzi per integrare coi propri alleati le capacità di attacco da terra sfruttando i sistemi a lungo raggio come il “Typhon”, che, utilizzando i missili da crociera Tomahawk, è in grado di colpire bersagli sino a 2.500 chilometri di distanza (a seconda delle versioni). L’integrazione con le forze militari alleate è fondamentale per esprimere delle capacità di combattimento adeguate ed efficaci, e gli Stati Uniti, secondo la politica che vede lo spostamento dei loro interessi strategici nel teatro asiatico per via della nascita della potenza cinese, stanno lavorando alacremente in tal senso, al punto che la stessa Pechino teme la nascita di una NATO asiatica.
La fine del Trattato INF che proibiva agli USA (e all’URSS/Russia) il possesso di missili balistici e da crociera di raggio medio e intermedio basati a terra – e relativi lanciatori – ha determinato sia la corsa statunitense per dotarsi di questi sistemi – come il “Typhon” – sia la relativa necessità di integrare le unità che lo utilizzano (e utilizzeranno) nelle operazioni multidominio allargate agli alleati. Ovviamente, come detto, la scelta di effettuare i primi schieramenti di un sistema del genere in Asia risponde a una necessità strategica, che è quella di esprimere deterrenza nei confronti della RPC, ed è anche per questo che dell’unico reparto dotato di “Typhon” destinato al teatro europeo per ora non vi è traccia, sebbene la Germania abbia mostrato interesse per l’acquisto di questa piattaforma e gli stessi Stati Uniti stiano predisponendo una base per un reggimento dell’U.S. Army dotato di “Typhon” su suolo tedesco (orizzonte previsto 2026, con schieramenti sporadici).
Ovviamente Pechino non è rimasta silente davanti alla decisione statunitense di schierare il “Typhon” in Giappone per l’esercitazione Resolute Dragon, e così come aveva fatto in occasione degli schieramenti nelle Filippine ha espresso una vivace protesta definendola una “grave minaccia alla pace e alla stabilità regionale”. I funzionari cinesi avvertono che il “Typhon” potrebbe colpire direttamente obiettivi nella Cina continentale, e i media statali hanno inquadrato la mossa come un’ulteriore prova della determinazione di Washington a militarizzare l’Asia. Pechino vede il sistema missilistico come una sfida diretta al suo scudo A2/AD (Anti Access / Area Denial), progettato per tenere le forze statunitensi lontane dalle sue coste e dalle basi strategiche. La mobilità del sistema indebolisce infatti tale scudo, in quanto i lanciatori su camion sono in grado di effettuare attacchi di precisione da posizioni non predefinite e improvvisate.
Il posizionamento della Russia
Se la protesta cinese era certamente prevedibile, così non lo è stata quella russa, che rappresenta un inedito per quanto riguarda lo scacchiere asiatico. Venerdì scorso il Ministero degli Esteri russo ha dichiarato che il dispiegamento temporaneo rappresenta un altro “passo destabilizzante” da parte di Washington. “Consideriamo questo un ulteriore passo destabilizzante nella politica di Washington volta a potenziare le capacità dei suoi missili a corto e medio raggio basati a terra, al fine di dispiegare tali sistemi in diverse regioni del mondo”, ha dichiarato la portavoce del Ministero Maria Zakharova.
Queste dichiarazioni ufficiali rappresentano un nuovo e ben chiaro posizionamento della Russia nella politica asiatica, con un allineamento agli interessi cinesi che avrà sicuramente ripercussioni anche per quanto riguarda le rivendicazioni di Pechino su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale; soprattutto riteniamo sia un forte segnale – quanto meno di facciata – della comunità di intenti tra RPC e Russia. Un segnale molto più forte rispetto alle esercitazioni e ai pattugliamenti aerei e navali congiunti che si sono osservati in questi ultimi 3 anni, i quali, oltre a essere sporadici, rappresentano esclusivamente la continuazione di un processo di ricerca di integrazione tra forze militari cominciato da tempo, e che sino a ora non ha ancora fatto un salto di qualità con la nascita di comandi unificati.

